venerdì 8 dicembre 2017

Come sarò da grande

Quando sarò grande voglio essere come Mara Maionchi. Una che dice sempre quel che pensa, anche se questo significa spesso essere la voce fuori dal coro, l'elemento dissonante, incapace di adeguarsi.
Mara, classe '41 del segno del Toro: pragmatica, schietta, che cammina sempre a testa alta. Una che fa la discografica e che a sessant'anni suonati indossa la giacca di pelle nera con le borchie. Una che è sempre fedele a se stessa e che dopo i palcoscenici poi ha una vita assolutamente normale. Una che ha saputo conciliare sogni e realtà. Un infanzia normale come quella di molte persone. Una che ha fatto molta strada prima di trovare la sua ma poi quando l'ha imboccata, finalmente, non ha sbagliato un colpo. Una che fa la nonna ma indossa gli orecchini a forma di viti. Un connubio eccezionale di talento e normalità perché si può essere assolutamente unici e geniali conducendo una vita normalissima.

Wine Nest

Il posto di cui vi parlo si chiama Wine nest, che significa il nido del vino. Sarà perché è un wine bar piccolino e un pò nascosto dal traffico di Torino, in una zona lontana dal centro, sarà per il clima caldo e familiare che si respira, sarà perché il titolare ti fa un pò pensare a Mario di "Certe notti" di Ligabue: uno a cui potresti raccontare tutto. Le pareti sono color vinaccia ad anticipare che qui potete trovare dei vini per tutti i gusti. Il proprietario sa consigliarti cosa bere se sei indeciso ma anche lasciarti scegliere senza alcuna fretta. È un posto radical chic, al centro del locale una moto che inneggia ai Diari della motocicletta. Come fare un viaggio, seduti comodamente al tavolo della vineria sorseggiando un Grignolino o magari un Lambrusco.
In settimana ci sono moltissime serate con apericena : la cucina è ottima e la cuoca fa una crostata eccezionale.
Spesso oltre al vino in tarda serata potrete gustare un buon tè marocchino, nei bicchieri di vetro tutti colorati e arabeggianti.
Un posto che consiglio a chi ama il vino, a chi ama mangiare e mangiare bene, a chi apprezza i posticini intimi e familiari dove sentirsi come quando si cena in compagnia di vecchi amici.

Dove trovare tutto questo? 

In via Polonghera 57.

giovedì 7 dicembre 2017

Via stampatori

Passando per via Garibaldi e svoltando in via stampatori mi sono imbattuta in una corte di come quelle che nascevano nel rinascimento. Li, all'interno di una palazzina del 17°secolo, nell'angolo destro dietro una vetrata di forma semicircolare ho scoperto questo piccolo bijoux. Un negozio di profumi che sembra volutamente nascosto, come un segreto tra amanti,  come un' inconfessabile verità, come una gemma in fondo al mare. Il negozio è oltretutto piccino picciò il che contribuisce a renderlo affascinante in maniera affatto originale. E dietro questa vetrata in ferro battuto un mondo di profumi. Profumi leggeri che sanno di ambra, di viole, di castagne e di fico. Oppure profumi personali venduti dentro scrigni di stoffa dalle fantasie orientaleggianti. Tutto con ingredienti naturali e realizzati in Italia. Troverete anche candele profumate ed essenze. I prezzi? Non così cari come la location farebbe supporre. Il posto vale la pena anche solo per curiosare un pò, per rimanere incantati da questo scrigno di trasparenze profumate, per farsi accattivare dalle fragranze esclusive che potrete trovare.
Il posto si chiama via Stampatori e indovinate dove si trova? Alla stessa via al civico 4.

martedì 5 dicembre 2017

Nora books and coffee

Un altro posto vivamente consigliato. Per leggere, per fare quattro chiacchiere con la barista, per comprare libri, vini e miele pregiatissimo. Sentirsi a casa accomodandosi sul divanetto, in un posto senza discriminazioni di nessun tipo. Caffè alla cicoria, infusi e cibi bio ma anche alcolici e snack salati. Venite qui a rilassarvi un pò davanti ad una cioccolata calda,a farvi coccolare dall'aria natalizia e dalle lucine in vetrina, a farvi conquistare dal clima amichevole che si respira . Un posto per intellettuali, per chi si approccia guardingo ai libri e per chi non sa cosa aspettarsi e ha voglia di essere sorpreso. WiFi gratis e prezzi ottimi. E se vi avvicinate al bancone in un barattolo troverete una sorpresa. Quale? Scopritelo andandoci.

In via delle Orfane 24/d.

domenica 3 dicembre 2017

Farsi passare la Luna's torta

Eccolo qui un altro posto di Torino che consiglio. Il posto dove bere una tisana o una cioccolata calda, accompagnati da brioches o una fetta di torta. Non a caso il posto si chiama Luna's torta (via Belfiore 50). Anche se è un nome ereditato dall'attuale proprietaria in realtà le torte la fanno da protagonista. Grano saraceno, noci, marmellata, dolci alla banana.
Il locale è pieno zeppo di libri: odora di cultura e corteccia di alberi. Divanetti comodi comodi, tavolini bassi e tavoli quadrati e trasparenti : per chi ha voglia di rilassarsi, per chi ha voglia di assaggiare qualcosa di buono mentre sfoglia un quotidiano, per chi ha voglia di raccontarsi con gli amici. Questa torteria speciale ospita eventi culturali come letture di libri e di poesie, piccoli concerti e spettacoli di cabaret. E ti senti coccolato tra i cuscini colorati e le poltroncine morbide che ti avvolgono.
Il personale è molto cortese e simpatico pronto a toglierti il broncio con un brunch che si fa ricordare: assaggi salati o assaggi dolci più una spremuta a sei euro.
Il posto perfetto per un inverno freddo come quello di Torino: per farsi passare i momenti di luna storta, come dice il nome, ma non solo quelli!

sabato 25 novembre 2017

Cara J.

Cara Jennifer. Che forse ti sei scordata un pò di te, dietro a quei capelli biondi e quel sorriso. Dietro quegli occhi chiari chiari, pieni di "non detti". Non dimenticarti di te. Che dietro alle merende, dietro ai viaggi in treno, dietro alle candeline dei compleanni ci sei sempre tu. Sempre tu con la tua risata facile, con le matite colorate ed il liceo artistico. Sempre tu e i tuoi quadri di Klimt. E dove sei dove sei finita a volte me lo chiedo e non mi rispondo. Quella lì che rideva per un nulla qualsiasi. Quella che ballava davanti allo specchio le canzoni di Madonna in playback. Quella che guardava Beautiful e ogni tanto leggeva Coelho. Quella che mi veniva a prendere a scuola. La mia mamma numero due, cresciuta forse troppo in fretta suo malgrado. Ricordati del mascara e dello smalto sulle unghie, ricordati di vivere anche un pò per te ogni tanto. Ricordati che la vita è un ' altalena e che a volte a ridere basta davvero poco. Ricordati di te. Ricordati di noi. E guardami. Guarda la tua quasi figlia imperfetta che ti cerca e vuole solo un abbraccio, un abbraccio grande quanto lo spazio che ci separa, mio malgrado. E ricordati che hai diritto ai segreti, hai diritto alla tua fetta di leggerezza e che se vuoi puoi dividerla con me.

domenica 29 ottobre 2017

Palermo secondo me

Palermo è una città rumorosa. Un posto che si fa sentire. Con il traffico, le auto incolonnate, gli autisti di pullman con una pazienza infinita ad aspettare che gli incroci si rendano liberi. Una città multietnica pakistani, indiani, africani a riempire negozi di alimentari e in giro per il mercato di Ballarò. Palermo sono i bidoni dell'immondizia che si riempiono di giorno e magicamente si svuotano ogni notte, a Palermo si mangiano arancine e pane e panelle e tutte le strade sanno di pane abbrustolito.
A Palermo le persone sono come le vedi, sono sostanza e nella maggior parte dei casi zero convenevoli. E tutti ti vogliono aiutare con le loro indicazioni disordinate, poco sintetiche e trafficate anch'esse.
Palermo è una città che ha visto molti cambiamenti. Una città che ha visto moltissimi passaggi. Una città che è stata ricostruita un sacco di volte in cui tutto sembra provvisorio, nulla è come era in origine. Una città bellissima, dove la bellezza si nasconde dietro la decadenza. Dove puoi trovare palazzi nuovi e ordinati accanto ad altri che conservano un'ombra di bellezza, un battito di ciglia, un filo di trucco. Palermo è una cadenza che ti acchiappa, ti strattona un pò e non ti lascia mai. È il cameriere che ti racconta il menu come se fosse un segreto inconfessabile, è la cassiera che ti chiede impettita se hai la tessera "mizzica" come se fosse la cosa più seria e scontata del mondo. Sono i dolci dalle porzioni stratosferiche. È farsi il bagno nel mare di Mondello a fine ottobre. Palermo sono le mille facce dai mille colori che ne popolano le strade. Palermo è l'orgoglio di essere siciliani. Sono le scritte in dialetto per dire "spingere la porta" (in siciliano "ammuttari"). Sono i cartelli sui negozi che ti dicono di chiedere di "Alfio". Sono i ragazzini che vanno al bar chiedono un bicchiere d'acqua al barista senza nemmeno chiedere e senza ringraziare. Palermo è la città dove non chiedi permesso ma dove sei sempre onesto. Ma più di ogni altra cosa Palermo è molto di più di quello che da a vedere. Un posto che potrebbe essere grandioso ma che, almeno per ora, preferisce semplicemente essere grande.

venerdì 20 ottobre 2017

Angeli

Ci sono persone che ti cambiano per sempre. Passano attraverso la tua vita, ti tendono una mano e quando la afferri e lasci che ti asciughino le lacrime ti guardi allo specchio e non sei più la stessa. E la vita può fare giri immensi ma il cuore rimane sempre li, tra quelle ali di angelo che ti sono state vicino. E chi ti aiuta quando la vita si fa dura ed il cuore ti è andato in pezzi non te lo scordi più. E un pezzo del tuo cuore sarà sempre in mano a quell'angelo. Perché asciugandoti le lacrime un pezzo di quell'amore è passato attraverso di te cambiandoti per sempre e cambiando il tuo angelo per sempre.

lunedì 2 ottobre 2017

Edizioni limitate: Profumeria San Federico

Esiste un piccolo scrigno profumato proprio sotto i portici di via Roma ad un passo dal cinema Lux, nella galleria San Federico. Sembra di entrare in una farmacia antica con tutti i medicinali disposti perfettamente in fila sugli scaffali. Ma invece sono oggetti preziosissimi. Il personale è molto preparato e trasmette la sua passione per i profumi anche ai neofiti.
Mi spiegano che per arrivare a realizzare una fragranza ci sono tantissimi aspetti da considerare, non semplicemente l'abbinamento delle essenze ma ci sono nasi che studiano anni come comporre le profumazioni. Il maestro profumiere oltre che artista è un chimico: sa come arrivare ad un risultato partendo dalla combinazione di elementi. Qui si vendono brand di nicchia.
Mentre sono nel negozio suona una cliente. La signora molto elegante si reca tutti i giorni al negozio per una spruzzata di un profumo di cui all'anno se ne producono pochi pezzi e distribuiti solo in determinati capoluoghi italiani. Il profumo è in produzione al momento ed è studiato nel minimo dettaglio: dalla scelta degli ingredienti (dei fiori di vaniglia che arrivano da Haiti) alla realizzazione. Il produttore è un uomo francese ricchissimo che realizza profumi per diletto. Il profumo qui è quasi un marchio di fabbrica, come dire al mondo che chi lo indossa è in edizione limitata (come la fragranza stessa). Dopo la sua spruzzatina settimanale in attesa che le arrivi il suo profumo la signora gira i tacchi e se ne va via con la sua Chanel. In questa profumeria potete trovare anche balsami per labbra, shampoo in confezioni di alluminio, profumi solidi in confezioni simili a mini trousse, dentifrici profumatissimi. Insomma è il posto giusto per sentirsi unici e irripetibili: costi non accessibili a tutti ma la qualità paga. Da provare!

sabato 30 settembre 2017

Un cuore francese a Torino: Si-Vu-Plè

Esiste un piccolo angolo di Francia a Torino che si chiama Si-vu-Plè nel cuore di San Salvario (via Berthollet 11, Torino). Un posto con un nome delicato e cortese, educato. In francese vuol dire "per favore". È un posto in cui entrare in punta di piedi senza fare rumore che ti sa colpire con la sua aria fresca ed elegante. All'interno fa capolino la scritta " bonheur" (felicità) scritta con il gessetto bianco su una superficie nera fatta a cuore. Come a dire che la felicità è sempre a forma di cuore. Dentro tavoli piccoli e quadrati che ti fanno sentire in un bistrot parigino raffinato ed esclusivo. Accanto a questi anche tavoli più grandi per incontrare magari qualche sconosciuto, parlare del più e del meno mentre bevi un caffè o un bicchiere di vino. Prezzi onestissimi. Formaggi francesi e marmellate in barattoli piccini piccini. Grandi vetrate su un ambiente fatto di legno. Un tocco di lilla qui e là che ti fa pensare alle distese di lavanda in Provenza. Giornali da leggere mentre sorseggi un tè o fai merenda con un vasetto di yogurt.
Corsi di lingua organizzati da una delle due ragazze che lavorano al locale che si tengono alla Casa del Quartiere. Infatti la padrona di casa arriva dalla Francia. Le chiedo: "che ci fa una francese a Torino?" mi risponde "è l'amore". Dev'essere proprio così allora, che la vera felicità sta nel posto dove abita il cuore.

martedì 26 settembre 2017

Come dalla nonna: Baz

Esiste un baruccio proprio all'angolo di Torino che ho scoperto qualche settimana fa. Ti affascinano i colori brillanti che ne contraddistinguono il nome. Si chiama Baz (via Giovanni Somis 13 a Torino). È un posto speciale. Ti sembra di essere un po' all'Ikea con le sue scritte geometriche e coloratissime, un pò in Francia con questo look che sa di lavanda e legno chiaro e infine anche un pò a casa della nonna. Sedie di legno colorate con il colore un pò saltato negli angoli, lampade fatte di trasparenze colorate e tondeggianti che fanno pensare ai lampadari dei primi anni '80. Il telefono a disco, che non si usa più. Scritte ordinate e dal tratto netto e pulito che indicano tutti i prezzi, pareti bianche pulitissime e soprattutto la qualità dei prodotti. Focacce bianche o integrali ad un euro. Tutti i prezzi indicati con precisione e chiarezza sulla vetrina interna.
Un tavolo per i bambini con i pennarelli. Giornali disposti in maniera ordinatissima per gli adulti.
È come fare un salto nel passato, un passato caldo e familiare. Come la focaccia di cappuccetto rosso preparata per la nonna. Qui ti sembra di stare a casa. La gentilezza del personale che sa accoglierti con un sorriso timido e discreto. I materiali semplici e puliti. Tutti vetri colori e cose che ti fanno pensare ai sabati pomeriggio passati a casa della nonna davanti alla TV. Un posto dove tutto sembra casuale ma non lo è affatto. Ah! Dettaglio da non trascurare. Acqua a volontà e gratis. Un posto per tutti e, quel che è meglio, per tutte le tasche.

giovedì 24 agosto 2017

10 consigli per coltivare la felicità

Tempo fa avevo tappezzato alcuni posti di Torino che mi piacciono molto con dei biglietti. Erano le mie personali regole della felicità.

Se ve le siete perse, eccole qui!

LE DIECI REGOLE DELLA FELICITÀ

1. Coltiva dei piccoli momenti di ribellione

2. Non dimenticarti degli amici e coltiva i tuoi interessi

3. Credi in te stesso ed in ciò che fai

4. Cosa desideri veramente?vai a prendertelo

5. Corri dei rischi

6. Pensare al problema non risolve il problema: esci e distraiti!

7. Ogni giorno trova almeno tre motivi per essere felice

8. Corri a conoscere il mondo 

9. Fai qualcosa di concreto per aiutare gli altri

10. Perdona

martedì 22 agosto 2017

Fino alle nuvole

La scorsa settimana ho fatto un percorso di 3 ore e mezzo circa in montagna, sei ore circa andata e ritorno. Dal nulla sono arrivata ad un'altezza di più di 2000 metri. Ho comprato le scarpe da trekking e via. Pensavo che non ce l'avrei fatta quando mi hanno detto che la meta stava talmente in alto da sembrare sulla sommità delle nuvole, avevo la tentazione di rinunciare, di tornare a casa.

Invece sono rimasta lì. Ho cominciato ad andare, con i miei compagni di viaggio. E mentre camminavo, stanca per la salita e con il timore di non riuscire ad arrivare alla fine, mi sono chiesta quante volte nella vita si pensa di non farcela. Ci scoraggiano le salite, la stanchezza, le difficoltà. A volte più di tutto ci scoraggia l'idea di non riuscire. E invece riuscissimo?

Continuavo a camminare, mi accorgevo di potercela fare. Salivo più in alto e poi ancora più in alto. Volevo arrivare.

 

Capivo che era quello il modo di affrontare le cose. Incominciando. Mettendosi in cammino. Accettando la verità assoluta che i momenti più bui e difficili, quelli che ci fanno sentire soli ed incompresi siano la possibilità di cambiare, di imparare. Accettare che siano le difficoltà i nostri veri maestri di vita. Che se ci si sente stretti in un angolo, dobbiamo trovare il modo di modellarci a quell'angolo per stare comodi: non perché le difficoltà vadano sempre assecondate passivamente, ma perché abbiamo tutti  una capacità di adattamento e una determinazione superiore a quanto immaginiamo: siamo sempre più forti di quanto crediamo di essere. E se pensiamo ai periodi più brutti che abbiamo vissuto, che ci siamo lasciati dietro le spalle possiamo avere la certezza che ce l'abbiamo sempre fatta.

Così ho camminato. Nonostante il caldo, nonostante l'altezza, nonostante l'aria stesse diventando talmente sottile che mi girava la testa, nonostante i miei compagni di viaggio fossero più veloci di me, nonostante ad un certo punto mi sembrava di non vedere la meta e che non sarei mai arrivata. Non mi sono arresa. Ho avuto fiducia. Ho camminato, seguendo i miei tempi e i miei ritmi.

Se stai passando un brutto momento, se hai paura di qualcosa, comincia da lì. Fidati della tua paura prendila per mano e mettiti in cammino. E mentre cammini ogni tanto fermati a guardare tutta la strada che ti ha portato dove sei adesso. Fermati ad ammirare il paesaggio. Quella strada parla di te. Dice che ce la puoi fare sempre e quando questo momento sarà finito sarai più forte di prima. 

lunedì 31 luglio 2017

Assenzio


Si conobbero in un locale che si chiamava Assenzio, ai piedi della Mole. Chi crede nei segni avrebbe detto che certamente il nome del locale preannunciava qualcosa su come gli eventi si sarebbero evoluti.  Beatrice detta Bice indossava un vestito a pois leggerissimo quasi impalpabile e Sergio, al suo solito, era vestito in total black.
“Non puoi bere una birra tesoro, sei così elegante con quelle gambe da Kate Moss” disse Sergio, Guardandola con un sorriso un po’ ebete.
Bice sorrise alla vista dei bicipiti che sporgevano dalla t-shirt di Sergio. Si sentiva lusingata dalle parole di quello sconosciuto, lei che era sempre stata abituata a nascondersi e a mettersi in un cantuccio. Una famiglia numerosa, una madre assente:  lei aveva incanalato tutta la sua tristezza ed energia negli studi. Quando la madre arrivava a casa arrabbiata lei si chiudeva nella sua stanzetta a studiare, a guardare video su Youtube. Si nascondeva dal mondo e dalla vita, faceva finta che sua madre non esistesse.
“E cosa dovrei bere?” disse Bice, gote rosse per l’imbarazzo.
“Con il tuo incarnato vedrei bene uno Chardonnay” disse Sergio, fissandola a lungo negli occhi.
E così nacque quest’amore fatto di sorrisi, sguardi. Parole non dette, baci mai dati. Eppure si volevano. Lei amava la sua eleganza, il suo gusto per la moda e lo stile e lui amava il fatto che lei lo assecondasse.
Entrambi venivano da famiglie complicate. La madre di Sergio era una donna incomprensibile, con cui lui non era mai riuscita ad avere un vero rapporto.  Era grossolana e rumorosa, come la definiva lui. Lui che amava gli equilibri, le armonie non poteva accettare di avere una madre cosi grassa e rozza che non riusciva a mettere due parole insieme per formare una frase.
“Mamma, possibile che devi sempre cantare Gigi D’Alessio quando lavoro?” disse Sergio, brandendo la sua matita in mano ed agitandola sotto il naso della madre.
“Sai come si dice dalle mie parti, tesoro?” disse Rina, la madre di Sergio:  “canta che ti passa”
“ E che mi deve passare mamma?  Che mi deve passare?” disse Sergio, stringendo tutte le dita attorno al pollice.

“Sto disegnando la mia collezione, lo sai che devo concentrarmi” disse Sergio, infilandosi la matita dietro l’orecchio.

“ E vabbene tesoro. Senti ma la tua ragazza cosa dice del tuo sogno di diventare uno stilista?”
“La mia ragazza?”
“Sì, quella slavata li, quella Bice, Berenice come si chiama”
“Beatrice mamma, si chiama Beatrice. E non la chiamare slavata che mi fai fare sempre delle figure!”
“Eh. Allora che dice?”
“Dice che non vede l’ora di vedere la mia collezione e che vorrebbe che disegnassi un abito per lei”
“Ecchebello tesoro mio! È un po’ magrina per te, con tutte quelle ossa sulla schiena. Agli uomini un po’ di ciccia piace”e scosse il petto, come avrebbe fatto Marisa Laurito.
“Mamma, Bice è di una bellezza sopra la media. Mica è dozzinale come tutte le ragazze che ci sono lì fuori”
Sua madre non capiva il suo estro, Sergio si sentiva totalmente incompreso.
“E me la fai conoscere?”
“Mamma, siamo solo amici e smettila” disse Sergio girando i tacchi velocemente ed andandosi a nascondere in camera sua a terminare il vestito per Bice.
E intanto Bice pensava a Sergio. Ai suoi denti bianchi, agli occhi scuri e penetranti, a come si sentiva capita da lui, a quanto volesse andarsene da casa di sua madre, una donna triste e arrabbiata con il mondo da sempre.
E sognava una famiglia con Sergio, una casa in campagna con un labrador e una staccionata bianca. E gli occhi le si riempivano di lacrime.
Ma Sergio nascondeva un turbamento. Un segreto.  Non aveva mai avuto una ragazza e a scuola i bambini lo prendevano in giro perché giocava con le bambole.  Così era cresciuto soffocando i suoi sentimenti e trovando uno sfogo nella moda e nell’accostare tessuti colori e fantasie.
Una sera Sergio volle portarla a vedere Pretty Woman.
“Richard Gere è perfetto e tu sei bella come Julia Roberts” disse Sergio con un sorriso a trentadue denti.
“Baciami Sergio” disse Bice, accarezzandogli il viso.
Sergio si avvicinò, ma al pensiero di baciarla gli salì un conato e vomitò. Corse via, spaventato da quel momento e andò a casa. Si sentiva turbato e scosso e non capiva bene il perché. Bice era così bella, con quella pelle diafana e gli occhi verdi come le fronde degli alberi. La immaginava sfilare per lui, con il suo sorriso da Gioconda, accompagnarlo alle sfilate, agli eventi mondani.
Bice si sentiva sola e rifiutata, si sentiva schernita. Si sentiva come quando Paolo della 3^G aveva letto il suo diario davanti a tutti i compagni di classe rivelando il giorno in cui le era venuto il ciclo. Sentiva che Sergio l’aveva presa in giro, sentiva che non valeva nulla, come le aveva sempre ripetuto sua madre.  Sentiva che dopo suo padre che li aveva abbandonati quando lei era molto piccola, anche Sergio la stava abbandonando. Allora andò in bagno, e bevve della candeggina.
Così dormirò per sempre. 
Quando si risvegliò Bice vide gli occhi azzurri di un infermiere che la fissavano.
“Sta bene signorina?” disse lui
“oh sì" disse Bice, toccando il polso dell’infermiere.
Quando Sergio andò a trovarla, Bice lo guardava distrattamente. Continuava a fissare Mario, l’infermiere. Anche Sergio lo fissava, sentendosi stranamente emozionato ogni volta che il ragazzo entrava nella stanza.
“Ma che hai combinato tesoro?”
Bice continuava a guardare per terra, non riusciva a parlare. Un po’ si vergognava, un po’ era arrabbiata con Sergio che l’aveva rifiutata.
Sergio le prese le mani e si avvicinò al letto. “Beatrice guardami”
Beatrice orientò i suoi grandi occhi verdi su Sergio, arrossì. “ Tu vali tesoro mio. Sei bella. Con quegli occhi da gatto e le dita affusolate, delle ciglia da fare invidia a Liz Taylor. Ma che combini amore mio?” Sergio si mise a posto il ciuffo come avrebbe fatto Vittorio Sgarbi.
“Prendi la tua vita e fanne un’opera d’arte”.
“Sergio, io voglio una famiglia con te. Voglio dei bambini ed una casa in campagna. Ma se non sei disposto a darmi quello che desidero, esci dalla mia vita per sempre”.
Sergio la guardò smarrito, come si guarda un quadro maestoso e solenne.  Cogliendone la bellezza ma anche la lontananza.  Sentiva che quella non era la sua strada.  Non sapeva in che direzione si muovesse la sua vita ma non poteva essere quella che Bice desiderava.
Uscì dalla stanza di ospedale, senza dire una parola. Bice si girò verso la finestra e cominciò a piangere. Piangeva perché un altro uomo usciva dalla sua vita, perché si sentiva sciocca ad aver creduto che Sergio potesse amarla. Non era bella abbastanza? Pianse perché si sentii ancora una volta sola e abbandonata da tutti. Come se il mondo intero la rifiutasse.
In quel momento entrò Mario a portare il pranzo dell’ospedale:  pasta in bianco e purè e la aiutò a mangiare. Mario la guardò mangiare smarrita e persa tra le lacrime. La imboccò e le accarezzò il viso. Lei gli chiese se gli piaceva la moda lui le disse che quelle erano cose da femminucce.
Qualche giorno dopo Beatrice ricevette una  lettera.
“Beatrice cara, non posso darti la felicità che stai cercando. Sento che la mia strada è altrove. Non sai quanto mi costi dover rinunciare a te, mia mamma è così affezionata ai tuoi occhioni da gatta. Eppure devo seguire i miei sogni e diventare uno stilista famoso.  Parto domani per New York, per andare a studiare in una famosissima scuola per stilisti. Prima di partire volevo che avessi una cosa che ho fatto per te.  Con tutto l’amore del mondo ti bacio e spero che la vita ti dia quello che desideri.
P.S. è un verde assenzio, in onore del posto dove ci siamo conosciuti”
Bice aprì la scatola rosa che Sergio le aveva fatto recapitare.Avvolto nella carta velina c’era un abito verde con una scolatura sulla schiena. Lo indossò e si sentì una principessa.
Pensò al sorriso di Sergio, a quanto - in qualche modo difficile da definire - lui l’avesse amata. A volte si ama con la distanza e con lo spazio. Si ama come ci è dato di amare e gli amori non sono tutti uguali. Quello di Sergio per Bice era un amore verso un essere umano simile a lui. L’amore per una ragazza che aveva una crepa dentro,  un taglio, una frattura: l’abbandono del padre, un’infanzia ad occuparsi dei fratelli, una madre incapace di dimostrarle affetto. Sergio  aveva percepito la profonda fragilità di Bice, nascosta dietro i silenzi e i sorrisi tristi. E l’aveva riconosciuta, salvata e poi lasciata libera di scegliere la sua vita e di cercare la sua felicità, anche qualora questa fosse stata lontana da lui. E Bice,  guardandosi allo specchio, per la prima volta si sentì bella ed amata davvero nonostante la distanza e lo spazio e la lontananza di Sergio.
Mise il vestito per la prima uscita ufficiale con Mario. Quando lui la vide sgranò i suoi occhi azzurri.
“Sei bellissima Beatrice”
“Grazie Mario”
Lui la baciò in un nanosecondo. Niente conati di vomito. Bice pensava: ci siamo!
“Che ne pensi delle case in campagna?”
“Non mi dispiacciono affatto”.
E Bice sorrise sorniona.

sabato 15 luglio 2017

Trionfi e sconfitte

Eccomi ritornata. Dopo un lungo periodo di riflessioni, dopo una lunga assenza eccomi nuovamente qui. Come mi succede di solito scrivo dopo aver vissuto un periodo un po' complicato una specie di lungo tunnel nero, di infinito traforo di cui ora, dopo un bel pezzo, riesco a scorgere la luce.

E so che quella luce ce la portiamo sempre dentro, solo che a volte la si nasconde dietro l'irresistibile propensione a lamentarsi e a non voler far nulla per cambiare.

Ho lasciato che quest'ultimo periodo della mia vita dicesse qualcosa di me che non mi piaceva, ho lasciato che una fetta della mia giornata desse un' immagine di me che non volevo accettare e che alla fine mi sono detta che non mi rappresenta veramente.

La prima metà dell'anno è stata come nuotare nelle sabbie mobili. Una fatica incredibile per non affogare. Ma sono rimasta li a lottare. Forse aveva ragione mio padre a dire che ho la testa dura come i calabresi: sarà che sono un po' calabrese d'adozione e quelli che io chiamo “nonni” forse mi hanno passato un po' della loro tenacia e della loro ostinazione.

Per giorni e giorni mi sono detta che non ce l'avrei fatta, che era un momento troppo difficile. Mi sono sentita sola, allontanata. Come quando da piccola guardavo mia sorella giocare con gli altri bambini del condominio: messa in un angolo a guardare il mondo da fuori e a non prendervi parte.

Mi sono sentita derisa anziché ridere di me stessa e poi alla fine ho scoperto che nessuno mi derideva. A volte vediamo il mondo in maniera totalmente sbagliata e quando si è convinti di una determinata cosa nulla può farti veramente cambiare idea se non te stesso. Ero arrabbiata con tutti e con il mondo intero perché non mi sono sentita amata.

Come Calimero che dice che nessuno gli vuole bene.

La verità era che non sentivo di valere. Mi dicevo che non ero abbastanza. Ho lasciato che quella parte della mia vita dicesse molto di me: troppo. Così quando in una gara in cui forse non ero nemmeno stata contemplata ho perso mi è sembrato di perdere tutto, di non avere più nulla. Perché a volte ci identifichiamo nella nostre sconfitte. Ci sembra di essere degli sconfitti nella vita e nel mondo. La sconfitta però è una grandissima bugiarda, così come il Trionfo. Il nostro valore non dipende dalle volte in cui vinciamo o perdiamo. Il valore di una persona è fatta dalle volte in cui cadendo si rende conto che quella caduta è un'occasione per imparare e ricominciare. Dalle volte che si cade e ci si fa male ma non ci si arrende. Dalle volte che si riconosce che chi ha vinto è stato più bravo di noi in una determinata cosa. Dal fatto che una sconfitta non è altro se non quello che è: un momento in cui non abbiamo vinto. Ma il fine ultimo non è davvero vincere o perdere perché non sono i risultati a dire di noi. E' la volontà di mettere un punto e voltare pagina. Ricominciare. Nonostante il fatto che ci si senta soli e forse incompresi. Nonostante il fatto che nessuno stia credendo in noi (poi magari non è davvero così), nonostante il fatto che sembra di non avere nulla. Felice è soltanto chi sa godere di quello che ha, per quanto possa sembrare poco.

Tempo fa ho avuto una conversazione con un caro amico. Una di quelle persone che sembra bastare a se stessa, che sembra non aver bisogno di nulla e di nessuno. Mi ha detto che sono state le difficoltà a renderlo forte e che ha costruito la persona che è granello di sabbia per granello di sabbia. Io credo che abbiamo sempre bisogno delle persone. Credo che ogni individuo nasconda un mondo, con la sua storia, le sue sofferenze, i suoi pregi e le sue vulnerabilità. Non penso che si possa vivere racimolando granelli di sabbia in completa solitudine. Per un sacco di tempo ho cercato le persone e la loro approvazione perché volevo che mi dicessero quello che da sola non ero in grado di dirmi. Ultimamente ho scoperto che se siamo in grado di amare qualcun altro e di perdonare anche quando una determinata persona ci ferisce allora siamo in grado di amare anche noi stessi: si tratta solo di orientare quell'amore verso di noi.

martedì 27 giugno 2017

Cristallo




Mi concederò il lusso di essere debole
di appoggiarmi sulle tue spalle morbide e forti
di sciogliermi dentro un tuo abbraccio
di piangere come una femminuccia, come me.
E per quelle come me cresciute a pane e difficoltà
si tratta di un preziosissimo vestito di diamanti
sottile, etereo, impalpabile.
Un vestito che molti deridono e che sta bene solo a chi ha un grande coraggio.
E scoprirò che è forte davvero soltanto
chi la sa guardare in faccia la propria fragilità.
Chi ti da il coltello dalla parte del manico e ti porge il fianco.
Perchè di gente armata e di armature là fuori il mondo è pieno
e tu ed io siamo due matti che combattono.
E l'amore è un percorso, l'amore è il modo, la strada.
L'amore è il maestro, il rifugio, la guida.
E con tanta paura, una paura grande quanto il mio cuore
infilo un piede dietro l'altro con attenzione.
E poi mi giro e ti porgo la mano
e tremo e grido e a volte per la paura ti faccio male.
Ma io sto ancora qui
in questo folle viaggio di cui non riesco a scorgere l'orizzonte.
Una meta che puoi guardare con la giusta distanza, come guarderesti il sole.
E io sto accanto a te e tu stai accanto a me
a farci compagnia lungo la strada.
E mi prenderò il tempo che serve e non avrò fretta
finchè sarai con me e finchè sarò con te.

domenica 7 maggio 2017

Glitter






L’abbronzatura del weekend passato a Finale Ligure stava già stingendo e Orsola iniziava a sentirsi già troppo”bianca” per i suoi gusti. Non riusciva a dormire con tutte le bollette che aveva da pagare e così prese una delle candele profumate dell’Ikea ed entrò in camera della figlia Doriana cercando di fare meno rumore possibile. Arrivata al cuscino accarezzò i suoi capelli di seta e le guance lisce lisce senza una ruga. Si guardò attorno cercando un ricordo tra le pareti rosa della stanza e appena vide i leggins di fiori, le venne in mente un momento preciso della sua vita.
“Orsola come sei bella con quei fuson, così attaccati alle gambe: hai un fisico proprio super!” disse un suo compagno di scuola, avvicinandosi tutte le dita alla bocca e mimando il gesto di un bacio.
“oh grazie” rispose Orsola mettendo un ricciolo dietro l’orecchio e fingendo stupore.
“Sei proprio la più bella della 1^C” continuò lo scugnizzo. Come se stesse guardando un pasticcino, nel dirlo sputacchiò dai lati della bocca.
“Gennaro ma fai proprio schifo!” cinguettò Orsola.
“Tesoro mio, ma che stai appress a quel ciccione là?" disse un altro suo compagno di classe, Vincenzo.
"Vieni con me che ti faccio vedere tutta Pozzuoli” e le diede una pacca sul sedere. Orsola rise, spingendo la testa all’indietro.
Il trillo del cellulare risvegliò Orsola da quel ricordo e lei si ritrovò che brandiva i leggings fiorati di Doriana tra le mani.
Prese il cellulare di Doriana dal comodino e vide che a scriverle era il suo fidanzato Alessio.

Tesoro mio, dormi? Ti ho pensato tutta la notte. Ti prego chiamami appena leggerai il messaggio.

Era così dolce Alessio, con i capelli a spazzola e le fossette. Era sicura che lui si sentisse attratto da lei. D’altronde tutti le dicevano che era una bellissima donna, con un bellissimo fisico.
Eccerto. Chi altro può permettersi di indossare le stesse cose di una di diciotto anni? E gli uomini, anche quelli più giovani mi guardano con desiderio. Mi basta mettere un paio di scarpe alte col tacco e una minigonna un po’ stretta: nessuno può resistere ammè. 
Decise di rispondere ad Alessio.

Alessio sono la mamy di Dory. La mia piccola dorme. Fai il bravo bambino e vai a letto anche tu. Altrimenti ti sculaccio. Baci baci. Orsola 

Per Orsola gli anni non erano mai passati. Mancavano pochi giorni al compimento del suo 55esimo compleanno ma lei si ostinava a vestirsi come una teenager, far shopping da Tally Weil e ad innamorarsi con la stessa leggerezza e spensieratezza di una ventenne.
L’indomani Doriana la trovò davanti allo specchio a rimirarsi il didietro ammiccante e sorridente.
“Quella è la mia gonna, mamma! Non ti sembra di esagerare?” disse Doriana infastidita.
“Sta molto meglio a me che a te” disse Orsola. “tu continua pure a metterti le all stars e a vestirti in modo che nessuno possa notarti mai” replicò energicamente Orsola
E tu continua a vestirti da vecchia battona. Tu a più di cinquant’anni suonati ma perché non accetti che l’età passa per tutti e che sei una bella donna ma che la tua adolescenza è scaduta da un bel pezzo?
Doriana avrebbe voluto risponderle così, ma non ce la faceva  proprio. Sapeva che sua madre si comportava in modo assolutamente ridicolo ma era sempre sua madre e c’era sempre stata per lei. Dopo la separazione dei suoi aveva sofferto tantissimo e il tradimento di suo padre probabilmente l’aveva portata a cambiare, a desiderarsi diversa, più bella e più giovane, con tutte le conseguenze del caso.
“Va bene mà, fai come vuoi” disse Doriana, fingendo noncuranza.
“E' oggi che hai quel colloquio mà?”
“Certo tesoro mio, per questo voglio essere al tooop” e Orsola fece un gesto plateale come se stesse recitando uno slogan.
“E ci vai così?” disse Doriana un po’ scettica
“Certo tesoro, ricorda la bellezza è la chiave per aprire un sacco di porte” disse Orsola chiudendosi la giacca di jeans striminzita con un po’ di difficoltà.
“In bocca al lupo mà” disse Doriana avvicinandosi al frigo in cerca di qualcosa da mangiare.

“Allora che esperienze ha maturato nel corso degli ultimi anni?” le disse l’uomo in giacca e cravatta che le stava facendo il colloquio, guardando il suo curriculum con sospetto.
“Beh, mi sono occupata di contabilità, di gestione del personale e di fatture” e si portò le mani alle cosce muscolose, in modo da attrarre l’attenzione dell’uomo. Questi la guardò da testa a piedi, si allisciò la cravatta e continuò a fare domande, dando rapide occhiate alle gambe di Orsola, cercando di non farsi vedere.
"E perché dovremmo assumerla, signora Volcano?" Disse l’uomo sfregandosi lentamente le mani.
"Perché?" Disse Orsola, con uno sguardo da finta innocente." Beh perché…" si tolse il sandalo e avvicinò il piede alle gambe dell’uomo, muovendolo dal basso verso l’alto.
“Perché è difficile dirmi di no” disse Orsola, sguardo seducente.

"Brava mamma, ti hanno assunta!” Doriana si lanciò ad abbracciare sua mamma.
“Certo esoro mio, che credevi?! Nessuno dice di no a Orsola Volcano" disse, scuotendo tutto il petto con un gesto molto teatrale.
In fondo che importa se per farmi assumere ho dovuto fare la stupida, è un bell’uomo, attratto da me. Io ero attratta da lui e voilà. È successo. In fondo quel che conta è avere i soldi per pagare le bollette visto che quello stronzo di Enzo non mi passa gli alimenti, quello spilorcio schifoso.
“Dai tesoro andiamo a festeggiare con un po’ di shopping”.
Si ritrovarono da Pimkie con la commessa che cercava di non ridere alla vista di una cinquantenne strizzata in un abito nero che sosteneva che la sua taglia era la quaranta e che se l’abito non chiudeva era perché non erano capaci di fare un vestito decente.
“Signora ci sono molti negozi che potrebbero fare al caso suo.”
“Al caso mio? E poi signora a chi? Senti ragazzina – disse Orsola rossa in viso- se tu non sai fare il tuo lavoro allora vattene! E Pimkie fa schifo:  non metterò più piede in un posto del genere” e lanciò il vestito in faccia alla commessa.
“Mamma, non fare così”
“Non fare così come? Senti io non mi faccio dare della “signora” da quella anoressica con i punti neri in faccia! Io sono una bellissima donna, hai capito?”
Girandosi verso la commessa Doriana disse “Devi scusarla, ma domani è il suo compleanno ed è un po’ sconvolta”
“Io non sono affatto sconvolta. Domani faccio quarantacinque anni e non ho nessun problema ad ammetterlo” gridò in falsetto Orsola.
Il problema era che di anni ne faceva dieci di più. Il problema era che in una taglia quaranta non entrava da circa dieci anni, il problema era che il tempo inesorabile passava e lei cercava di nascondere una scomoda verità dentro a vestiti stretti e tanto tanto mascara.
E così arrivò la sera del compleanno, una torta con la panna con scritto “Auguri bellezza” senza alcuna indicazione degli anni.  Doriana aveva invitato alcune amiche di spinning di sua mamma e Alessio. 
Nel bel mezzo della serata si avvicinò il cameriere alla festeggiata e le chiese quanti anni compisse.
“Che cafonata pazzesca” disse Orsola. “Ma non lo sai che ad una ragazza non si chiede l’età?” disse Orsola, con un sorriso che più finto non si poteva.
Il cameriere rimase tra il divertito e lo sbigottito e rispose “a una ragazza no, ecco perché l’ho chiesto a lei”.
“A lei?” disse Orsola gonfia per la rabbia “A lei chi? Ma come ti permetti moccioso col pisello moscio!” in quel momento Doriana, la trascinò fuori dal locale.
“Mamma! Ma che stai facendo?” disse preoccupata
“Io? Ma chi è quel deficiente? Come si permette?!” disse aggiustandosi la spallina del top di paillettes che indossava.
“Mamma, sei una bellissima donna” disse Doriana con dolcezza, cercando di evitare l’ennesima reazione iraconda della madre “Ma non pensi che sia ora di smetterla con questa storia dell’età?”
“Ma quale storia! Quale età! Io non ho nessun problema ad ammettere che alla soglia dei quarantacinque non ho nemmeno una ruga”
E invece le rughe c’erano. Le rughe delle notti insonni ad aspettare il marito rientrare tardi dalle riunioni, le rughe sotto le labbra di chi ha passato tanto tempo a piangere, le rughe attorno agli occhi di chi si sforza di sorridere sempre. Pur nel riconoscere sua fragile follia di donna che non si rassegnava all’idea del tempo che passava,  Doriana era fiera di una mamma che nonostante le difficoltà sentimentali ed economiche era sempre riuscita a farsi forza e a non farle mancare nulla. Se quello che poteva renderla felice era vivere un’eterna gioventù (fasulla) non glielo avrebbe certamente impedito.
“ E vabbene mamma, a volte un’illusione vale più di mille verità. Ti lascerò vivere il tuo sogno” disse Doriana sorridendo a sua madre e accarezzandole il viso.
“Tesoro mio, mi sa che la vecchia qua sei tu! Ma quanto sei vecchia? Non è che cinquantacinque anni li fai tu stasera?”
E Doriana sorrise all’idea di una madre che fingeva semplicemente di non sapere quale età stesse vivendo.
Rientrando nel ristorante Orsola notò che su ogni piatto in cui il cameriere aveva messo una fetta di torta, aveva scritto il numero cinquantacinque con lo sciroppo d’amarena. 
Seconda crisi isterica della serata. 
Orsola prese i piatti uno ad uno e li gettò contro il cameriere.  Nel giro di poco il ristorante diventò un’accozzaglia di ceramica e panna montata.
“Ma tua madre è una pazza isterica!” disse Alessio, sbarrando gli occhi “Non voglio vedere mai più né te né lei”.
Doriana scoppiò a piangere, cercando di fermare Alessio che era scappato in scooter. Nei giorni seguenti Doriana cercò di farlo ragionare ma scoprii che il ristorante era gestito dalla sua famiglia e il cameriere era un suo cugino e la famiglia di Alessio non poteva accettare l’affronto tanto grave che era stato fatto all’intera famiglia Longobardi.
“Tua madre ha umiliato tutta la famiglia mia insultando mio cugino Luca al ristorante”
“Alessio ti prego non lasciarmi, io non c’entro nulla con mia mamma”
“E' stata un’umiliazione troppo forte io cuttè nun ce pozz stare cchiù” disse Alessio, muovendo ritmicamente la testa da destra verso sinistra per dire “no”
Insomma era una rottura insanabile. Sconvolta da questo amore finito Doriana salì sul tetto della scuola perché voleva farla finita, senza Alessio la vita non aveva più senso. Nulla aveva significato. E stare senza di lui equivaleva a non esistere affatto.
Casualmente Orsola passava di lì e vide sua figlia sul tetto del Liceo Cavour di Torino.
“Dorianaaaaaa” la voce le si spezzò in gola
“Lasciami, lasciami stare io m’ammazzo!”
“Tesoro che dici? Ti prego…. Aiutatemiiiii” Orsola si buttò a terra piangendo.
Alessio vedendo la scena si precipitò anche lui sul tetto per salvare Doriana.
“E’ tutta colpa tua se Alessio non mi ama più. Tu e la tua pazzia di essere sempre giovane. Mamma non lo sei! Mamma mi hai rovinato la vita, lui non mi vuole più, è colpa tua!Ti odioooo” gridava Doriana piangendo.
“Tesoro mio ti prego non fare sciocchezze, tesoro scendi, ti prego, ti scongiuro farò di tutto per te”
Nel frattempo Alessio era arrivato al tetto anche lui e tendendo la mano a Doriana le disse:
“ Non farlo, ti prego”
“Lasciami stare! Senza di te vivere non ha senso” disse Doriana.
“Dammi la mano Doriana, ti prego dammi la mano”.
“No io mi ammazzo perché a nessuno frega niente di me, nemmeno a te”
“Doriana tesoro è colpa mia lo so, hai ragione è colpa mia. Prometto che la smetterò, farò tutto quello che vuoi basta che scendi di lì, ti prego”
“Lui non mi vuole più perché tu sei una matta! Sei una matta, hai capito?” Doriana piangeva, ancora più sconvolta.
“Non è colpa mia se papà ti ha lasciato, non è colpa mia se il tempo passa e tu sei da sola, non è colpa mia se io sono giovane e tu non più. Vivi la tua vita per quello che è e i tuoi anni!”
“Doriana vieni qui, tesoro vieni qui”
Stava per afferrare la mano di Alessio quando scivolò. Per fortuna Alessio la prese in tempo prima che cadesse nel vuoto.
Intanto Orsola piangeva perché aveva capito chi era ascoltando una ragazza di vent’anni. Ma quando si cresce troppo in fretta e la vita scorre veloce, quando a sedici anni hai una figlia e sei a 700 chilometri da casa, quando non hai altri riferimenti tranne un marito che spesso rientra tardi a casa cresci troppo in fretta e senza tempo. E quando cresci prima del tempo e il tempo te lo bruci senza nemmeno accorgertene arriva il momento che quell’adolescenza che non hai potuto vivere la rivuoi indietro e te la prendi, perfino quando è troppo tardi. E te la riprendi così, con il leggins e le magliette corte, con i top glitterati e il mascara blu e le serate in discoteca.  Te la riprendi con le lampade abbronzanti e i weekend a Finale Ligure, con i costumi un po’ troppo striminziti per il tuo fisico.
E poi arriva il momento in cui la vita ti chiede il conto e te lo chiede in un secondo, quando tua figlia adolescente si vuole uccidere perché ha una mamma tutta matta come te.
“Avevi ragione tesoro, su tutta la linea, mi dispiace per quello che è successo mi dispiace non volevo.”
“Mamma lo so e ti capisco, posso solo immaginare come sia stata la tua vita. I sacrifici, le rinunce, la solitudine. Ero troppo sconvolta all’idea che Alessio volesse lasciarmi”.
“Tanto sconvolta da arrivare ad un gesto così folle e pericoloso?”
“Mamma che t’aggià di, l’esagerazione l’ho presa da te, ce l’ho en gopp 'e ven
E risero per la follia che contraddistingueva entrambe, mamma e figlia. E mentre ridevano Doriana si accorse che sua mamma si era messa lo stesso mascara con i glitter che si era comprata lei.

venerdì 5 maggio 2017

Finestra










C’era una volta una donna bionda che osservava il mondo dal quarto piano della sua veranda: non era né troppo alta né troppo bassa, né troppo magra né troppo grassa, era una qualunque. Osservava l’umanità dalla finestra, viveva attraverso un vetro, con la sua sottoveste bianca e la sigaretta elettronica. Passava le sue giornate così, attaccata ad un vecchio Motorola del marito ed esalando fumo di tanto in tanto. Chissà con chi parlava ogni mattina, da dietro la tenda a righe marroncine della veranda.
 Un giorno, mentre come al suo solito osservava il mondo e la vita degli altri scorrere, con quella specie di sorrisetto sprezzante stampato in faccia, il cellulare le cadde e lei lo guardò precipitare dall’altezza del suo appartamento fino a terra, senza riuscire a proferir verbo. Si sentì un tonfo. La maestra Marisa con i capelli ricci e rossi, l’inquilina del 3° piano che passava di lì, cacciò un urlo:
“Ma che cavolo!” e si portò una mano al petto guardando immediatamente in alto, in cerca di un colpevole. Era una zitella che insegnava italiano alle elementari e per deformazione professionale era sempre abituata a redarguire tutti, a giudicare e a sentirsi migliore di chiunque altro.
“Signora bella! Ma le sembra il caso di lanciare il cellulare così? In testa alla gente?” e si piegò a raccogliere i due pezzi esatti in cui il cellulare si era spaccato, sventolandolo in direzione della Sig.ra Qualunque.
“Oh cielo! “ disse la sig.ra Qualunque, tutta trafelata ” Il cellulare di mio marito!” si mise le mani tra i capelli, si infilò la vestaglia di flanella rosa e si apprestò a scendere.
“Suo marito eh?” e la maestra Marisa si portò un indice al mento…pensava che dall’ultima volta che aveva visto il Sig. Qualunque era passato un mese almeno. Era un signore né troppo bello, né troppo brutto. Un paio di occhiali, un impermeabile beige. Molto cordiale, dall’aspetto perbene e il fare educato.
“Allora come sta suo marito, signora Qualunque?” disse la maestra Marisa, porgendo i brandelli del Motorola alla sig.ra Qualunque.
Questa, stringendosi nella vestaglia,  le disse “ bene” e piangendo prese i pezzi del cellulare e se li mise in tasca. Cercava di asciugarsi le lacrime ma non riusciva a smettere.
“E’ un po’ che non si vede suo marito, eh?” disse la maestra Marisa con fare sospettoso. Il fare sfuggente e triste della Sig.ra Qualunque la induceva a farsi ancora più domande, ad essere curiosa.
“Ha avuto una brutta bronchite” disse la signora Qualunque, con lo sguardo perso nel vuoto e l’aria preoccupata.
“Ora mi scusi sig.ra Marisa ma devo rientrare” disse la Sig.ra Qualunque,  stringendosi ancora di più dentro la vestaglia.
“Ma certo, sig.ra Qualunque la lascio alle sue faccende” disse la Maestra sventolando la mano e guardando ogni singolo dettaglio della donna con fare indagatorio.
Risalendo velocemente le scale cercando di non incontrare nessuno, la sig.ra Qualunque pensava che non avrebbe potuto tenere il suo segreto ancora per molto. Una volta a casa si guardò allo specchio e si trovò imbruttita ed invecchiata in un secondo. Guardò la foto del matrimonio che la ritraeva con il sig. Qualunque. Sembravano felici, erano così giovani. Fece un sospiro, si cacciò in bocca uno xanax e andò a letto.
Nel suo piccolo bilocale Marisa era seduta alla finestra accarezzando Felipe, il suo gatto nero e bianco e pensando.  Che fine aveva fatto il sig. Qualunque? E la sua Twingo blu come mai era sempre parcheggiata nello stesso posto? Stava veramente male?
 Li aveva sentiti spesso litigare nell’ultimo periodo e poi più nulla, il silenzio completo.
  Prendendo la sua monoporzione di spinaci dal frigo, Marisa pensava che aveva molte amicizie tra i carabinieri, un’ex frequentazione e che magari poteva fare una telefonata e…
“Sig.ra Qualunque, che rapporti aveva con suo marito?”
La sig.ra Qualunque sedeva a gambe strette su una scomodissima sedia del commissariato, sguardo a terra.
“Era mio marito, la mia metà” disse singhiozzando.
Il poliziotto la guardava senza espressione, prendendo appunti sul suo taccuino.
“Eppure i suoi vicini l’hanno sentita spesso litigare con lui” disse il poliziotto, come se recitasse un copione.
Eccola qui un’altra casalinga disperata che uccide il marito, frustrata da una vita che non le appartiene, annoiata dalla quotidianità, dalla vita di tutti i gg. E poi ricomincia a vivere come sempre, facendo finta di niente.
“Ma si certo capitava, a chi non capita di litigare” disse la sig.ra Qualunque, asciugandosi le lacrime con il lembo della vestaglia.
E no, a me non capita, brutta babbiona. Io ormai sono uno scapolo d'oro. Come sarebbe stato bello se Marisa mi avesse accolto nella sua vita, ma dopo quella scenata di gelosia per il padre di uno dei suoi alunni non ne aveva mai voluto più sapere di me. Ma forse mi ha chiamato perché prova  ancora qualcosa per me. D'altronde al telefono mi aveva detto:” uno come te è indimenticabile”. Ah Marisa...
Nella stanza entrò un altro poliziotto di scatto buttando sulla scrivania un tagliacarte sporco di sangue. Il primo poliziotto si svegliò dal suo sogno e la sig.ra Qualunque, alla vista dell’oggetto, svenne a terra.
Quando si risvegliò era in prigione, su un letto stretto e beige a fissare le pareti di mattoni. Piangeva perché la sua vita era finita, piangeva perché ormai non poteva più fingere, piangeva per le cose che non aveva più fatto a cui aveva rinunciato per il suo matrimonio. Piangeva perché non poteva credere di ritrovarsi dietro alle sbarre. E mentre piangeva si toccava il livido che ancora aveva sulla schiena dell’ultima volta in cui era stata percossa dallo stesso uomo che l’aveva portata all’altare.
Così la maestra Marisa sorrideva leggendo i titoli del giornale, che annunciavano che la Sig.ra Qualunque, una settantenne di Torino era stata accusata di omicidio del marito, un pensionato di settantaquattro anni. Il suo corpo era stato trovato murato nell’appartamento di via San Paolo al quarto piano.
Il telefono squillò.  Era Assunta, una cara amica di Marisa.
“Hai risolto un altro mistero, eh Marisa?” disse Assunta
“ Eh si! Dovevo fare il detective e non l’insegnante” disse Marisa civettuola.
“Poveretta però, pare che lui la picchiasse” disse Assunta.
“Se le meritava quella spacca palle di moglie” disse Marisa con fare deciso. “Vogliono avere un marito? Bene, beccatevi le conseguenze. Beccatevi le gelosie, i compromessi, le infedeltà. Tanto tutti tradiscono sempre tutti. Tutti sono colpevoli”.
“Sei sempre così estrema Marisa” disse Assunta scuotendo la testa dall’altro capo del telefono. “Guarda che ci sono anche coppie felici e uomini fedeli e normali. Se solo avessi un po’ più di fiducia anche tu troveresti l’amore” disse Assunta.
“Io non ho bisogno di nessuno, disse Marisa. Nessuno che mi controlli, che mi dica cosa fare, a cui render conto, per cui farmi la ceretta. Decido io cosa voglio fare, quando e con chi” disse Marisa, come a volersi autoconvincere.
“Va bene va bene! Solo non arrabbiarti con me Marisa, io lo dicevo perché ti voglio bene”
“Sì ma come vivere lo decido io!” disse Marisa, indice sul petto.
“ D’accordo come vuoi.” disse Assunta alzando gli occhi al cielo. “Ora devo andare, ci sentiamo!”.  Voleva molto bene a Marisa ma a volte la trovava troppo radicale e pesante.  Sempre a tracciar limiti e confini, sempre a voler ribadire che stava bene da sola, sempre a guardare la vita degli altri dall’alto in basso.
Nel frattempo Marisa pensava alla sua vita. Dalla finestra guardava i bambini correre nel cortile della scuola proprio davanti casa, le macchine muoversi avanti e indietro, il sole illuminare il palazzo di fronte. Era fiera della sua vita, della sua indipendenza, però sentiva che in fondo al cuore, sotto strati di autonomia e rigidità le mancava qualcuno accanto. Allora prese il pc, si collegò ad internet e come ogni sera entrò sul suo account di Tinder cercando un altro cuore come il suo, che era tanto grande ma anche tanto spaventato.