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venerdì 30 dicembre 2016

Love is a losing game

 
 


Oggi voglio parlare di questa donna qui. Questa bruna tutto pepe, tutta droga e tutto alcol che si chiamava Amy.

Tempo fa ho visto un film su di lei che univa stralci di interviste, conversazioni, vita reale vissuta. Era bella. Ma di una bellezza insolita, non convenzionale, fuori dal comune. La sua bellezza passava attraverso il suo sguardo, soffiava tra le sue corde vocali e veniva fuori graffiando così. Ho visto più volte filmati in cui cantava con la semplicità con cui una casalinga laverebbe i piatti: sembrava così naturale e immediato, come se tutti potessero cantare allo stesso modo senza alcuno sforzo.

Aveva un'energia strana dentro forse anche un po' sinistra, e per chissà quale motivo una tristezza proprio in fondo all'iride nell'ultimo angolo dell'anima. Uno stile tutto suo, di essere, di vestirsi, di essere presente.

Era una stella, nel corpo di una ragazzina della provincia inglese. Non direi che avesse una gran voglia di comparire, la musica per lei era essenzialmente un modo di esprimersi, un modo per tirare fuori la sua interiorità. I primi testi semplici ma intensi. Poche parole e tanta sostanza. Era così Amy.

Col suo parruccone nero stile Marge dei Simpson, il trucco deciso e il tubino aderente. Trasmetteva sicurezza, decisione. Saliva sul palco e sapevi che nessuno avrebbe potuto dimenticarsi di lei o non notarla. Eppure, una tipa così forte e decisa era estremamente fragile e debole. Questo succede spesso. Nella vita mi è capitato sovente di conoscere donne così. Fortissime, coraggiose e decise ma poi anche così deboli quando si trattava di cuore e sentimenti. Sarà che l'amore ci rende fragili tutti? Sarà che era solo una facciata? Sarà che quel parruccone e la riga nera d' eyeliner erano un'armatura per nascondere la vulnerabilità di un cuore che si muoveva come il vento?

 
Non so perché sul finire dell'anno mi venga in mente proprio lei. Mi è capitato spesso di sentirmi fortissima. Ma di scoprirmi debole nell'amore. Mi è capitato di dare tutto e avere nulla. Pensare di poter acciuffare delle ali di farfalla e rimanere con un pugno di mosche. Mi è capitato di sentirmi ferita. Mi è capitato di sentirmi delusa. Brutto eh. Ma la delusione ci insegna che a qualcosa o a qualcuno ci si crede veramente, fino in fondo. Ci dice cosa è importante per noi, a cosa attribuiamo un valore. La risposta o il ritorno non dipendono da noi. Ci si mette nelle mani dell'altro e si attende magari un sì. E magari tu hai messo il tuo cuore in mano a qualcuno e hai ottenuto solo una spremuta di sentimenti. Fa male. Ma nulla è vano. Magari hai imparato che puoi amare così. Magari la tua strada non era quella. Magari c'è qualcuno che ti aspetta da qualche parte, qualcuno o qualcosa di meglio. Amy cantava che l'amore è un losing game, un gioco in cui si finisce per perdere. Non so se sia così. Non mi piace vederlo in questa maniera. Credo che lei vivesse tutto in modo così intenso e radicale che non potesse tollerare una perdita o una sconfitta. Lei esisteva solo quando vinceva. Ecco perché, secondo me, non è sopravvissuta a se stessa. Non so cosa sia l'amore ma so come vorrei viverlo e come vorrei che fosse per me.



Tempo fa ho perso. Ho perso di brutto. Ho accettato la sconfitta, fatto un passo indietro e lasciato il campo libero. A volte, in qualche bizzarro modo, si vince così: mettendosi da parte. Qualcuno mesi fa mi ha detto a volte perdere è vincere. Una frase complicata che io leggo in molti modi diversi. A volte l'unico modo in cui puoi uscire da certe situazioni è arrendersi. Arrendersi all'evidenza che quello li non ti voleva. Non voleva te. Pace. Sono ancora qui e sono in piedi e sono viva: non è già un gran risultato?

Oppure si può leggere in una maniera un po' più zen e mistica: se hai perso in una data occasione allora la strada non era quella. Doveva andare così. La vita e il tempo ti mostrerà la direzione da percorrere, quella che va bene per te.



Quindi cara Amy, se tu potessi leggermi da lassù o dal paradiso delle grandi stelle del jazz ti direi così: non hai perso nulla. L'amore viene da noi solo quando è il momento, quello che non otteniamo non è sulla nostra strada.

martedì 27 dicembre 2016

Diventare grande





La notte di san Silvestro alle porte ed io mi fermo un attimo a pensare a questo 2016 che se ne sta andando. Un anno pazzesco in cui ho vissuto mille vite diverse,  in cui sono cresciuta. Un anno che mi ha visto prima su un piedistallo e poi precipitare giù dalla stessa altezza, dritta dritta in un burrone. E poi mi sono rialzata. E sono caduta un sacco di volte e ad altre mille ho ricominciato da zero. Un anno in cui mi sono sentita spesso sola e lo sono stata. Ma da sola ce l’ho fatta, rimettendomi in piedi, un piede davanti all’altro continuando a camminare, come sempre controvento.
Un anno in cui sono passata da un dolore incredibile. Per imparare che il dolore è la chiave per aprire un sacco di porte, per scoprire mondi sconosciuti ed inaspettati, che diversamente non si avrebbe magari occasione di conoscere. E porte si sono chiuse, alcune le ho chiuse io forzatamente.  Porte chiuse (a volte in faccia) porte aperte, porte che si potranno aprire.
Ho conosciuto un sacco di persone.  Alcune hanno prestato orecchio alla mia storia, altre hanno asciugato le mie lacrime, altre ancora mi hanno fatto ridere ed io con loro. Ogni persona incontrata mi ha insegnato qualcosa. 
Con ognuna di loro ho fatto un pezzo di strada. Alcune di esse si sono irrimediabilmente allontanate, purtroppo. Altre chi lo sa . C’è chi mi è stato vicino, molto vicino per un po’. E poi se n’è andato via.
Se ogni persona che ci lascia si porta via pezzi del nostro cuore, ci sono pezzi di me che vagano per il mondo. Ma il cuore è ricostruibile, come si fa con i pezzi del lego?
C’è comunque anche  chi, grazie al cielo, è entrato ed è rimasto nella mia vita e a farlo uscire non ci penso proprio, gli amici e soprattutto le amiche: veri angeli custodi, sempre al mio fianco come eterni compagni di viaggio.
Ho condotto quest’anno pensando spesso di essere come un vaso di ceramica con una crepa profonda, profondissima che scava dentro, una frattura che mi ha cambiato per sempre e da cui non possono prescindere nè il mio modo di vedere le cose nè tantomeno le scelte che faccio e che farò.
Poi ci ho riflettuto ancora un po’ e sono giunta alla conclusione che certe fratture sono come le tele di Fontana:


 sono quei graffi , quei tagli a contraddistinguerle, a renderle uniche ed inestimabili. Da quelle fratture passa la luce. E così, quando un dolore profondo vi attraversa e vi porta via, potete fare come me e pensare che non siete rotti ma vi è stata semplicemente data un’occasione per crescere.
Mi dico insomma che il dolore è stato solo uno strumento per diventare grande. E così sono sicura che l’anno nuovo saprà sorprendermi, esattamente come quello che sta finendo.



domenica 18 dicembre 2016

Amori psicopatici



E arriva il natale e i parenti che ti chiedono come va, se ci sono novità...e tu di novità non ne hai da raccontare. E ti senti a metà tra Bridget Jones e un adolescente alle prese con gli spinaci infilati nell'apparecchio fisso tra i denti.
E di cose potrei raccontarne a dire il vero, tutte cose successe a me e a mie amiche. Che lì fuori ci sono dei tipi incredibili, dei portatori sani di follia e psicosi.
Quelli che se gli mandi un sms ti immaginano già sposata con loro, due cani, tre figli e una staccionata bianca attorno alla casa in campagna.
Quelli che si guardano nudi allo specchio, si piacciono e si dicono "mi ti farei" in pieno stile Buffalo Bill.
Quelli che ti invitano a cena salvo poi chiederti due euro per il caffè.
Quelli che hanno avuto un pessimo rapporto coi genitori, che sono anaffettivi e con grosse difficoltà nell'intimità.
Quelli che sono degli intellettuali, pieni di interessi, musicisti e magari plurilaureati che al momento clou si tirano indietro perchè devono studiare per l'esame di solfeggio.
Quelli troppo gelosi che ti seguono sotto casa ti controllano il cellulare e ti picchiano. Ma questo non è amore. E' controllo, follia, violenza.
Quelli che ti vogliono sì, ma solo in determinate condizioni: tacchi a spillo, pizzi e capelli lisci.
Quelli che si sei carina, ma sei troppo razionale e poi con la mia fidanzata c'è più feeling (e tu lo scopri dopo che era fidanzato).
Quelli che se arrivi in ritardo ad un appuntamento allora sei una che non sa organizzarsi, che non gliene frega niente, che non prende le cose abbastanza seriamente.
Quelli che ti scrivono alle tre di notte. Ci vediamo? dai ci vediamo? ci vediamo?
Quelli che fanno le foto alle donne con cui hanno un rapporto. E poi le foto le mandano agli amici su whatsapp.

E poi uno si chiede perchè sei ancora single. Perchè meglio sola che male accompagnata. Meglio che con chiunque solo perchè stare soli è difficile. Perchè io di questi amori psicopatici che sanno di plastica non me ne faccio nulla. Perchè se stare da soli è complicato stare con chiunque proprio non mi va.

martedì 6 dicembre 2016

L'altra parte di me








Ti penso spesso e ti vedo ogni volta che mi specchio.


La dolcezza triste del tuo sguardo del tuo volermi bene sempre, nonostante tutto e nonostante me.


E ricordo le tue mani lunghe e ingombranti gesticolare piano per cercare la parola giusta da dire. Il tuo sorriso grande, la tua risata, la cura con cui riponevi gli occhiali.


Ricordo che c'eri sempre per me, nonostante tutto e nonostante me.


Ed è una bugia quella che dicono, una bugia che diciamo al cuore che il tempo cura tutte le ferite. Perchè questa no, fa male ancora.


Il ricordo delle piccole cose che mi fanno pensare a te mi accompagna ogni giorno. Il tuo modo di parlare anni '50, le tue camicie, il tonno in scatola.


Ed in ogni schiena coi capelli brizzolati e il cappellino ho un tuffo al cuore, come se potessi davvero vederti, come se ci fossi fisicamente.


Io lo so che al mio somigliarti tanto certamente c'è un perchè, che io possa portarti sempre dentro senza mai perderti davvero.


E ti mando un bacio come si fa coi soffioni ci soffio sopra e lo spingo lassù da te.










sabato 3 dicembre 2016

Occhi di gatto








Non sarò mai una gattara. Dicevo così una volta. E non credo di esserlo nemmeno ora. Eppure la mia visione dei gatti è considerevolmente cambiata da due mesi a questa parte. Un animale che mi ha dato la stabilità e l'equilibrio che cercavo da tempo e che non avrei mai creduto di poter trovare in un felino di cui i più hanno una pessima considerazione. Sarà che le cose non sono quasi mai come sembrano e che finché non le vedi e non le provi da vicino non si può sapere veramente come potranno essere per te.
Penso che dai gatti si possa solo imparare.

Il senso di indipendenza e libertà ad esempio. Che se ti amano lo fanno perché hai saputo meritartelo. Il loro amore è condizionato. Un gatto non dimentica. E se ti ama lo fa perché si ricorda di te e dell'amore che riceve e delle attenzioni. Dovrebbe sempre essere così: poter scegliere di amare solo chi il nostro cuore se lo merita veramente.

La distanza. Un gatto ti cerca solo quando ne ha veramente voglia. Si avvicina solo quando lo decide lui.. Non puoi costringerlo a fare ciò che non vuole. Puoi volerlo vicino, prenderlo in braccio e pretendere affetto ma se non è a lui a volerlo, ciao. Non se ne parla nemmeno.

La ribellione. Che non importa quante volte lo sgridi, gli urli contro che non si entra nella doccia, che non si sale sul tavolo. I gatti se ne fregano. Sempre dritti all'obiettivo, al bersaglio. Le regole non esistono. Nulla frenerà un gatto da fare quello che desidera veramente, anche quando è sbagliato, anche quando sa di farti arrabbiare. Ho imparato così che non importa quante volte si cade a terra, se si desidera qualcosa bisogna prendersela. La sconfitta è solo uno stato mentale.

Arruffianarsi il prossimo. Sempre per perseguire i propri scopi il gatto utilizzerà la tattica dello sguardo ammaliatore. Che prima sale sul tavolo della cucina, mangia nel tuo piatto, ti fa arrabbiare abbestia e poi mentre tu stai li che gli dici di smetterla con un tono di voce della stessa intensità del sesto grado della scala Mercalli, si gira guardandoti con i suoi occhi da ruffiano e tu, inebetito da cotanta bellezza ed apparente ingenuità, lascerai che ti salga pure in testa a graffiarti le guance perché ormai sei innamorato.

L'amore. Che è un insieme di tutte le cose precedenti. E' concedere all'altro spazio, prendere i rapporti con la giusta distanza, quella che consente ad entrambi di respirare, di avere tutta la libertà per muoversi. Esserci solo quando lo si sceglie veramente, non per dovere.
Così quando il mio gatto si avvicina e mi guarda con quegli occhi da ruffiano, mi viene da pensare a quanto bene - inaspettatamente - gli voglio. E mi chiedo se anche con le persone possa essere così: che a furia di girarci intorno e fare le fusa uno si affeziona davvero e poi si innamora sul serio come è successo a me con lui.

lunedì 21 novembre 2016

Fango








Chiudo questa porta in maniera definitiva. Infilo la chiave nella toppa la giro e la butto via. E' un addio. Per sempre. Ma come funziona con gli addii? Sono definitivi? Hanno l'eternità che la maggior parte delle storie d'amore non hanno? Quando diciamo addio lo diciamo per sempre?





Sono stata per anni in qualcosa che mi sono resa conto di non volere da un bel pezzo. Succede a volte. Ma la cosa più strana e brutta è non riconoscere la persona con cui ho percorso un gran tratto di strada. Non vedere più nulla in quello sguardo. Chiedersi cosa ho visto in quelle spalle larghe e in quelle ciglia lunghe. Se le persone che hanno fatto parte della nostra vita portano con sè un pezzo di noi dove sono finita? Dove è finito quello che c'è stato?


È come guardarsi indietro e vedere tutto buio. Percorrere una scala che porta da un lato all'altro della montagna e nel percorrerla voltarsi indietro e vedere il vuoto. Più vado avanti più si sgretola la strada fatta con te. Forse però e per fortuna si arriva ad un punto in cui si può solo andare avanti e voltarsi indietro non ha alcun senso .


Ho sbagliato. In molti modi e molte volte. Ma non importa più. L'unica cosa che resta è la sensazione di fango addosso. Di essermi sporcata in qualcosa che alla fine ho capito di non volere. Una relazione che mi aveva dato ma mi aveva anche tolto e alla fine mi aveva sporcato, allontanandomi da me stessa. Alla fine di tutto, alla fine di un percorso che ho attraversato da sola da quel fango mi sono affrancata, mi sono salvata. E sono sicura che qualcuno mi ha teso la mano per uscirne.





E mi è capitato di passare attraverso il fango più di una volta in questo duemilasedici. Prove continue e costanti, buchi nell'acqua, scivolate veloci. Ma ne sono uscita. A volte succedono cose che non sai spiegarti. Eppure sono lì davanti ai tuoi occhi, che ti camminano addosso e a volte arrivano a calpestarti. Sono lì. Sono prove? Oppure è che si sbaglia sempre? Ma sbaglia solo chi è disposto a viverle le cose, anche quando viverle vuol dire commettere errori. E ci si allontana da se stessi. Ci si guarda da lontano, a volte si arriva a non riconoscersi. A volte ci si chiede il senso di quanto ci è capitato, del lato oscuro che abita in ognuno di noi. A volte per capire chi siamo dobbiamo attraversare anche quei momenti. Per conoscerci. Per non sbagliare più o per sbagliare di meno. Perché le scelte che arrivano dopo gli errori sono scelte più consapevoli, che ci assomigliano di più. Scelte in cui riusciamo a riconoscerci. E così arriviamo a comprendere. Capire che può succedere a tutti di scivolare per un po'. Capire che la forma più grande di amore è la comprensione. È smettere di puntare il dito contro chi nel fango ci finisce . Capire che siamo un universo di mondi diversi, contraddittori e incostanti, imprevedibili e incoerenti. Siamo questo. Tutti, indistintamente. Che nessuno di noi è definibile in maniera univoca ma che il bello è proprio questo.

lunedì 14 novembre 2016

Fidanzato in affitto



Ci sono giorni freddi e bui, tristi e grigi. Giorni in cui non puoi mangiare la nutella perchè sarà almeno un mese che esageri coi dolci. Quei giorni li in cui ti senti persa e sola e triste: quei giorni brutti pensi che bisognerebbe poter prendere un fidanzato in affitto, uno di quelli che ti viene a recuperare a casa, come ai vecchi tempi. In sella ad un cavallo bianco e vestito d'azzurro (che poi è anche il tuo colore preferito). Che ti viene a salvare dalle sabbie mobili in cui ti senti sprofondata, in quel vago buco nero in cui a volte ti senti finita. Qualcuno che ti prepari un piatto di pasta, ti accarezzi i capelli e ti culli per un po', dandoti la buonanotte. Ma solo un giorno alla settimana. Fidanzata sì, ma a tempo determinato. Che in fondo non hai voglia dello sbattimento di fare continui compromessi, e di dover render conto di quello che fai. Che la vita che conduci ti va bene così: senza regole, senza orari, piena di infinite possibilità, di miriadi di opportunità da acciuffare al volo: come i bambini quando vanno sui calci in culo e prendono le code: proprio così, senza premeditazione, al momento, così come viene. Che ti va bene essere disordinata così, che di farti la ceretta all'inguine totale proprio proprio non ne hai voglia, e che i completini neri di pizzo ti stanno pure sulle palle e sei una fan sfegatata di tezenis e delle mutande coi disegni colorati da bambina. Che non hai più voglia di essere “come piace al mr x” di turno, ma che ti va di essere esattamente come sei.
A volte in quei giorni neri e brutti, hai voglia di stare in un piccolo angolo caldo di tranquilla serenità. Ferma, silente a sorridere un po' e a fissare il soffitto mentre te ne stai sdraiata senza alcuno scopo. Bisognerebbe poter scegliere quei giorni, quelle braccia, quelle labbra che ti baciano in testa e sono in grado di ingoiare quel vuoto che forse tutti abbiamo un po' dentro.
Ma per fortuna il sole sta sempre dietro l'angolo pronto a sorriderti, ad illuminarti un po', a riflettere la sua luce dentro di te, a portarsi via quella coperta di affetto che ti sa scaldare, ma solo per un po'.

giovedì 10 novembre 2016

Allora ciao



E poi incontri quelli che sarebbero disposti a farsi vedere nudi sotto ogni angolatura e prospettiva, in tutti i laghi modi e luoghi. Quelli che hanno provato tutte le posizioni del kamasutra, ma quando si tratta di sentimenti no. Allora no. Io non mi innamoro mai. Stai attenta a me. Stammi lontana. Non ti innamorare di uno come me. Ti farei soffrire e basta. E scatta in ogni donna l'istinto di riscattare questo pover uomo che non riesce ad aprire il suo cuore. Allora sarò io a fargli conoscere l'amore, quello che ti cambia e ti migliora, quello che ti riempie la vita e gli occhi di sentimento.
E io sarò più forte della sua indifferenza, del suo freddo distacco, del suo scetticismo. Io sarò l'eletta e vincerò il suo cuore imprigionato.
Ma quelli così, tutti pieni di se e del loro valore, gonfi con le loro parole che sanno di niente non li prendi mai. Non si fermano. Non ti aspettano. Ti girano intorno con le loro piume azzurre come pavoni, ti accarezzano ma quando si accorgono che sei tutta presa tra le loro fantasie di plastica e i complimenti ad hoc se ne vanno via.
Perché non sei tu ad interessargli. Sei una sfida. Una vaga possibilità di avvicinarsi ed acciuffare qualcosa di impossibile ed inavvicinabile. Per dimostrare a se stessi che valgono. Che valgono di più. Che sono riusciti a scalare l'Everest. Ma che poi quando sono li, sulla cima del mondo chissenefrega!
E aspetta però.Tu non mi metterai tra le dieci bambole che non ti piacciono più.
Qualunque donna vale di più. Di più di una sfida. Di più di un narcisista egocentrico ed essenzialmente vuoto. Di quelli che hanno avuto delle carenze affettive (genitori assenti magari, padri fedifraghi o chi lo sa), che non vedono la persona ma solo uno strumento, una possibilità di confermare il proprio valore.
Perché l'uomo sarà anche cacciatore e la donna a volte preda ma alla fine questi della preda non se ne fanno proprio nulla. Il senso per loro è la caccia. Fine a se stessa. Allora ciao. Prima di sentirmi emotivamente coinvolta, prima di capire che ho deciso di salvarti io proprio io dalla tua fredda indifferenza. Prima di capire di essermi invaghita di uno che dentro ha un vuoto cosmico, abissale. Fatto di sé e di pretese. Di quelli che ti catalogano. Che o sei Penelope oppure sei Circe. O sei mamma oppure sei una zitella acida. Santa oppure Diavolessa. Invece no. Ognuno di noi, e specie ogni donna, è esattamente chi decide di essere e quando decide di esserlo. Libera di scegliere come sentirsi ogni singolo giorno. E chi non riesce a capirlo oltre che narciso ed egocentrico, dimostra di essere molto limitato.

sabato 5 novembre 2016

Comprendere




Qualcuno tempo fa mi ha detto: “puoi fare di più”. Non capivo cosa intendesse, a cosa si riferisse. Forse non c'era un senso specifico. A volte le persone si avvicinano a noi portandoci dei messaggi che in qualche modo devono arrivarci. E a mandarli è il cosmo o il destino o qualche angelo custode. Non importa perché e come arrivino. Quello che importa è il significato che attribuiamo a quei messaggi. Come quando indossi un vestito. Il punto non è cosa stai indossando ma come ti sta addosso, come ti fa sentire, come ci stai dentro. A volte le cose che ci arrivano sono li per insegnarci qualcosa: ed è una magia inaspettata, come un sole d'autunno: illumina, scalda e ci sorprende in un secondo.
Oggi capisco che fare di più per me vuoi dire oltrepassare e comprendere. Comprendere che quello che sono stata in realtà non se ne è mai veramente andato. È sempre parte di me. Come se avessi oltrepassato un ponte lunghissimo. E nel passarci sopra avessi attraversato molti momenti e fasi e versioni di me. Eppure sono sempre io. Sono sempre io che scherzo e rido, che rifletto, che abito queste scarpe e questo corpo. Sono sempre io eppure sono diversa, nuova ma al contempo uguale alla me del passato, nascosta dietro la solita massa di capelli scuri e ribelli. E come cambio io cambia quello che mi circonda. 
Come sempre il cambiamento è una bomba ad orologeria. Spaventosa e affascinante. Sai che ti rapirà prima o poi e non potrai farci nulla. E cambierai inesorabilmente. E cambierà tutto quello che hai attorno. Ed in questa rivoluzione riuscirai a salvare tutto quello che c'era prima? i rapporti che hanno fatto parte della "te" del passato? Credo sia possibile ma solo se si riesce ad amare e comprendere se stessi e gli altri.
Questo vuol dire fare di più. Sedersi, riflettere e comprendere. Comprendere te stesso. Comprendere il mondo attorno a te. E la comprensione è la prima e più grande forma di amore verso il mondo e la vita. Ho letto una volta una frase che diceva che non dobbiamo cambiare amici se comprendiamo che gli amici possono cambiare. Sì. Credo in questo. credo che nella nuova versione di noi stessi ci sia in parte anche la vecchia e se siamo abbastanza bravi e fortunati anche i nostri vecchi amici. E credo che il germe del cambiamento stia sempre dietro l'angolo ad aspettare il momento giusto per venire fuori e renderci nuovi e diversi. Ed in questa trasformazione costante l'unico modo per salvare la parte buona del passato e del mondo che ci circonda è l'amore.

mercoledì 2 novembre 2016

Occhi negli occhi








Qualche giorno fa sono stata ad un evento chiamato world eye contact. Non sapevo bene cosa fosse e mi sono buttata in questo “esperimento” in cui ai partecipanti era chiesto di guardare negli occhi per un minuto almeno, un perfetto sconosciuto.


Guardarsi negli occhi. Sessanta secondi. Sembra facile, no? E no.


Nella vita quotidiana siamo schermati, nascosti da occhiali da sole, ruoli professionali e a volte sociali. Abbiamo l'ironia, il sarcasmo, in generale la parola come “maschere” protettive. Ci proteggono ma al contempo ci allontanano dagli altri. E poi ci sono gli smartphones. Questa prolunga umana, questa porta di accesso ad una realtà ovattata ed alternativa. Così abbiamo perso la capacità di guardare negli occhi le persone, una cosa così semplice e naturale. Siamo sempre li a controllare quante notifiche su Facebook, quanti “mi piace” quanti messaggi su whatsapp. Come se fossero l'eco del nostro successo. Come se dicessero al mondo che esistiamo davvero, che siamo “visti” e che vediamo. Ma in realtà vedere non vediamo. Non più, almeno. Così quanto ti ritrovi a guardare un ragazzo negli occhi, senza parlare, in un lunghissimo minuto del tuo tempo, occhi negli occhi, senza argomenti di conversazione ti senti completamente persa. E nuda. Senti di esser sola con tutta te stessa, quello che sei e che pensi e le tue paure e il tuo corpo, i peli superflui e i punti neri sul naso. Insomma tutti i difetti in bella vista, li spalmati sulla faccia, senza difese.


Chissà cosa sta pensando. Penserà che sono brutta? Di una bellezza dozzinale? Lo sapevo dovevo mettere un colore più vivace, il beige mi sbatte troppo. Starà guardando i peli del naso? Mi sembra di avere una paresi facciale, sudo.


E un minuto può sembrare anche cinque anni.


Perché siamo ormai talmente abituati a stare sempre li con gli occhi fissi al cellulare, che non riusciamo più a cogliere la bellezza, la semplicità e l'intensità di uno sguardo. E ho visto sguardi che hanno saputo guardami dentro, arrivare all'anima ed abbracciarmi. Sguardi che avevano bisogno di essere rassicurati, sguardi ammiccanti e divertiti. Sguardi nervosi che volevano imparare la fiducia. Sguardi calmi, decisi, rassicuranti. Occhi in cui sono riuscita a trovare una quiete, un golfo di tranquilla solidità. Negli occhi di un ragazzo, ho ritrovato lo sguardo di mio padre, come se potesse guardarmi attraverso di lui, come se non se ne fosse mai veramente andato. E poi ho ritrovato uno sguardo che pareva il mio, uno specchio negli occhi di una ragazza del sud.


Occhi, vite, sensazioni. La consapevolezza che uno sguardo sa dire sempre più di mille parole.


Eppure perché oggi preferiamo un “like” su Facebook ad uno sguardo? Perché stiamo sempre in un altrove cosmico, in una dimensione che non esiste, che è irreale ed impalpabile?


A volte più si va avanti e più si torna indietro. A volte per andare avanti bisogna tornare un po' indietro. Alla bellezza semplice delle cose che ci appartengono da sempre. Guardarsi, vedersi. E visti così come mi sono sentita io non ci si sente mai o di rado. In quegli sguardi ho vissuto mille vite diverse, ho sentito più che visto. Ed oggi guardo alle cose e alle persone in maniera diversa o meglio guardo e vedo davvero. Non siamo soli. Guardate attorno a voi e scoprirete un mondo inaspettato.



venerdì 21 ottobre 2016

Un buon profumo









Ho conosciuto moltissima gente nell'ultimo periodo e sono giunta alla conclusione che sono molte le persone incoerenti, le persone che mentono. Quelle che raccontano bugie e quelle che mentono a se stessi. Perché la verità fa male come dice la Caselli, ti graffia e brucia e lascia ferite aperte. E nessuno vuole sanguinare. E così ci copriamo di bugie per non sentire, per non vedere, per non sentirci soli. E pensiamo che tutto questo basti a non vedere la realtà, a non soffrire. Ma poi la verità inevitabilmente viene fuori, si fa spazio tra le tenebre della paura, alza la serranda e scoperchia le pentole. E ti accorgi di essere li, sul precipizio, sul bordo di un burrone che non hai voluto vedere perché faceva troppo male e sentivi troppo freddo da lassù. Solo che nel frattempo magari ti sei lasciato indietro persone, amicizie, rapporti, sentimenti a cui non hai voluto concedere spazio e possibilità. Ma saranno ancora lì, quando il tempo avrà squarciato quel velo dietro a cui ci eravamo nascosti?


A volte quando ci si rende conto delle cose è troppo tardi. A volte semplicemente non ci sono seconde occasioni. A volte sono le persone a non concederle. E capisci che il tempo è veramente andato, che chi lo sa potevi essere felice o sentirti amato o essere circondato da tanto amore da non riuscire più nemmeno a contenerlo. Invece no.


Io sono sempre per le seconde occasioni. A volte per le terze o le quarte. Se trovo un varco di luce mi ci ficco dentro e faccio spazio. Sono per il ricostruire. Sono per il salvare. Perché chiudere qualcosa che ci ha fatto stare bene? A volte l'amore si trasforma, forse la possibilità che questo possa avvenire ci dice se era vero quel sentimento, se aveva consistenza. E cambia, si tramuta come tutto, subisce una trasformazione, un'evoluzione. Sono i sentimenti a renderci quello che siamo, i legami, le relazioni. Sono quello che incornicia la nostra vita, che le da un senso, che la fa più bella ed ordinata. Quindi ogni sentimento merita di essere coltivato, vissuto, respirato. Come se fosse un profumo, un odore che ti arriva alle narici, ti punge e poi ti accarezza dolcemente. E vale sempre la pena portarselo dietro quel profumo, anche quando usciamo di scena dalla vita di qualcuno, che sia voluto o no, lasciare un buon profumo, come dice il mio amico Stefano. Lasciare un bel ricordo di sé di quello che abbiamo dato e vissuto, di quello che siamo stati, di quanto abbiamo imparato.




mercoledì 12 ottobre 2016

Autunno


Io all’autunno preferisco l’estate: è la mia stagione, col caldo, i profumi agrumati, il sole, i colori, Invece l’autunno è il momento di raccoglimento: di tisane al finocchio davanti alla finestra ad affacciarsi fuori e a riflettere sul passato magari. Il momento delle foglie che cadono, delle castagne raccolte da terra da tenere in tasca contro il raffreddore. Il momento del crepuscolo e delle albe fresche che ti bagnano il viso. I primi grigi pomeriggi di Torino a fare le vasche in centro ed a pentirsi di stare fuori. L’autunno è fatto di questo: coperte, vin brulée, weekend passati a guardare film alla TV. Avvicinamenti, calore corporeo, storie d’amore che si affacciano timide. Toccatine, toccate e fuga, fughe romantiche nel sud della Francia a bere vino e ad annusare campi di lavanda. Vita. Vita vissuta e scaldata sotto il piumone e coppie di giovani che limonano duro sulle panchine a costruir ricordi che un giorno o spezzeranno loro il cuore o li faranno sorridere.

sabato 1 ottobre 2016

Il posto dei ricordi

Non dimenticarmi. Oppure Ricordati di me, come diceva Venditti. Lascia un posticino per me nel tuo cuore. Come lo spazio vuoto che lasciamo sempre per il dolce alla fine di un pasto, anche quando siamo pieni. Fa che io sia quello spazio di cuore che lasci vuoto perchè io possa colmarlo. Quello spazio vuoto, quella pagina bianca.

Perchè? Perchè non vogliamo essere dimenticati? Perché essere nei ricordi di qualcuno, aver lasciato un segno nella vita delle persone ci aiuta ad auto affermarci, a dire a noi stessi che ci siamo, che esistiamo, che viviamo davvero e che non solo siamo vivi ma che abbiamo un valore..
Che la vita non è vana. Che siamo come dei pennarelli indelebili. Marchiamo, marchiamo stretto e poi lasciamo un segno. Come le scritte sulle cortecce degli alberi, quelle degli innamorati. Vogliamo dire a noi stessi e al mondo che siamo importanti. Che siamo di passaggio, ma un passaggio che ha un significato, che deve averlo. E quale modo migliore per dimostrare che valiamo, che siamo importanti, che esistiamo se non con l'amore? Ma è solo questo?

L'amore è l'unica cosa che andiamo sempre cercando. Vogliamo essere amati. Vogliamo sentirci accolti ed accettati dal mondo. Perché questo ci riempie il cuore. Perché solo l'amore ci rende davvero vivi. E ci rende vivi in eterno. Nei ricordi, nelle persone che ci hanno conosciuto, nelle cose che abbiamo fatto e detto o scritto magari...
io di posti nel cuore ne ho a bizzeffe. Tanti cassetti vuoti da riempire. E l'amore me lo porto dietro, nella borsetta come fosse un profumo. Apro un cassetto alla volta.

Credo che il bene porti bene. E credo che l'amore sia la più grande forma di bene. Ecco perché tanti cassetti. Credo che il mondo sia l'eco dei nostri pensieri. E se amiamo sempre, quell'amore ci tornerà indietro. E magari scoprirò alla fine che era solo una ricerca volta all'affermazione di me stessa, egocentrismo e vanità puri. Ma nel frattempo io il cuore ce lo metto sempre e il posto per il dolce continuo a lasciarlo.




martedì 27 settembre 2016

Cioccolata


fables de sucre

C'era una volta un ragazzo con gli occhi azzurri, Mirko. Era il tipo di persona che sa sempre cosa dire in ogni circostanza, come rincuorare gli amici, ben voluto da tutti. Stava con una certa Karola, una bionda senza sale. La tipica fidanzata accondiscendente, la donna del sì disposta a perdonare sempre tutti. Un giorno nel loro rapporto entrò Federica, un incrocio tra il fisico di Aretha Franklin e la simpatia della sabbia nelle mutande ed il rapporto tra Mirko e Karola divenne un fantastico menage à trois, anche se Karola non sapeva nulla di tutto questo.
Ma un giorno che il tempo passava e l'orologio biologico di Karola le bussò alla porta, lei andò da Mirko:
“Mirko o ci sposiamo o ci lasciamo” disse Karola, aggiustandosi gli occhiali sopra il naso con il dito medio e pizzicando la “s”
lui si girò, puntando i suoi occhi azzurri su di lei in silenzio e le disse:
“ora non ho soldi, devo comprarmi la Ducati”. E il cuore di Karola si fermò in quell'istante esatto. In quel secondo tutti suoi progetti, la casa in campagna con la staccionata bianca, il labrador, due bei bambini biondi che correvano felici in un prato svanirono: dissolti.
E nel frattempo il menage a trois proseguiva. Federica si avvicinava alla preda sempre di più, come uno squalo quando sta per addentare la vittima. Lentamente ma in maniera violenta ed inesorabile. Era diventata la miglior amica di Karola che le raccontava tutto di lei e di Mirko. E Federica si inseriva nelle crepe del loro rapporto, nelle mancanze, nelle carenze. Come il bostic. Ci si infilava dentro e le tappava.
Ma forse quello era amore. Un amore folle e totale. Un amore che passa sopra a tutto e tutti. Che rovina rapporti di amicizia, spezza cuori va oltre ogni barriera per una persona. Forse l'amore, si chiedeva Federica nei suoi momenti di riflessione è proprio questo: fare di tutto, essere disposti a lottare sempre, anche contro se stessi, anche contro le cose giuste, contro ogni bene.
Alla fine Karola, dopo anni di sofferenze e di corna a primavera, estate ed autunno, trovò il suo uomo staccionata, la sua possibilità di una famiglia in stile Mulino Bianco, la casa in toscana con le mura bianche, un campo di grano tutto attorno e tutto il resto. Si chiamava Adriano lui, ed era un tipo senza sale proprio come lei.
Così il menage a trois presto divenne un noiosissimo binomio. Una vita di coppia. Una routine costante. Ovviamente a Mirko il menage mancava troppo perchè potesse rimanere senza. Conobbe una barista, un tipetto allegro e vivace: Samantha. Era piena di vita e di energia, due occhi neri neri e una risata fragorosa.
“e che ci fa una ragazza così carina in un bar come questo?” le disse Mirko con un sorriso da stregatto.
“tesoro, se un lavoro me lo dai tu chiudo baracca e burattini e me ne vado subito, sciuè sciuè” disse Samantha, scuotendo i fianchi in maniera molto teatrale e fragorosa.
Ma Mirko le diede ben altro che un lavoro. E così ebbe di nuovo il suo menage à trois, quello che gli mancava, il brivido che stava cercando in una vita sempre uguale.
E di Samantha poi ce ne furono mille in giro. Ma Mirko tornava sempre da Federica, sempre pronta ad accoglierlo, a perdonare, ad indossare delle gran corna di cervo in ogni stagione dell'anno. Era amore quello di Mirko per lei? Oppure lei era il suo porto di mare, quello in cui lui sapeva di poter tornare sempre e comunque, nonostante tutte le bariste del mondo, nonostante tutte le bugie, nonostante tutte le finte partite di calcetto?
Per Samantha Mirko lasciò il suo porto di mare. Ma solo per qualche mese. Era diventato il fidanzato di Samantha. Ma lei era una donna zavorra, di quelle che ti succhiano l'energia vitale, che ti chiedono sempre di più.
“ma perchè devi sempre uscire con i tuoi amici, resta cummè” le disse un giorno Samantha, battendosi la mano sul petto
“ma stiamo sempre insieme, perchè non possiamo uscire con i nostri amici di tanto in tanto” disse Mirko, fissando incurante il televisore
“perchè tu sei l'amore mio, solo accussì dobbiamo stare” disse Samatha, congiungendo i due palmi , a simboleggiare l'unione che voleva ci fosse tra di loro.
“ma non dire stronzate” disse Mirko, spingendo il palmo della mano verso l'esterno, in tipico stile chissenefrega.
“tu a me non ci pensi mai, stai sempre li a fissare sta tivvù, o sei a scrivere sul cellulare chissàpoiconchi e con chi sta, con chi stai, dammi sto cellulare e dallo ammè, che sono l'amore tuo!” e gli strappò il cellulare di mano e scoprì tutti i messaggi di Federica.
si nu strunz!vatinne disgraziat! T'accid!” e Mirko corse via da casa di Samantha che continuava con gli improperi in napoletano stretto e gli lanciava le scarpe.
Il tempo di uscire dall'androne del palazzo Mirko si trovò di fronte ai cugini di Samantha, due brutti ceffi con le braccia conserte e le magliette nere aderenti. Lo presero per la camicia e lo gonfiarono finchè smise di urlare, trascinandolo fino al marciapiede di fronte.
accussì impari a fare lo strunz” disse uno dei due, collana dorata al collo e naso da pugile. E Mirko tossì, e sputò sangue e denti.
Ancora una volta Federica era lì magicamente e lo soccorse. Gli occhi di Mirko si aprirono in un sorriso sdentato quando la vide. Lui era veramente felice di vederla. La sua mamma fidanzata, il suo porto di mare, la sua infermiera con le natiche di Aretha. Lo tirò su, si mise il suo braccio attorno alle spalle e gli disse:
“vieni Mirko, ti porto a casa” e lui annuì, grato per quella donna che la vita gli aveva messo accanto.

E a volte l'amore è una cosa che non si spiega. Lo spieghi e lo capisci se ci stai dentro davvero. Se lo vivi in tutte le sue imperfezioni, in tutte le sue sfumature. A volte le persone sono il nostro porto di mare. Un posto sicuro in cui sappiamo di poter tornare sempre: come quando fuori fa freddo, è buio entri nel tuo bar preferito ed il barista ti fa una cioccolata calda. Ecco l'amore è la cioccolata calda nei giorni freddi. L'amore sono gli uomini staccionata: quelli che sanno darti esattamente quello che stai cercando (e se ci si accontenta di una staccionata allora è tutto perfetto).
E poi ci sono le corna, un accessorio che funziona in ogni stagione dell'anno: c'è chi le sa portare e chi no: si tratta semplicemente di scelte, o di stile!

venerdì 23 settembre 2016

Bellezza


immagine da raffapics.tumblr.com




E allora ti lascerò andare. Lascerò andare quello che è stato e quello che c'è stato, qualunque cosa fosse e con qualunque intensità sia stata vissuta da entrambi. Oggi è il giorno giusto per stringere a me per l'ultima volta dei ricordi, tenerli stretti stretti al petto, non farli respirare per due secondi. E poi si tratterà di prenderli per mano e ricondurli alla libertà. Lasciarli andare per la loro strada, liberarli, liberarmi finalmente.


Così metto un punto. Che è l'unico segno (della punteggiatura) per ricominciare da zero. Scelgo di essere libera. Metto da parte i sentimenti, i pezzi di cuore dati, le lacrime, i weekend passati a piangere, a piangerti. Metto via gli sguardi, le parole, le promesse mai veramente fatte, quello che ci ha legato.


Non dimentico, ma scelgo di andare avanti, di camminare, di andare oltre. Oltrepasso tutto questo. Questo mare di confusione ed emozioni. Senza davvero capire bene cosa è stato. Ma è il tempo giusto per questo. Nella magia di questo solstizio di autunno, lascio l'oscurità, apro le tende e faccio entrare la luce. Sole. Luce.


Scelgo me. Per me.


E verranno le risate, le giornate di sole, il cielo limpido e i desideri da rincorrere. E verranno gli amici, le chiacchierate, le cose nuove. Verrà lo shopping, verrà quello che mi aspetta dopo. E io sarò sempre lì, a testa alta a guardare l'orizzonte in lontananza e a pensare a tutti i nuovi mondi che mi aspettano. E oggi scelgo per la prima volta forse davvero quello che va bene per me. Sempre un po' con le radici che mi avvolgono i piedi e le ali che spingono perchè io possa volare davvero.


Adieu mon ami. Ora mi aspetta una grande grandissima bellezza. E io sono qui per accoglierla.

domenica 18 settembre 2016

Con il cuore in corsa





Piove e questa pioggia mi porta a pensare, che è una cosa per la quale ho vinto il premio nobel ma che ho cercato di non fare negli ultimi 6 mesi.
Ho sempre pensato troppo e agito troppo poco.
E il grigio di Torino oggi me lo sento nel cuore e nell'anima e detesto sentirmi così.
Sono una persona diversa da prima eppure ci sono dei residui della “me” precedente nella mia testa. Dei piccoli pezzetti di passato, dei pezzi di granata che graffiano dentro e a volte vengono fuori come oggi, lasciando una cicatrice molto spessa.

Alla me del passato era stato insegnato che i confini tra amore ed odio sono molto precisi e definiti. Che amare vuol dire fare questo e quello, vuol dire sacrificio, dedizione, devozione, sincerità. Ma poi la vita mi ha mostrato che le cose sono molto diverse. Che non esiste un perimetro geometrico per l'amore e che spesso tra odio e amore, sentimento ed attrazione i confini sono molto sfumati e imprecisi, approssimativi. Insomma è tutto un macello impossibile.
E così non ci sono regole per approcciarci alla vita, per affacciarsi ai sentimenti, alle persone. E forse è bello così, proprio perché è incasinato. E camminiamo nel disordine, in questa mancanza di un sentiero preciso. E cosa ci guida in tutto questo? Ognuno forse trova il suo faro, in base a quanto sta vivendo.
Il mio faro sono io. Sono la mia guida. E nel percorso cerco me stessa. Corro, corro via,dritto per dritto, senza fermarmi, senza scendere a compromessi. Un percorso a ostacoli, tutti messi con un preciso scopo, con un senso. Ogni difficoltà ti forgia, ti trasforma.
E in tutto questo correre ho scoperto di avere un cuore grande così. Che non importano le ferite, non importa il dolore : tutto questo non mi spaventa. È essere coraggiosi ? Oppure sciocchi? Ingenui?
Penso che siano i sentimenti, la capacità di perdonare a farci grandi. A riempirci il cuore. Ed è una sensazione di pienezza e calma bellissime.
E non so cosa verrà domani. Chi sarò e con chi. Ma prendo il bello da questo “non sapere”, che quando vai alla ricerca di qualcosa il punto non è cosa ti manca, il punto è che ti è data l'occasione per avvicinarti di più a te stesso o alla persona che sei destinato ad essere.
Troverò la mia strada, incrociandone forse altre mille e troverò le mie regole e saranno quelle che vanno bene per me. E porterò a spasso il mio cuore per le strade del mondo, senza paura di nulla per scoprire che ogni strada porta a nuove avventure e cose belle. Le cose belle arrivano sempre e per chi non pensa troppo secondo me arrivano prima!











mercoledì 31 agosto 2016

Felicità



Quando ero piccola ero convinta che la felicità fosse quella che era stata insegnata e tramandata di generazione in generazione, a me come a tutte le donne della mia famiglia. Sposarsi, avere dei figli, avere una famiglia insomma. Così, quando incontrai il mio ex, decisi che lui avrebbe fatto parte di quel progetto di vita che sembrava rendere così felici tutti, e che ne avrebbe fatto parte con me. Ma quella era la felicità degli altri, per gli altri (forse). E questo l'ho imparato a mie spese. La realtà dei fatti mi ha dimostrato che quel modello di vita e di felicità per me non andava bene.
C'è a chi basta una famiglia per sentirsi appagato e felice. Albano e Romina cantavano che la felicità è un bicchiere di vino ed un panino. Chissà, forse hanno ragione loro. Si tratta comunque di scelte.

Sarebbe bello se la felicità fosse come il fustino del Dash. Vai al supermercato, ne compri un chilo e poi quando ti serve ne metti un po' sulla macchia e si aggiusta tutto: la macchia va via magicamente. Io direi piuttosto che la felicità è simile ad un abito fatto su misura. Bisogna spenderci tempo, investirci energia e impegno per trovare quello che va bene per noi, quello che sentiamo nostro, che sentiamo simile a noi. Come quei vestiti della domenica, quelli per le occasioni speciali che ci metti magari mesi a trovarli ma che una volta trovati li devi sfoggiare perché tutti lo possano vedere quanto sei felice.

Non critico chi fa della famiglia il proprio obiettivo di vita. Ognuno sceglie l'abito che va bene per se. Ognuno trova il suo modello. E la ricerca è parte della bellezza del concetto di felicità stesso. Da l'idea che è qualcosa che ci spinge, ci muove in avanti, qualcosa di dinamico. 
La mia ricerca continua ogni giorno e nel ricercare ho imparato che la felicità non consiste necessariamente nell'avere una persona accanto. Ho imparato anche che se è vero che molto probabilmente l'essere umano non è stato concepito per rimanere solo, stare con qualcuno per timore della solitudine non è la scelta migliore.

Insomma il mio vestito su misura ancora lo devo trovare, con la consapevolezza che regole non ne esistono: quando troverò l'abito che va bene per me la felicità la stringerò tra le mani, anzi la sentirò sulla pelle e la sfoggerò con la stessa aria tronfia di Albano e Romina quando cantano “Felicità”.

lunedì 22 agosto 2016

Nicotina


da Popsugar Fashion

Teresa correva un piede dietro l'altro dentro alle sue nuove Nike fucsia e arancioni, chiedendosi cosa aveva vissuto in quell'ultimo mese. Ci sono momenti della vita che seppur brevi paiono dilatarsi nel tempo come se fossero anni. E questo succede quando vivi a mille, quando viaggi a una velocità superiore alla media. E lei era una che andava di fretta sempre e da sempre nella vita. Suo padre diceva che lei era frettolosa non aveva mai avuto la pazienza di aspettare. L'attesa per lei era sempre stato tempo perso e sprecato, una specie di vuoto a perdere.
Così Teresa andava indietro nei giorni, polmoni affannati e coda di cavallo. Fasciata nei suoi leggins neri.
Pensava che non vedeva l'ora di stringere la sua Camel light tra le dita, di sentire la nicotina attraversarla, e di espirarne il fumo e con esso un po' del dolore che in quel momento la stava inquinando.
Aveva conosciuto così Federico, un giorno che andando verso l'ufficio prima di una riunione importante, l'aveva visto sulla soglia della tabaccheria di via Lagrange.
È una delle più belle vie di Torino. In centro, piastrelle quadrate di porfido, vetrine di negozi costosi ed eleganti. Sulle sue Louboutin di vernice nera, gonna aderente e camicia bianca Teresa vide quel ragazzone alto ed elegante, quello sguardo stanco e un po' grigio e la pelle bianca e liscia.
Fumava anche lui, tenendo una mano nella tasca dei jeans. Vedendola avvicinarsi e guardandola con l'occhio acceso dal desiderio, Federico le disse :
“Buongiorno” con un sorriso sornione, gettò rapidamente la cicca fuori dalla tabaccheria e si mise dietro il bancone.
Lei notò le pieghe ai lati del sorriso, il tono di voce delicato e quasi femmineo. Decise di entrare. Decise, attratta e agitata per la riunione, che era il momento di ricominciare a fumare.
Un pacchetto di Camel light disse lei, tenendo la banconota tra indice e medio, come se stesse già riprendendo confidenza con la sigaretta.
Lui osservava incuriosito ogni gesto, ogni movimento, la seguiva in ogni singolo dettaglio. Lei si sentiva accarezzata dall'eleganza del suo sguardo, avvolta completamente.
Quando lui le diede il resto le loro dita di toccarono. Pelle liscia lui, mani svelte lei. Uscì di corsa dal negozio senza voltarsi, ma sentendo lo sguardo di lui attraversare la vetrina e accarezzarle il collo.

Uscita dal negozio, reggendo la sua ventiquattr'ore e correndo sul tacco tredici diretta all'ufficio Teresa se ne accese una, inalò quel profumo familiare, quel misto di bruciato, carta, fiammiferi. La avvicinò alle labbra e aspirò con forza. Sentiva il fumo in ogni angolo del suo corpo, una sensazione così piena e totale che non avvertiva da quando Luca, il suo ex, l'aveva costretta a smettere perchè il gusto della sigaretta a lui faceva proprio schifo. A distanza di anni a quel pensiero Teresa scosse la testa, quante cazzate si fanno per amore, no?

La riunione andò bene. Una volta rientrata a casa e lanciate le scarpe a casaccio dopo aver chiuso la porta dietro le spalle Teresa ripensò alle fossette del tabaccaio. All'odore della tabaccheria, un odore di cantina, di umidità, di segreti antichi e di tabacco. Rivide le borse grigie sotto gli occhi, che tradivano notti insonni passate a pensare o a ripensare a chissàchi a chissàcosa. Lo immaginava di notte, a far conti in quell'antro piccolo che stava in via Lagrange, una tabaccheria li da anni ma che lei non aveva mai notato prima.

Il giorno seguente Teresa decise che era ora di un altro pacchetto di sigarette. Rivide il cardigan blu di Federico, anche se era una calda giornata di maggio. Sua madre gli aveva insegnato che bisogna sempre coprirsi ed in tabaccheria la temperatura era molto più bassa di fuori.
“è sempre un piacere vederti” disse Federico, lisciandosi il pizzetto tra indice e pollice.
Teresa sorride, lo fissò occhi negli occhi.
Lui abbassò lo sguardo, intimorito dalla sua decisione, dallo scintillio di energia che lo investiva ognivolta che lei lo guardava.
“Dai non fare il timido, sei troppo elegante per esserlo” disse Teresa
“Troppo elegante” disse lui, fissandosi la punta delle scarpe e voltandosi per prenderle il pacchetto azzurro.
“Sì, un vero elegantone” disse lei. Gli allungò la solita banconota, continuando a guardarlo. Lui la fissò e ora anche gli occhi di lui sorridevano.
“Pensi che un elegantone possa chiedere a una come te di uscire?” disse lui, e un lampo passò attraverso i suoi occhi
“Penso che l' elegantone dovrebbe provare a rischiare con una come me”
Girò i tacchi e uscì dalla tabaccheria.
Teresa si sentiva forte, forte della sua sicurezza e del suo essere decisa. A lavoro ne aveva fatto un marchio di fabbrica. Dirigeva una casa editrice e faceva quello che era stato da sempre il suo sogno nella vita. La sua forza, la sua tempra era un dato di fatto. Era cresciuta senza nessuno, senza conoscere la sua famiglia d'origine. Fino a 18 anni in un orfanotrofio, poi sballottata tra una famiglia adottiva ed un'altra. Finché non aveva conosciuto il suo ex Luca che per lei era diventato tutto. La sua famiglia, il suo unico riferimento. E poi più nulla.
Ma nessuno è mai veramente definibile con un solo colore. Nessuno è solo forte o solo debole. Anche i più forti hanno delle fragilità, magari sono semplicemente nascoste dietro strati e strati di apparente indifferenza. E il cuore di Teresa era grande ma anche molto fragile e sensibile.
Così giorno dopo giorno le Loubotin nere di Teresa passarono più volte in rassegna la tabaccheria di via Lagrange, e il retrobottega della tabaccheria, e la macchina di Federico, e il suo monolocale proprio sopra la tabaccheria.
Un cuore apparentemente forte incontrò un cuore solo apparentemente debole. Così la forza di Teresa si sciolse quando lui per la prima volta cucinò per lei. Lei odiava cucinare. Diceva di essere la testimonial di Quattro salti in padella. Era cresciuta a solitudine e surgelati, e forse a furia di quella cucina pensava di essere riuscita a surgelarsi anche il cuore.
Ma quando ci si trattiene troppo, quando si mettono barriere ai sentimenti per proteggersi da quello che è inevitabile, inevitabilmente le delusioni bruciano ancora di più.

Teresa correva correva, scuotendo la testa come se questo la aiutasse a dimenticare quel mese di magia vissuto con Federico. E mentre correva, un piede dietro l'altro, piangeva e si asciugava frettolosamente le lacrime come a cacciarle via dalla sua mente e dal suo cuore.

Ma non poteva, non ci riusciva. Non riusciva a dimenticare quel pomeriggio che, tornata da una giornata al mare con le amiche, era corsa sulle stesse Nike verso via Lagrange, al pensiero di non poter aspettare di rivederlo. Di rivedere la sciarpa indaco di Federico (che poi una pashmina a maggio era proprio da folli, con il caldo che faceva Torino), di toccare i suoi fianchi morbidi ed accoglienti, respirarne il profumo, strofinare il viso contro il suo cardigan di Ralf Laurent. Quel pomeriggio che lei, responsabile di una casa editrice, sempre stretta nei suoi tailleurs neri correva in shorts per una delle vie più eleganti del centro, fregandosene dei passanti che la fissavano, che guardavano quella matta coi capelli al vento e gli occhi neri andare veloce come il vento, con il cuore e i sentimenti in mano, che correva e non si era mai sentita così viva e così ebbra di vita e di amore (o di qualunque cosa fosse). E voleva correre e al contempo custodire quella sensazione così folle e così intensa che le riempiva il cuore l'anima e gli occhi.
E così ripensò al momento in cui lei lo raggiunse, coda di cavallo e trafelata e lo abbracciò. Un abbraccio lungo, tempo indefinito. Lui, sguardo perso, stupito, forse esterrefatto.

E' proprio persa questa, pensava Federico. Ecco l'ennesima che cade ai miei piedi. Eccheppalle. Tutte uguali 'ste donne. Due moine due complimenti e anche la più algida delle algide perde totalmente la testa per me.
Ma lo sguardo di Federico non tradiva nulla di tutto questo. O forse Teresa era troppo presa dal suo cuore per accorgersi che era tutto a senso unico.
Col tempo le chiamate di lui si diradarono, così come i messaggi. Lui divenne sempre più vago e lei sempre più coinvolta.

Teresa piangeva, il rumore delle foglie del parco sotto il suo passo scattante. Continuando a pensare a quanto era stata stupida e cieca e assolutamente e immotivatamente folle. A credere a tanta eleganza, a crederlo l'uomo perfetto, solo in virtù della sua spiccata sensibilità e morbidezza nei modi. Scuoteva la testa, perchè non sapeva chi era quell'uomo così dolce e così incredibilmente indifferente.

Allo scadere del mese lei gli fece una sceneggiata, una di quelle in stile napoletano, teatrale e rumorosa. Gli disse che non ne poteva più dei suoi “magari ci vediamo”, del “ti chiamo io” che poi finivano in mancate telefonate, mancati incontri. Che tra di loro c'era qualcosa e che lui fingeva che non fosse così e che lei non poteva accettare più quella situazione.
Lui si spaventò. Sgranò gli occhi come se lo stessero impiccando: in quel momento la sensazione era proprio quella di un cappio al collo.
Ma questa che vuole. Quattro bacetti, un po' di intrattenimento e ora cosa pretende da me? Meglio che la scarico subito.

Le disse “dai Teresa non fare così, che il rapporto tra di noi si rovina”
Lei, rossa in volto senza trattenere la rabbia gli disse “Vai al diavolo!” e si allontanò piangendo.
Sentii che quello era un addio. Che era una rottura definitiva. Lo avverti alla pancia, come quando senti le cose ma senza che ci sia una spiegazione razionale.
In effetti l'indomani quando lei lo chiamò lui smise di risponderle. Le arrivò solo un messaggio in cui lui si scusava dicendole “mi dispiace ma in questo momento ho delle altre priorità nella vita e non ho tempo per nessuna. Addio”.

Teresa non volle credere di essere stata scaricata come Carrie in Sex and The city con un messaggio. Anche se Carrie era stata mollata con un post-it. Ma il senso era identico e la sensazione anche..
E mentre continuava a correre per il Valentino si chiedeva cosa era stato quel mese, cosa aveva vissuto, chi aveva conosciuto?
E si chiedeva cosa fossero i sentimenti, se fossero la forza vera, la forza ed il coraggio di rischiare di abbandonarsi, di rendersi fragili e vulnerabili di fronte alle persone e alle situazioni. Oppure i sentimenti erano una fregatura? Un esporre il fianco ad un potenziale nemico che poteva ferirci e basta?
E mentre si allontanava andando avanti verso la sua vita, si diceva che a volte l'importante quando non si hanno le risposte è di farsi le domande e di farsi quelle giuste.



sabato 20 agosto 2016

Un fiore che è cresciuto sull'asfalto e sul cemento

da Pinterest, Luigi Sgrò







Io all'amore voglio crederci. Voglio credere che ci sia. Così come credo alle persone, così come ho imparato a dare loro fiducia. Ci sono tante forme di amore. Ognuna dice qualcosa di noi o di chi ama.
L'amore di un professore per il suo lavoro, trasmesso attraverso la passione che mette in quello che fa. L'amore per il prossimo, che ci fa ascoltare i problemi degli altri e desiderare di aiutarli davvero a trovare una soluzione.
L'amore è dare, senza aspettarsi nulla in cambio.

L'amore è un salto nel vuoto a cui solo pochi coraggiosi sanno abbandonarsi completamente. E' un fiore che cresce sull'asfalto e sul cemento. E' tutto ciò che ci circonda. E' la carezza di una madre sulla guancia del figlio, la panettiera di turno che ti chiede cosa vuoi tesoro? Senza nemmeno conoscerti. E' il sorriso di una barista mentre ti prepara il primo caffè del lunedì, prima di entrare in ufficio. L'amore ci circonda. E' ciò che siamo, è tutto.

L'amore è voler combattere per quello in cui si crede, portare avanti le proprie idee e difenderle contro tutto e tutti. L'amore è l'abbraccio di un'amica che ti rivede dopo le vacanze, l'amore è uno sguardo di velluto che si posa sul tuo e lo riempie completamente. L'amore è una risata condivisa, una pacca sulla spalla, un come stai durante una giornata difficile.
L'amore è il viaggio di un cuore che riesce ad attraversare distanze spazio temporali. L'amore è quell'energia che ci circonda e ci avvolge, al pensiero di una persona che non c'è o che non c'è più.
L'amore è sapersi avvicinare alle cose in punta di piedi, con moderazione, leggeri leggeri per comprendere e capire le situazioni e le persone, senza giudicare.
Lasciare liberi, lasciare andare rischiando che l'altro possa allontanarsi. L'amore è la mano di un bambino tesa, fiduciosa che vuole essere condotto nel mondo. L'amore è mettere noi stessi in quello che facciamo. Dare un pezzo di noi all'altro, a volte rischiando di perderci un po' o di perderci e basta.
Ecco a tutte queste forme di amore io voglio credere.
Non credo invece alla persona giusta. All'idea di trovare qualcuno assolutamente giusto per noi. Non esistono cose giuste o sbagliate in assoluto. Né tanto meno persone giuste. Non siamo giusti nemmeno per noi stessi. Sbagliamo, siamo incoerenti, cadiamo e proviamo a rialzarci. È questa la vita, è questo amare. L'impegno a rialzarsi, la volontà di stare insieme, la volontà di esserci per qualcuno e di esserci solo e solamente e fino a quando lo si vuole davvero. Credo in un amore relativamente infinito o infinito, ma a tempo determinato. L'amore quello vero resiste, cresce delicato come i petali di un fiore. Resiste perchè e finchè vuole farlo. Nonostante l'asfalto: le brutture, i se, i ma e le distanze nello spazio e nel tempo.
Ad ogni modo sono ancora molto lontana da quel salto nel vuoto. Per ora mi accontento di credere all'idea dell'amore. Perchè bisogna credere in qualcosa e l'amore mi sembra in cima alle cose più belle.

martedì 16 agosto 2016

Inevitabile resa








In questi giorni sto imparando che le forzature non portano da nessuna parte. Se qualcosa deve accadere, avverrà. Qualunque cosa mi aspetti lungo la strada la incontrerò. A volte ci accaniamo dietro alle cose alle persone alle relazioni spingendo forte sull'acceleratore. Allora raggiungiamo il nostro obiettivo, magari arriviamo a quell'inafferrabile cuore che ci si negava. Ma poi magari le cose non vanno. Oppure non vanno come noi vorremmo. E se non vanno è perché non dovevano andare, non era previsto che funzionassero.

C'è sempre un senso in quello che accade, in quello che ci capita.

Non forzare allora. Non marcare la mano, rimani li.

Credo che nell'universo ci sia un senso per le cose. Credo che la vita di ognuno di noi corra come un fiume, lungo il suo letto, su un binario preciso. Questo non significa che non abbiamo alcun potere . Che non abbiamo scelta. Che ci è negata ogni libertà di azione. Ma quando le cose si fanno troppo difficili, quando ci sono troppi ostacoli allora dobbiamo fermarci e aspettare che il vento tiri dalla nostra parte.

A volte vale la pena sedersi un attimo e attendere. A volte dobbiamo smettere di cercare perché quello che ci serve arrivi da noi. Un po' come quando stai cercando le chiavi di casa e non le trovi e ti incaponisci a cercarle in ogni dove e poi le trovi lì ad aspettarti attaccate alla serratura della porta, oppure in borsa dove pensavi di avere già cercato bene e con attenzione.

Forse non è il momento. Forse non è l'attimo giusto. Se qualcosa non arriva nella nostra vita significa che non è il tempo per quella cosa. E allora dobbiamo attraversare quel vuoto, quella mancanza, quell'assenza. Portarla a spasso per le vie del centro, accoglierla nella nostra vita e farci veramente pace. Quando saremo pronti, troveremo quello che stavamo cercando.