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mercoledì 31 agosto 2016

Felicità



Quando ero piccola ero convinta che la felicità fosse quella che era stata insegnata e tramandata di generazione in generazione, a me come a tutte le donne della mia famiglia. Sposarsi, avere dei figli, avere una famiglia insomma. Così, quando incontrai il mio ex, decisi che lui avrebbe fatto parte di quel progetto di vita che sembrava rendere così felici tutti, e che ne avrebbe fatto parte con me. Ma quella era la felicità degli altri, per gli altri (forse). E questo l'ho imparato a mie spese. La realtà dei fatti mi ha dimostrato che quel modello di vita e di felicità per me non andava bene.
C'è a chi basta una famiglia per sentirsi appagato e felice. Albano e Romina cantavano che la felicità è un bicchiere di vino ed un panino. Chissà, forse hanno ragione loro. Si tratta comunque di scelte.

Sarebbe bello se la felicità fosse come il fustino del Dash. Vai al supermercato, ne compri un chilo e poi quando ti serve ne metti un po' sulla macchia e si aggiusta tutto: la macchia va via magicamente. Io direi piuttosto che la felicità è simile ad un abito fatto su misura. Bisogna spenderci tempo, investirci energia e impegno per trovare quello che va bene per noi, quello che sentiamo nostro, che sentiamo simile a noi. Come quei vestiti della domenica, quelli per le occasioni speciali che ci metti magari mesi a trovarli ma che una volta trovati li devi sfoggiare perché tutti lo possano vedere quanto sei felice.

Non critico chi fa della famiglia il proprio obiettivo di vita. Ognuno sceglie l'abito che va bene per se. Ognuno trova il suo modello. E la ricerca è parte della bellezza del concetto di felicità stesso. Da l'idea che è qualcosa che ci spinge, ci muove in avanti, qualcosa di dinamico. 
La mia ricerca continua ogni giorno e nel ricercare ho imparato che la felicità non consiste necessariamente nell'avere una persona accanto. Ho imparato anche che se è vero che molto probabilmente l'essere umano non è stato concepito per rimanere solo, stare con qualcuno per timore della solitudine non è la scelta migliore.

Insomma il mio vestito su misura ancora lo devo trovare, con la consapevolezza che regole non ne esistono: quando troverò l'abito che va bene per me la felicità la stringerò tra le mani, anzi la sentirò sulla pelle e la sfoggerò con la stessa aria tronfia di Albano e Romina quando cantano “Felicità”.

lunedì 22 agosto 2016

Nicotina


da Popsugar Fashion

Teresa correva un piede dietro l'altro dentro alle sue nuove Nike fucsia e arancioni, chiedendosi cosa aveva vissuto in quell'ultimo mese. Ci sono momenti della vita che seppur brevi paiono dilatarsi nel tempo come se fossero anni. E questo succede quando vivi a mille, quando viaggi a una velocità superiore alla media. E lei era una che andava di fretta sempre e da sempre nella vita. Suo padre diceva che lei era frettolosa non aveva mai avuto la pazienza di aspettare. L'attesa per lei era sempre stato tempo perso e sprecato, una specie di vuoto a perdere.
Così Teresa andava indietro nei giorni, polmoni affannati e coda di cavallo. Fasciata nei suoi leggins neri.
Pensava che non vedeva l'ora di stringere la sua Camel light tra le dita, di sentire la nicotina attraversarla, e di espirarne il fumo e con esso un po' del dolore che in quel momento la stava inquinando.
Aveva conosciuto così Federico, un giorno che andando verso l'ufficio prima di una riunione importante, l'aveva visto sulla soglia della tabaccheria di via Lagrange.
È una delle più belle vie di Torino. In centro, piastrelle quadrate di porfido, vetrine di negozi costosi ed eleganti. Sulle sue Louboutin di vernice nera, gonna aderente e camicia bianca Teresa vide quel ragazzone alto ed elegante, quello sguardo stanco e un po' grigio e la pelle bianca e liscia.
Fumava anche lui, tenendo una mano nella tasca dei jeans. Vedendola avvicinarsi e guardandola con l'occhio acceso dal desiderio, Federico le disse :
“Buongiorno” con un sorriso sornione, gettò rapidamente la cicca fuori dalla tabaccheria e si mise dietro il bancone.
Lei notò le pieghe ai lati del sorriso, il tono di voce delicato e quasi femmineo. Decise di entrare. Decise, attratta e agitata per la riunione, che era il momento di ricominciare a fumare.
Un pacchetto di Camel light disse lei, tenendo la banconota tra indice e medio, come se stesse già riprendendo confidenza con la sigaretta.
Lui osservava incuriosito ogni gesto, ogni movimento, la seguiva in ogni singolo dettaglio. Lei si sentiva accarezzata dall'eleganza del suo sguardo, avvolta completamente.
Quando lui le diede il resto le loro dita di toccarono. Pelle liscia lui, mani svelte lei. Uscì di corsa dal negozio senza voltarsi, ma sentendo lo sguardo di lui attraversare la vetrina e accarezzarle il collo.

Uscita dal negozio, reggendo la sua ventiquattr'ore e correndo sul tacco tredici diretta all'ufficio Teresa se ne accese una, inalò quel profumo familiare, quel misto di bruciato, carta, fiammiferi. La avvicinò alle labbra e aspirò con forza. Sentiva il fumo in ogni angolo del suo corpo, una sensazione così piena e totale che non avvertiva da quando Luca, il suo ex, l'aveva costretta a smettere perchè il gusto della sigaretta a lui faceva proprio schifo. A distanza di anni a quel pensiero Teresa scosse la testa, quante cazzate si fanno per amore, no?

La riunione andò bene. Una volta rientrata a casa e lanciate le scarpe a casaccio dopo aver chiuso la porta dietro le spalle Teresa ripensò alle fossette del tabaccaio. All'odore della tabaccheria, un odore di cantina, di umidità, di segreti antichi e di tabacco. Rivide le borse grigie sotto gli occhi, che tradivano notti insonni passate a pensare o a ripensare a chissàchi a chissàcosa. Lo immaginava di notte, a far conti in quell'antro piccolo che stava in via Lagrange, una tabaccheria li da anni ma che lei non aveva mai notato prima.

Il giorno seguente Teresa decise che era ora di un altro pacchetto di sigarette. Rivide il cardigan blu di Federico, anche se era una calda giornata di maggio. Sua madre gli aveva insegnato che bisogna sempre coprirsi ed in tabaccheria la temperatura era molto più bassa di fuori.
“è sempre un piacere vederti” disse Federico, lisciandosi il pizzetto tra indice e pollice.
Teresa sorride, lo fissò occhi negli occhi.
Lui abbassò lo sguardo, intimorito dalla sua decisione, dallo scintillio di energia che lo investiva ognivolta che lei lo guardava.
“Dai non fare il timido, sei troppo elegante per esserlo” disse Teresa
“Troppo elegante” disse lui, fissandosi la punta delle scarpe e voltandosi per prenderle il pacchetto azzurro.
“Sì, un vero elegantone” disse lei. Gli allungò la solita banconota, continuando a guardarlo. Lui la fissò e ora anche gli occhi di lui sorridevano.
“Pensi che un elegantone possa chiedere a una come te di uscire?” disse lui, e un lampo passò attraverso i suoi occhi
“Penso che l' elegantone dovrebbe provare a rischiare con una come me”
Girò i tacchi e uscì dalla tabaccheria.
Teresa si sentiva forte, forte della sua sicurezza e del suo essere decisa. A lavoro ne aveva fatto un marchio di fabbrica. Dirigeva una casa editrice e faceva quello che era stato da sempre il suo sogno nella vita. La sua forza, la sua tempra era un dato di fatto. Era cresciuta senza nessuno, senza conoscere la sua famiglia d'origine. Fino a 18 anni in un orfanotrofio, poi sballottata tra una famiglia adottiva ed un'altra. Finché non aveva conosciuto il suo ex Luca che per lei era diventato tutto. La sua famiglia, il suo unico riferimento. E poi più nulla.
Ma nessuno è mai veramente definibile con un solo colore. Nessuno è solo forte o solo debole. Anche i più forti hanno delle fragilità, magari sono semplicemente nascoste dietro strati e strati di apparente indifferenza. E il cuore di Teresa era grande ma anche molto fragile e sensibile.
Così giorno dopo giorno le Loubotin nere di Teresa passarono più volte in rassegna la tabaccheria di via Lagrange, e il retrobottega della tabaccheria, e la macchina di Federico, e il suo monolocale proprio sopra la tabaccheria.
Un cuore apparentemente forte incontrò un cuore solo apparentemente debole. Così la forza di Teresa si sciolse quando lui per la prima volta cucinò per lei. Lei odiava cucinare. Diceva di essere la testimonial di Quattro salti in padella. Era cresciuta a solitudine e surgelati, e forse a furia di quella cucina pensava di essere riuscita a surgelarsi anche il cuore.
Ma quando ci si trattiene troppo, quando si mettono barriere ai sentimenti per proteggersi da quello che è inevitabile, inevitabilmente le delusioni bruciano ancora di più.

Teresa correva correva, scuotendo la testa come se questo la aiutasse a dimenticare quel mese di magia vissuto con Federico. E mentre correva, un piede dietro l'altro, piangeva e si asciugava frettolosamente le lacrime come a cacciarle via dalla sua mente e dal suo cuore.

Ma non poteva, non ci riusciva. Non riusciva a dimenticare quel pomeriggio che, tornata da una giornata al mare con le amiche, era corsa sulle stesse Nike verso via Lagrange, al pensiero di non poter aspettare di rivederlo. Di rivedere la sciarpa indaco di Federico (che poi una pashmina a maggio era proprio da folli, con il caldo che faceva Torino), di toccare i suoi fianchi morbidi ed accoglienti, respirarne il profumo, strofinare il viso contro il suo cardigan di Ralf Laurent. Quel pomeriggio che lei, responsabile di una casa editrice, sempre stretta nei suoi tailleurs neri correva in shorts per una delle vie più eleganti del centro, fregandosene dei passanti che la fissavano, che guardavano quella matta coi capelli al vento e gli occhi neri andare veloce come il vento, con il cuore e i sentimenti in mano, che correva e non si era mai sentita così viva e così ebbra di vita e di amore (o di qualunque cosa fosse). E voleva correre e al contempo custodire quella sensazione così folle e così intensa che le riempiva il cuore l'anima e gli occhi.
E così ripensò al momento in cui lei lo raggiunse, coda di cavallo e trafelata e lo abbracciò. Un abbraccio lungo, tempo indefinito. Lui, sguardo perso, stupito, forse esterrefatto.

E' proprio persa questa, pensava Federico. Ecco l'ennesima che cade ai miei piedi. Eccheppalle. Tutte uguali 'ste donne. Due moine due complimenti e anche la più algida delle algide perde totalmente la testa per me.
Ma lo sguardo di Federico non tradiva nulla di tutto questo. O forse Teresa era troppo presa dal suo cuore per accorgersi che era tutto a senso unico.
Col tempo le chiamate di lui si diradarono, così come i messaggi. Lui divenne sempre più vago e lei sempre più coinvolta.

Teresa piangeva, il rumore delle foglie del parco sotto il suo passo scattante. Continuando a pensare a quanto era stata stupida e cieca e assolutamente e immotivatamente folle. A credere a tanta eleganza, a crederlo l'uomo perfetto, solo in virtù della sua spiccata sensibilità e morbidezza nei modi. Scuoteva la testa, perchè non sapeva chi era quell'uomo così dolce e così incredibilmente indifferente.

Allo scadere del mese lei gli fece una sceneggiata, una di quelle in stile napoletano, teatrale e rumorosa. Gli disse che non ne poteva più dei suoi “magari ci vediamo”, del “ti chiamo io” che poi finivano in mancate telefonate, mancati incontri. Che tra di loro c'era qualcosa e che lui fingeva che non fosse così e che lei non poteva accettare più quella situazione.
Lui si spaventò. Sgranò gli occhi come se lo stessero impiccando: in quel momento la sensazione era proprio quella di un cappio al collo.
Ma questa che vuole. Quattro bacetti, un po' di intrattenimento e ora cosa pretende da me? Meglio che la scarico subito.

Le disse “dai Teresa non fare così, che il rapporto tra di noi si rovina”
Lei, rossa in volto senza trattenere la rabbia gli disse “Vai al diavolo!” e si allontanò piangendo.
Sentii che quello era un addio. Che era una rottura definitiva. Lo avverti alla pancia, come quando senti le cose ma senza che ci sia una spiegazione razionale.
In effetti l'indomani quando lei lo chiamò lui smise di risponderle. Le arrivò solo un messaggio in cui lui si scusava dicendole “mi dispiace ma in questo momento ho delle altre priorità nella vita e non ho tempo per nessuna. Addio”.

Teresa non volle credere di essere stata scaricata come Carrie in Sex and The city con un messaggio. Anche se Carrie era stata mollata con un post-it. Ma il senso era identico e la sensazione anche..
E mentre continuava a correre per il Valentino si chiedeva cosa era stato quel mese, cosa aveva vissuto, chi aveva conosciuto?
E si chiedeva cosa fossero i sentimenti, se fossero la forza vera, la forza ed il coraggio di rischiare di abbandonarsi, di rendersi fragili e vulnerabili di fronte alle persone e alle situazioni. Oppure i sentimenti erano una fregatura? Un esporre il fianco ad un potenziale nemico che poteva ferirci e basta?
E mentre si allontanava andando avanti verso la sua vita, si diceva che a volte l'importante quando non si hanno le risposte è di farsi le domande e di farsi quelle giuste.



sabato 20 agosto 2016

Un fiore che è cresciuto sull'asfalto e sul cemento

da Pinterest, Luigi Sgrò







Io all'amore voglio crederci. Voglio credere che ci sia. Così come credo alle persone, così come ho imparato a dare loro fiducia. Ci sono tante forme di amore. Ognuna dice qualcosa di noi o di chi ama.
L'amore di un professore per il suo lavoro, trasmesso attraverso la passione che mette in quello che fa. L'amore per il prossimo, che ci fa ascoltare i problemi degli altri e desiderare di aiutarli davvero a trovare una soluzione.
L'amore è dare, senza aspettarsi nulla in cambio.

L'amore è un salto nel vuoto a cui solo pochi coraggiosi sanno abbandonarsi completamente. E' un fiore che cresce sull'asfalto e sul cemento. E' tutto ciò che ci circonda. E' la carezza di una madre sulla guancia del figlio, la panettiera di turno che ti chiede cosa vuoi tesoro? Senza nemmeno conoscerti. E' il sorriso di una barista mentre ti prepara il primo caffè del lunedì, prima di entrare in ufficio. L'amore ci circonda. E' ciò che siamo, è tutto.

L'amore è voler combattere per quello in cui si crede, portare avanti le proprie idee e difenderle contro tutto e tutti. L'amore è l'abbraccio di un'amica che ti rivede dopo le vacanze, l'amore è uno sguardo di velluto che si posa sul tuo e lo riempie completamente. L'amore è una risata condivisa, una pacca sulla spalla, un come stai durante una giornata difficile.
L'amore è il viaggio di un cuore che riesce ad attraversare distanze spazio temporali. L'amore è quell'energia che ci circonda e ci avvolge, al pensiero di una persona che non c'è o che non c'è più.
L'amore è sapersi avvicinare alle cose in punta di piedi, con moderazione, leggeri leggeri per comprendere e capire le situazioni e le persone, senza giudicare.
Lasciare liberi, lasciare andare rischiando che l'altro possa allontanarsi. L'amore è la mano di un bambino tesa, fiduciosa che vuole essere condotto nel mondo. L'amore è mettere noi stessi in quello che facciamo. Dare un pezzo di noi all'altro, a volte rischiando di perderci un po' o di perderci e basta.
Ecco a tutte queste forme di amore io voglio credere.
Non credo invece alla persona giusta. All'idea di trovare qualcuno assolutamente giusto per noi. Non esistono cose giuste o sbagliate in assoluto. Né tanto meno persone giuste. Non siamo giusti nemmeno per noi stessi. Sbagliamo, siamo incoerenti, cadiamo e proviamo a rialzarci. È questa la vita, è questo amare. L'impegno a rialzarsi, la volontà di stare insieme, la volontà di esserci per qualcuno e di esserci solo e solamente e fino a quando lo si vuole davvero. Credo in un amore relativamente infinito o infinito, ma a tempo determinato. L'amore quello vero resiste, cresce delicato come i petali di un fiore. Resiste perchè e finchè vuole farlo. Nonostante l'asfalto: le brutture, i se, i ma e le distanze nello spazio e nel tempo.
Ad ogni modo sono ancora molto lontana da quel salto nel vuoto. Per ora mi accontento di credere all'idea dell'amore. Perchè bisogna credere in qualcosa e l'amore mi sembra in cima alle cose più belle.

martedì 16 agosto 2016

Inevitabile resa








In questi giorni sto imparando che le forzature non portano da nessuna parte. Se qualcosa deve accadere, avverrà. Qualunque cosa mi aspetti lungo la strada la incontrerò. A volte ci accaniamo dietro alle cose alle persone alle relazioni spingendo forte sull'acceleratore. Allora raggiungiamo il nostro obiettivo, magari arriviamo a quell'inafferrabile cuore che ci si negava. Ma poi magari le cose non vanno. Oppure non vanno come noi vorremmo. E se non vanno è perché non dovevano andare, non era previsto che funzionassero.

C'è sempre un senso in quello che accade, in quello che ci capita.

Non forzare allora. Non marcare la mano, rimani li.

Credo che nell'universo ci sia un senso per le cose. Credo che la vita di ognuno di noi corra come un fiume, lungo il suo letto, su un binario preciso. Questo non significa che non abbiamo alcun potere . Che non abbiamo scelta. Che ci è negata ogni libertà di azione. Ma quando le cose si fanno troppo difficili, quando ci sono troppi ostacoli allora dobbiamo fermarci e aspettare che il vento tiri dalla nostra parte.

A volte vale la pena sedersi un attimo e attendere. A volte dobbiamo smettere di cercare perché quello che ci serve arrivi da noi. Un po' come quando stai cercando le chiavi di casa e non le trovi e ti incaponisci a cercarle in ogni dove e poi le trovi lì ad aspettarti attaccate alla serratura della porta, oppure in borsa dove pensavi di avere già cercato bene e con attenzione.

Forse non è il momento. Forse non è l'attimo giusto. Se qualcosa non arriva nella nostra vita significa che non è il tempo per quella cosa. E allora dobbiamo attraversare quel vuoto, quella mancanza, quell'assenza. Portarla a spasso per le vie del centro, accoglierla nella nostra vita e farci veramente pace. Quando saremo pronti, troveremo quello che stavamo cercando.

venerdì 12 agosto 2016

Donne du du du ...

 
 

Nell'ultimo viaggio che ho fatto ho avuto modo di avvicinarmi a molte donne. E incontrarle da vicino e conoscerne un pezzo di vita mi ha consentito di fare una serie di riflessioni sulla categoria a cui appartengo.
Ho incontrato donne molto forti, ma forti lo siamo quasi tutte. La forza forse è quasi una qualità intrinseca di chi ha la giusta quantità di estrogeni. Forti lo siamo sempre, differiamo forse solo nella percentuale di forza e nel modo in cui la esercitiamo.

C'erano donne sole e fiere della libertà conquistata. Donne reduci da un amore finito. Donne asciugate dal tempo e dalla vita ma forti e tenaci come i rami di un albero, sempre li, pronte a resistere ad ogni intemperie. Donne pronte a difendere il loro amore, di fronte a tutto e tutti. Donne bellissime che della propria bellezza han fatto un trofeo da mostrare con fierezza ed orgoglio. Donne sagge, dopo tanti errori (forse) commessi. Donne equilibrate e terrene, punti di riferimento veri come fari nella notte. Donne con un cuore grande così, disposte a perderne un pezzo per un amore impossibile. Donne che dalla battaglia sono riuscite a tirarsi fuori quando hanno capito che per vincere forse avrebbero dovuto rinunciare a se stesse. Donne che seppure nelle difficoltà sono andate avanti senza smettere mai di sorridere e di volersi divertire.
Ecco noi siamo questo. Un conflitto costante, un'incognita (cromosoma xx: in realtà forse due) un ormone vivente ed in tutto questo la vera forza sta nel non rinunciare a ridere e a scherzare, solo perchè la vita è stata un po' severa con noi.

Una cosa però dagli uomini le donne la dovrebbero imparare: la forza vera è l'unione.
Le donne insieme possono raggiungere grandi obiettivi. Ma solo se non iniziano una competizione per paura di non essere come qualcun'altra, se accettano che le differenze sono un vantaggio, non una minaccia per il proprio valore. Accettando la sfida, la competizione sana, quella che porta a volersi migliorare, a trovare un'ispirazione positiva per il cambiamento, osservando chi eccelle in qualcosa in cui si è carenti si può evolvere e far diventare un punto di forza la diversità.