lunedì 25 giugno 2018

Kitchen di Banana Yoshimoto

Un libro che vi consiglio di leggere è Kitchen di Banana Yoshimoto. Mi ricordo quando lo scoprii sul bancone di un supermercato e decisi di acquistarlo. È la storia di una ragazza, Mikage, che rimane completamente sola, senza famiglia e viene praticamente adottata dal suo compagno di scuola. Kitchen perché la cucina è l'elemento che lega tutti i momenti della storia: il rapporto della protagonista con la nonna, con il fidanzato, con il suo compagno di scuola. La cucina è la calma,l'amore, la meticolosità.
E la storia è tutta permeata dalle atmosfere giapponesi di ciliegi e di petali che cadono lenti sul terreno. Dai riti, dalle corrispondenze tra segni e cose che succedono veramente. E una storia d'amore delicata e mai sussurrata tra i due protagonisti. Un rincorrersi senza fretta e senza davvero correre. Un cercarsi immersi nei ritmi lenti tipici del Giappone. Insomma quello che più di tutto colpisce della storia è la magia sottile e precisa del Giappone, di calme che non ci appartengono, della pazienza di chi sa aspettare e non si arrabbia e prende le cose sempre per quello che sono per come sono.
E un personaggio fortissimo che nasconde un grande segreto. Un personaggio che reca in se il fascino dello ying e dello yang e che rappresenterà un riferimento per la protagonista.
Un romanzo di formazione in cui Mikage diventa una donna consapevole che ci conduce in una realtà colma di incanto e di ritualità. Un viaggio lontano da noi per capire che c'è un tempo per ogni cosa e che la vita, come il corso di un fiume, bisogna viverla lasciando che scorra via come acqua nel mare.

venerdì 22 giugno 2018

Guilty of Dust


Eccola qui una poesia che mi è capitata per caso e mi è piaciuta. L'autore è Frank Bidart, professore, poeta e vincitore di un premio Pulitzer per la poesia.

In Guilty of Dust l'amore, secondo quanto sostiene lui è la distanza tra noi e ciò che amiamo, come se fosse funzionale a colmare un vuoto interiore. È una spinta verso ciò che desideriamo e che ci manca, ed è una strada, il nostro destino.

L'amore come forza positiva ma anche distruttrice, come qualcosa contro cui o in virtù di cui lottiamo e che per la sua intensità ci riduce in polvere (=dust).

Una forza incontrollabile, una voce che non si può non ascoltare. E' il desiderio di sparire dentro l'arte in tutte le sue forme, esserci senza esserci davvero, completamente avviluppati in una dimensione che è altro dal reale.

E tutta l'energia che pervade questo palcoscenico che l'autore sembra aver messo in piedi in questa poesia: una forza tracotante che sembra circondare autore e lettore in un unico e stretto abbraccio.

Una poesia che è visiva e i cui primi versi sembrano un urlo rivolto alla folla (dato che sono scritti in maiuscolo) e forse i caratteri in maiuscolo servono a mettere in rilievo (un rilievo visivo oltre che contenutistico) i concetti cardine del componimento.

La poesia è divisa in tre parti da tre asterischi, come se si trattasse di tre scene in cui i concetti si snodano.

Il primo e l'ultimo verso chiudono al centro una scena in cui l'autore ci mette a parte della sua vita e ci coinvolge nel contesto in cui è inserito tra attori, amici e famiglia. Solo in questa parte del testo l'autore spunta e si affaccia sul palco, utilizzando il pronome personale I.

Nel resto del brano invece il suo modo di approcciarsi è impersonale. Come se stesse svelando al pubblico una verità assoluta e universale.

Potrebbe anche trattarsi di una canzone dato che alcuni versi sono ripetuti come se si trattasse di un ritornello (ex: “what you love is your fate).

E l'idea di una sorta di eccitazione febbrile del poeta che lo porta a sentire una voce dentro la sua testa: questo è un tema che Bidart ha spesso affrontato nelle sue opere, il tema dell'insanità mentale che si inserisce nella corrente della Poesia Confessionale in cui l'autore si confessa con il suo pubblico, mettendosi a nudo e utilizzando la prima persona.

Insomma siamo ciò che desideriamo. E ciò che amiamo ci porta alla fine di noi. Ed è una forza incontenibile che ci sovrasta e ci rapisce e che ci rende colpevoli (=guilty). Questo rende molto bene l'idea dell'ineluttabilità della vita e del nostro destino che ci vede proprio di fronte ad un pubblico ad ammettere, proprio come una confessione di fronte ad un tribunale, che siamo colpevoli.

giovedì 21 giugno 2018

Solstizio

Oggi è il solstizio d'estate. Il giorno più lungo dell'anno. All'apice del suo splendore da oggi in poi la luce inizia a scemare. Mi vengono in mente tutte le volte che nella vita le cose, arrivate alla loro maturazione poi piano piano si accorciano su se stesse, come foglie sotto le fiamme. Mi viene in mente che tutto è un ciclo, che nulla rimane fermo, uguale a se stesso. Le cose cominciano, finiscono, cambiano colore.
Da un lato questo porta con sé un pizzico di tristezza, dall'altra la misteriosa magia delle cose imperiture, che non muoiono mai veramente. L'idea che possiamo nascere nuovi e ricominciare da zero, semplicemente decidendolo.
E il rispetto del tempi. In una realtà che ci porta a correre continuamente rispettare i cicli è un atto rivoluzionario. Aspettare che i tempi siano maturi ed essere qui, esserci sempre,sempre presenti a se stessi. Molta felicità deriva dal saper apprezzare quello che c'è, nello stare in quello che c'è.
Quindi auguro a tutti un buon solstizio, un buon inizio o una buona fine: che poi a pensarci sono praticamente la stessa cosa guardata da angolazioni diverse!

lunedì 18 giugno 2018

Nelle mie scarpe

Quanti anni occorrono per diventare grandi? E cosa vuol dire poi essere adulti?
A un giorno dal mio compleanno sento di dover affrontare l'argomento.
Secondo i romani l'adolescenza terminava a 25 anni, quindi rientro ampiamente nell'età adulta, già da un bel pezzo oltretutto.
Se leggiamo l'etimologia dei due termini (adolescente e adulto) entrambi hanno la stessa matrice: ad + alere che significa letteralmente "verso il nutrimento". La cosa che differenzia un adolescente da un adulto è che mentre per il primo si sta ancora " nutrendo", il secondo ha terminato questo percorso formativo.
Personalmente la mia adolescenza è terminata forse una settimana fa. C'è da dire che io ho fatto sempre tutto in ritardo o con i miei tempi e quindi ci sta anche che la mia adolescenza si collochi un pò più in la rispetto a dove la collocavano i romani.
Credo che essere grandi o adulti consista però più in un approccio alla vita e ai problemi che in una fascia d'età o in una definizione etimologica. Essere adulti significa avere la responsabilità delle proprie azioni, delle proprie scelte e delle conseguenze che ne derivano. Significa saper prendere fiato di fronte ad un problema e avere fiducia nell' affrontarlo.
Questo per me è sempre stato difficile. Ho sempre chiesto pareri agli altri, come se sapessero meglio di me cosa dovevo fare. Ma a sbagliare sono capace da sola e quindi, dato che di risposte non ce ne sono né di strade giuste o sbagliate ho smesso di chiedere agli altri.
Spesso chiedevo pure pareri su come una determinata situazione mi faceva sentire. Ma chi meglio di noi stessi sa come si sta nelle nostre scarpe?
Purtroppo questa è una pessima abitudine su cui sto lavorando. Come ci sia arrivata poco importa. Quello che invece è importante è cosa posso fare oggi con la persona che sono per muovermi verso chi voglio diventare.

Essere adulti vuol dire mettersi in cammino, anche se fa paura ed essere responsabile di ogni passo che si compie, che sia avanti oppure indietro.

Ma essere grandi significa anche sapersi ricordare che a volte si può decidere anche di tornare bambini, anche solo per un pò.


sabato 9 giugno 2018

Storia di un capitano

E dove te ne vai marinaio con quei occhi azzurri come il cielo
Chissà quanti mari han visto
Che li han resi tristi
Chissà in che lidi sei arrivato
Quante terre hai conquistato
Quanto in lontananza hai spinto lo sguardo.
Chissà dove te ne vai marinaio con quegli occhi azzurri
Come il mare
Se ti sei perso a naufragare e poi ti sei ritrovato.
E chissà marinaio se sei stato Capitano
Di una ciurma il primo uomo
E poi sei caduto giù.
Chissà dove te ne vai marinaio
Sai che la tristezza è l'altro lato della tenerezza?
E quanto dolci sono quegli occhi tristi
Che guardano lontano
E nascondono segreti e parole
Mentre fuori piove ed il mare è solo acqua.
Marinaio,capitano di una nave che si è arenata
Insegui i sogni dietro ad un sorriso.
E io ti trovo sulla riva di una storia che non
So raccontare
E non oso domandare
E tu non ci sei più

mercoledì 6 giugno 2018

Tutto quello che c'è

Qualche settimana fa mi è capitato di fare una scampagnata con un gruppo di persone molto più grandi di me. Avrebbero potuto essere i miei nonni. E mi sono resa conto, guardandoli sorridere all'idea di poter camminare in un parco, di quanto la felicità sia semplice. Ogni giorno ci affanniamo all'idea di inseguire qualcosa, qualcosa che forse non c'è se non nella nostra testa quando in realtà non ci serve nient'altro oltre quello che è già nostro per sorridere un pò.
Una cena fuori, una telefonata con un'amica, un messaggio di incoraggiamento.
Alla fine della giornata tutti questi "potenziali nonni" hanno fatto un bilancio della scampagnata. E alcuni hanno detto che sono stati contenti di aver respirato dell'aria buona o di aver trascorso una giornata in compagnia.
Mi sono resa conto di quante sono le cose superflue di cui ci circondiamo ogni giorno: pensieri, oggetti, ossessioni. E di quanto forse, più la vita ti scorre davanti più sei pronto a lasciarle andare. E mi sono sentita così stupida per tutte le volte che mi è capitato di sentirmi triste per un "niente".
E non voglio aspettare di essere troppo vecchia per sentirmi felice di quello che ho. La vita è ora, non domani. Non voglio aspettare domani per essere felice. Non voglio aspettare.
In questi giorni mi sono chiesta se la mia vita non sia perfetta così com è. Non per rassegnarmi senza cercare nemmeno di migliorarmi e di migliorarla un pò ma per prendere e apprezzare quello che c'è già, i successi che ho conquistato, quello che è già mio.
E se quello che ho, se la vita che ho fosse già il massimo?