Abitare piano, Andrew Faber

 Ricordati

di abitare piano.

Di entrare nei giorni

come si entra in una chiesa di campagna,

con un po’ di silenzio addosso

e il cuore in mano.

Non passare nel mondo

come chi ha sempre fretta,

come chi guarda l’orologio

e non il volto di chi ha davanti.


Fermati.


Davanti a un geranio

che continua a fiorire

nonostante il vento.

Davanti alla crepa di un muro

dove il tempo ha scritto

la sua calligrafia stanca.

Davanti alla mano di tua madre,

che anche adesso,

senza dirlo,

cerca ancora la tua.

La vita

è quasi tutta qui.

In ciò che sembra piccolo

e invece sorregge il cielo.

Nel cane che ti corre incontro

come se fossi la cosa più bella del mondo.

Nel pane caldo

che sa di casa.

In una voce

che pronuncia il tuo nome

senza chiederti di essere diverso.


Noi siamo creature provvisorie.


Case con una luce accesa

per poche sere.

Fiammiferi

che il vento può spegnere

da un momento all’altro.

Eppure,

in questo breve passaggio,

ci è stato affidato l’infinito.

La possibilità di amare.

Di fasciare le ferite altrui

con la nostra presenza.

Di dire:

non so guarirti,

ma posso restare qui

finché fa meno male.


Ricordati

che ogni persona

porta dentro una stanza chiusa.

Un dolore antico.

Una paura che non confessa.

Una nostalgia

che le si siede accanto

nelle notti di pioggia.

Per questo

bussa piano.

Entra in punta di cuore.

Non avere fretta di capire.

A volte

la forma più alta dell’amore

è sedersi accanto a qualcuno

e non scappare.

E allora

fai pace con il tuo passo.

Non devi arrivare primo.

Non devi essere straordinario.

Devi soltanto accorgerti

che questa mattina,

mentre il sole si posa sui tetti

come una benedizione leggera

e il mondo ricomincia

senza fare rumore,


tu sei qui.


Con il tuo carico di paure.

Con le tue ferite.

Con tutta la luce

che ancora non sai di avere.

Respiri.

Il cuore insiste.

E questo,

se ci pensi bene,

è già un miracolo così grande

che basterebbe

a inginocchiarsi

e dire grazie.

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