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martedì 4 giugno 2019

Un estratto di "Con i miei occhi"



Mio padre era uno di quegli uomini convinti che dalle scarpe riesci a capire molto delle persone. Mi ricordo che mi aveva raccontato che quando era giovane aveva lasciato una ragazza molto bella per via delle scarpe che portava. Mi raccontò che erano delle scarpe a punta che tradivano una certa attenzione alla moda e all'esteriorità, forse una propensione alla frivolezza. Così aveva deciso che non poteva stare con una donna così attenta all'esteriorità, l’aveva ritenuta (a torto o a ragione) troppo superficiale.
A 18 anni ha preso e se ne è andato via dalla Sicilia. Era un ragazzino. Il figlio maggiore e, forse per questo, cresciuto troppo in fretta Me lo immagino un po’ sperduto, con la sua piccola valigia marrone che se ne andava solo, magari con la testa bassa e infreddolito e partiva per la sua vita. Cosa avrà provato? Me lo immagino guardarsi attorno come faceva lui, con la sensazione di vuoto. Studiare l’universo intorno a lui. Sedersi su quel treno pieno di speranze e di paure, con l’adrenalina addosso e guardare fuori dal finestrino. Il mondo scorreva davanti ai suoi occhi e lui si chiedeva, nel suo completo più bello cosa sarebbe stato della sua vita. Certamente si, si sarà sentito solo. Eppure è partito. Forse non avrà avuto scelta, forse non sopportava più la vita che conduceva. Forse cercava una possibilità per se stesso. Chi partirebbe così oggi?

Era un padre molto presente. Mi ricordo che era presente a tutte le riunioni, ci accompagnava sui bus per farci vedere come arrivare nei vari posti, ci preparava da mangiare. Per noi c’era. Era un bravo papà, mi dispiace solo poterlo dire adesso. Non giocava tantissimo con noi. Però alla fine le persone sono solo quello che sono. Possiamo prendere il buono di quello che c’è e che abbiamo ma non possiamo chiedere che ci siano cose che di fatto non esistono. Così lui era quello che era. Se ci ripenso non ho mai fatto grandi conversazioni con lui. Non me ne ricordo nessuna. Sicuramente lui aveva difficoltà a relazionarsi con noi ma ci voleva bene a modo suo, ne sono sicura.
Mi ricordo che parlava sempre di politica e io pensavo “che palle” e che parlava molto spesso della sua giornata a lavoro. Era l’uomo delle parole crociate, a volte sbirciava le soluzioni e a pensarci mi viene da ridere. Nei weekend facevamo sempre qualcosa. Un giro in montagna, al fiume o al mare. Oppure andavamo a mangiare la pizza. Era bello. Trovarsi insieme in quelle circostanze. A mio padre piaceva mangiare, piaceva il vino. Quando mangiava gli si illuminavano gli occhi. E quando gli piaceva qualcosa diceva “è speciale” e annuiva col capo.

Di mio padre mi ricordo i gesti, la gestualità. Si arrotolava la manica della camicia attorno all'avambraccio (quella con le maniche corte) d’estate e attorno al polso di inverno. Me lo ricordo sempre elegantissimo. Credo di non averlo mai visto in felpa e proprio raramente in t-shirt.
Mi ricordo che le mattine si alzava presto, andava in salotto e faceva uno stretching tutto suo che sembrava legnoso come Maria de Filippi. E io e mia sorella lo prendevamo in giro. E lui ci rimaneva male. 
Mi ricordo il suo viso quando qualcosa lo feriva, sembrava veramente triste.
Poi mi ricordo che al mattino faceva dei gargarismi assurdi e sputacchiava nel lavandino, si faceva la barba e batteva ritmicamente la lametta sul lavandino per pulirla.

Si spruzzava un po’ di profumo, portava sempre il solito orologio e faceva sempre colazione con il latte e due fette biscottate. Fischiettava ogni tanto e poi cantava delle canzoni di Jimmy Fontana tipo “Una rotonda sul mare”.
Mia sorella mi racconta che era orgogliosa di avere un papà vigile. Un papà in divisa. Io, ad esserne orgogliosa l'ho imparato col tempo. Adesso che capisco cosa deve essere stata la sua vita. Era un tipo instancabile e indipendente, intraprendente. Parlava benissimo e l’accento siciliano l’aveva completamente perso. Non so, forse si era dimenticato di una parte di se. Non so come mai. Di suo padre diceva che era un gran lavoratore ma non parlava praticamente mai di lui. Mi sono chiesta se tutta la sua vita l’aveva vissuta da solo a chi chiedeva consigli? I suoi non erano con lui. Eppure ogni settimana faceva la telefonata di rito a sua mamma, per dirle che pensava a lei. Ascoltava i malanni di cui certamente lei si lamentava e la prendeva un po’ in giro.
Mio padre aveva studiato all’istituto serale per diventare odontotecnico. Mi ricordo di aver visto tutti i libri su cui studiava, sottolineati. Però dentista proprio
non me lo vedo.
Mio padre era uno che non si arrendeva mai. Anche questo forse l’ho imparato da lui o arriva da lui.

È incredibile quanto mi manchi ora. Quando perdi qualcuno il tempo non
serve veramente. Non serve certamente a dimenticare, serve piuttosto a capire cosa ti manca di quella persona e cosa può essere stata per te. Non sarebbe nemmeno bello se il tempo potesse aiutarci a dimenticare perché possiamo veramente dimenticare qualcuno che abbiamo amato?

Per cui più passa il tempo più capisco che lo vorrei accanto. Più divento grande e comprendo la vita e le mie scelte più vorrei che mi fosse vicino. Lo abbraccerei un po’, anzi tanto. Stretto stretto. E gli direi “ti voglio bene papà, sai”.

Ultimamente lo vedo spesso, lo riconosco un po’ nell'immagine che mi restituisce lo specchio. So che mi sta vicino. Lui è il numero 24 quando scopro casualmente un numero civico in una strada, è il signore con il giaccone colorato ed il berretto, è il tonno in scatola, il pollo con le patate, le camicie a righe da uomo, le penne Montblanc. 
Mio padre è certe frasi che diceva solo lui tipo:

Sotto la neve pane, sotto la pioggia fame.
Definire gli ultimi gg di gennaio i giorni della merla.
Immaginarlo che mi dice di dare una pulitina ai capelli: per lui significava tagliarli.
Lui che mi dice che l’amore di un padre non fa l’affetto di mille figli.

Mio padre stava nelle regole: si devono dormire otto ore per notte, bisogna
lavarsi i denti prima di andare a dormire, non prendere troppi caffè, non fumare.
È lui che mi urla di andare a sistemare la mia camera o di andare a studiare. È
sapere con che bus arrivare in un posto. Mio padre era in tutte queste cose qui.
Era un buon padre. Io, per un sacco di anni, sono stata una figlia pessima.
[...]

Tu per me ci sei
sempre stato. Sono stata io ad essere incapace di vederti. I tuoi silenzi erano il tuo modo di esserci per me. Anche nel tuo essere lì accanto a me senza dire e fare nulla. Tu che sei cresciuto da solo. Esserci per me voleva dire essere un padre.
Preoccuparti che stessi bene, che mangiassi, che sapessi come arrivare a scuola. E tu con me ci sei sempre. Ci sei ogni volta che mi specchio o che rido. O che guardo qualcosa assorta. Ci sei ogni volta che mi si illuminano gli occhi per qualcosa.

Ci sei quando nonostante le difficoltà trovo la forza di andare avanti. Ci sei nel mio modo di essere franca e diretta, di dire quello che penso con schiettezza. Ci sei nella mia voglia di indipendenza. Ci sei nella mia calma. Ci sei quando parlo del tempo e cito qualche proverbio che parla di semina e raccolta. Ci sei nella segnaletica stradale, quando guido la Panda e penso a te che mi dici “mantieni la
distanza di sicurezza” come se fossi un vigile che vuole farmi la multa. O quando dopo una frenata brusca in macchina mi dicevi con tutta la calma del mondo“ecco, questo non deve succedere”.
Credo che semplicemente tu e mamma come genitori abbiate fatto il meglio
che potevate. Che siamo sempre la migliore versione di noi stessi o quantomeno
ci proviamo.


giovedì 30 maggio 2019

Petalo diVino

Da qualche tempo mi sono dedicata ai vini. Vengo fuori da un corso degustazione vini ed abbinamento enogastronomico.
Scendo in cantina, circondata dal vapore umido del posto, dai mattoni a vista che si affacciano, dall'odore di muffa, di antichità. Come se mi stessi immergendo in un altra realtà ed in effetti quello dei vini davvero è un mondo. Un mondo che parla la sua lingua fatto di colori, odori, sensazioni.
Mi siedo al lungo tavolo di legno liscio. Ne tocco la superficie, la sento liscia sotto le mie dita, percepisco la ruvidezza di alcune linee tracciate ribelli sul tavolo.
Mi viene versato del vino. Lo osservo. Ne guardo il colore, il riflesso della luce sul bicchiere di finto cristallo. Un tintinnio richiama la mia attenzione come se qualcuno suonasse una campana sottile e delicata in lontananza, a ricordarmi che devo stare qui.
Prendo il bicchiere dallo stelo sottile di questo petalo profumato. Stringo il bicchiere con attenzione tra pollice ed indice..guardo il vino in controluce, ne osservo il perlage, la effervescenza. Sono in grado di distinguere quanto siano fini le bollicine, quanto siano persistenti. Sono tutti elementi, tutti indizi volti a parlarmi del vino che sto bevendo.
Tutto quello che sento con i sensi mi dice che devo stare qui, che il mio posto è esattamente dove mi trovo ora. Che ogni sensazione che proverò, ogni profumo che sentirò, ogni gusto dirà qualcosa di me. Ogni istante mi rendo conto che non esiste vino dove non c'è percezione un pò come non esistono i suoni se non c'è chi li può percepire con l'udito.
Mi immergo nel bicchiere con tutto il naso. Respiro in vino a fondo. Lascio che mi arrivi in profondità, ne percepisco il ricordo. Avvicino piano il bicchiere al viso. Lo allontano. E mi tuffo nei profumi che avvolgono il vino come una sciarpa profumata. Mi perdo nei ricordi, nei campi di fiori a correre tra le margherite con le dita sporche di marmellata.
Assaggiare il vino è un'esperienza, un' immersione nei ricordi e in se stessi. In tutto ciò che un profumo o un sapore sanno evocare.
Alla fine assaggio. Il vino tocca le mie labbra, raggiunge le papille gustative, si insinua dolcemente nei miei sensi, diventa parte di me, mi risveglia e mi illumina da dentro come una lampadina. Io sono in quella luce, in quei sapori, nel profumo di ambra e di fieno, di sottobosco e di fiori d'acacia.
Assaggiare un vino è come fare un viaggio ma senza muoversi veramente. Basta un calice, un tavolo e la vostra intuizione. Come andare in un posto che siete voi con la vostra memoria, una memoria che è anche olfattiva oltre che emotiva.
Il vino è il risultato del sole che tocca le viti, l'uva nutrita dall'acqua, dalle qualità del terreno.
Il vino è come una donna: alcuni vini invecchiati acquistano sapore e morbidezza altri vanno bevuti giovani perché conservano meglio la loro freschezza. Abbinare il vino al pasto è come azzeccare il proprio compagno di vita: alcuni gusti si avvinano per contrasto ( piatto leggero, vino corposo) altri per vicinanza di gusti. In alcuni è la differenza a vincere, in altri casi la somiglianza.
Il vino cambia se lo si lascia un pò decantare: così i gusti prendono forma sul palato, i profumi si fanno più intensi: come se il vino potesse parlarci e trasmetterci la sua essenza.
Il vino davvero è un essere vivente che ha una vita sua propria dentro ognuno di noi.

giovedì 9 maggio 2019

Come una danza

La vita è come la pioggia che ti sorprende
Quando avevi programmato una gita al mare
È un profumo che ti porta indietro
Un sorriso rubato in mezzo alle corse del traffico
Un rimpianto un rimorso una consapevolezza appresa un pò troppo dopo.
La vita è come la goccia di rugiada che ti disseta quando ci sono quaranta gradi
Un bambino che ha tutto il mondo nelle sue mani e l'affida nelle tue
La vita è come una danza
Forse non andrai proprio sempre a tempo
Ma intanto balla, e non fermarti!

lunedì 1 aprile 2019

Uno, nessuno, centomila

Non credo di aver capito gran che della vita, nonostante io abbia vissuto già qualche anno.

ho forse capito un paio di cose su di me, abbastanza importanti credo ma non so, o meglio non penso, possano definirmi anche perché il nostro io cambia nel corso del tempo e non mi è mai piaciuto essere inscatolata in una definizione e forse, a dire il vero, non piace a nessuno.

credo che conoscersi richieda impegno e che richieda tanto amore. Credo che si possa imparare ad amarsi, nel senso di avvicinarcisi tanto alla parte più profonda di noi, coglierne i difetti,  come Gulliver che sulla terra di Brobdingnag essendosi fatto piccolo, riesce a vedere le persone talmente da vicino da coglierne gli aspetti peggiori, come i pori della pelle (si avvicina talmente tanto alla Regina da essere disgustato dalla sua peluria e da come il viso o il seno appare da vicino). Credo che si debba partire proprio da lì per comprendersi, e credo che questo approfondimento di sé duri tutta la vita , sia un percorso ad ostacoli con delle trappole e spesso faticoso.

Perché credo che esistano almeno due possibili "noi" a dire il vero, forse ce ne sono migliaia (magari davvero uno, nessuno e centomila, come diceva Pirandello): uno è quello che siamo, uno è quello che ci hanno insegnato ad essere. Queste due realtà a volte si scontrano profondamente, irrimediabilmente al punto da creare degli scoppi incredibili. Ma d'altronde il mondo non sarebbe nato senza un big bang iniziale.

A volte mi porto in giro, mi sto accanto, mi faccio simpatia. parlo con me e mi ascolto e mi rispondo (sarà follia? rido)

A volte invece mi scanso da me stessa, mi dissocio, mi redarguisco e mi dico che non vado bene per niente.

Oscillo tra queste due realtà, tra questi due possibili mondi. E vivo e rido e scalpito e crepito come una scintilla tra le fiamme.

E a volte non mi trovo. non sono da nessuna parte ed in nessun luogo. A volte questo è bello. Come se potessi confondermi nel corso di un fiume, tra le onde del mare, in un soffio di vento.

E a volte sono terra: solida, ancorata all'asse terreste in qualche strano modo.

E a volte mi rendo conto che posso e possiamo essere molto più di noi, molto più di questo profondissimo pezzo di realtà. Come se la nostra anima potesse estendersi ben oltre il nostro corpo e raggiungere realtà ed universi anche molto lontani da noi.

Così come possono esserci molti possibili noi, possono esserci anche molte possibili realtà.

Uno è il mondo per come lo immaginiamo, e uno è quello per come ne facciamo esperienza, per quello che ci succede e che viviamo.

Io? voglio stare nella terra di mezzo, in equilibrio su questa fune tra l'immagine ideale di un mondo che per lo più non è reale e quello che mi succede.

venerdì 15 marzo 2019

One art, L'arte di perdere

The art of losing isn’t hard to master;
so many things seem filled with the intent
to be lost that their loss is no disaster.

Lose something every day. Accept the fluster
of lost door keys, the hour badly spent.
The art of losing isn’t hard to master.

Then practice losing farther, losing faster:
places, and names, and where it was you meant
to travel. None of these will bring disaster.

I lost my mother’s watch. And look! my last, or
next-to-last, of three loved houses went.
The art of losing isn’t hard to master.

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,
some realms I owned, two rivers, a continent.
I miss them, but it wasn’t a disaster.

Even losing you (the joking voice, a gesture
I love) I shan’t have lied. It’s evident
the art of losing’s not too hard to master
though it may look like (Write it!) like disaster.

Non è difficile apprendere l'arte di perdere

così tante cose sembrano così pregne della possibilità di essere perdute

che la loro perdita non è così tremenda

Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta lo sconforto di perdere le chiavi di casa, il tempo passato male

Non è difficile apprendere l'arte di perdere.

poi pratica quell'arte ulteriormente, perdi più in fretta

posti e nomi e i luoghi dove avresti voluto andare.

Ho perso l'orologio di mia madre. E nota: se ne è andata anche l'ultima o meglio penultima delle mie tre amate case

Non è difficile da apprendere l'arte di perdere

ho perso due bellissime città e per giunta alcuni reami che possedevo, due fiumi, un continente.

Mi mancano ma non è stato un disastro.

Perfino perderti (una voce scherzosa, un gesto che amo) non posso che ammettertelo.

E' evidente che non sia difficile da imparare l'arte di perdere nonostante possa sembrare (scrivilo!) un disastro.

Ecco qui una conversazione che Elisabeth Bishop intavola con i suoi lettori.
La poesia si compone di sei strofe, quattro delle quali con una rima che lega il primo e l'ultimo verso (ex: master-disaster; faster-disaster)

Il componimento è caratterizzato dal ripetersi di una serie di frasi:

The art of losing isn’t hard to master

it wasn’t a disaster.

Che richiamano l'idea della perdita, del concludersi di qualcosa e che suonano quasi come un mantra volto forse ad esorcitazzare la paura di quella stessa perdita, della morte, della fine.

Sono temi molto familiari alla Bishop che perde il papà a otto mesi e la madre a tredici anni.

L'autrice si rivolge direttamente allo spettatore coinvolgendolo nella sua vita in tutti gli episodi: la perdita della madre, rappresentata dall'orologio perduto. I viaggi (grazie all'eredità lasciata dal padre riesce a viaggiare spesso). In maniera ironica e forse un pò cinica dice che la perdita non è poi un gran disastro: una realtà che può capitare ma a cui si può sopravvivere.

Eppure perdere è qualcosa che ai suoi occhi è come un'arte, uno strumento attraverso cui far uscire il dolore: è qualcosa che si può imparare e padroneggiare con il tempo.

C'è una tristezza sottile, una malinconia, un sorriso nostalgico in tutte le cose i continenti i fiumi le città che nella sua vita lei ha perduto.

E alla fine tra le cose più difficili ha perduto anche una persona, e questo sì che è stato un vero disastro.

Con un tono colloquiale e frasi dirette allo spettatore l'autrice si avvicina allo lettore come se confessasse qualcosa ad un amico: "write it" "and look". Questo rende il contenuto più familiare, più intimo e al contempo più facile da accettare come se fosse un dolore che potesse condividere con il resto del mondo e che potesse, in virtù di tale universalità, far sentire l'autrice un pò meno sola.

mercoledì 27 febbraio 2019

Niche, Torino

A chi vuole fare un viaggio in una dimensione parallela consiglio di andare da Niche, in via Po. È come entrare in un mondo antico fatto di soffitti con cassettoni di legno, tappeto rosso e profumi lontani. La profumeria nasce in un edificio del XXVII secolo ed era la profumeria reale.
La proprietaria è una donna piena di charme che sa spiegarti la storia dei profumi, la psicologia di chi acquista un eau de toilette piuttosto che un eau de parfum.
Mi dice che il profumo va spruzzato sui vestiti perche si mantenga sempre uguale e capisco che anche i profumi sono un potente strumento di comunicazione. 
Agrumato? Forse siete un po volatili, come questa fragranza. Fiorito? Avete un animo romantico.
E mi dice che i profumi sono come i vini, che alcuni cercano un Tavernello e altri invece desiderano qualcosa di speciale, unico, esclusivo.
Un viaggio olfattivo, un viaggio alla scoperta di sé stessi, un piccolo salto in una realtà un pò francese ed un pò magica, esclusiva ed intima come i salotti eleganti dove gli intellettuali facevano conversazione e dove saper conversare era considerata un' arte.
Per chi vuole sentirsi speciale, per chi cerca una fragranza in cui riconoscersi, per chi non vuole essere dimenticato.

martedì 19 febbraio 2019

Scarpe con il fiocco rosso

Riposto quello che ha scritto la ragazza di Lunedì non ti temo.

Quante volte preferiamo stare al sicuro? Giocare al ribasso? Comprare le scarpe meno vistose piuttosto che quelle rosse con il fiocco? Io ho passato una vita ad approfondire l’arte del “mimetizzarsi”. Era un terreno sicuro, non mio, ma sicuro. E la maggior parte di noi preferisce sentirsi al sicuro che osare qualcosa di nuovo, anche se si tratta di un paio di scarpe rosse che fanno battere il cuore dalla vetrina.
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Eppure qualcuno quelle scarpe le compra. Crede alla propria idea di stile e le indossa. Forse sente battere il cuore e non si lascia frenare dalla paura… o forse ha un problema di acquisto compulsivo, ma questa è un’altra storia eheh… 
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La verità è che abbiamo occasione, ogni giorno, di lasciarci andare a qualcosa di nuovo. Scegliere qualcosa di diverso da menù, cambiare scarpa invece di quelle super comode che prendiamo sempre, osare un taglio diverso che ci fa sentire bene. Semplicemente scegliere qualcosa di nuovo, di piccolo, di semplice o di rosso con il fiocco. Fallo. Fallo pensando che non c’è un assoluto, un giusto, uno sbagliato o qualcosa che dura per sempre. 

La vita è un work in progress e non sarà mai perfetta. 
Come le scarpe o come il taglio di capelli. 
Io poi le ho comprate, le scarpe.