Post più popolari

sabato 14 luglio 2018

La vita è una ciliegia

Se cercate la parola amore su un dizionario etimologico scoprirete che deriva da a- e mors. Significa letteralmente senza morte. Significa che l'amore è la vita. Mi pare curioso però che questo sentimento sia inteso come assenza di qualcosa anziché come presenza di qualcosa che esiste davvero. Può darsi che anticamente si prestasse più attenzione  alle carenze piuttosto che all'essere presente di una determinata cosa, ma fatto sta che l'amore già solo dalle sue origini semantiche ha a che fare con la vita e questo mi pare di grande importanza. Altro aspetto interessante  è che la parola non deriva da altri composti, come se bastasse a se stessa.
Amare qualcuno in senso lato vuol dire dargli vita, restituirgliene. Dargli nutrimento.

Prévert diceva che la vita é come una ciliegia, la morte è il nocciolo e il ciliegio invece é l'amore.
L' amore quindi sarebbe qualcosa che ci da radici e ci fa crescere ed in sé ha la vita e la morte.  È un insieme di cose e di elementi. Elementi in relazione che creano un tutto più grande.

Un altro tipo di amore è quello che Nietzsche definiva Amor Fati: letteralmente amore per il fato, per la sorte. Si tratta anche in questo caso di un amore ma esteso a tutto quello che ci succede e che, quasi mai ci è dato cambiare.
Amare il proprio destino significa accettarlo così com'è senza cercare di modificarlo o desiderarlo diverso. Mi è capitato spesso di desiderare, in molti aspetti della mia vita, che le cose andassero in maniera diversa. Ma quand è che le cose vanno come vogliamo noi? Praticamente mai. La realtà è frutto di elementi che si compenetrano e che non possiamo prevedere. Il nostro potere sta nel partire da quella realtà, da quel destino per farne qualcosa di bello. Non è quello che ci succede a dire chi siamo ma come reagiamo ad esso. Cosa ce ne facciamo di quella sorte. Possiamo decidere di seguire la direzione del vento, senza remare (come diceva Orietta Berti) e vedere dove ci ritroveremo per partire da lì. Oppure continuare a sbattere contro la porta del destino sperando che si apra a nostro piacimento.
Non possiamo scegliere cosa ci accadrà però possiamo scegliere come reagire di fronte alle cose, possiamo decidere di lasciare andare le cose che non vanno e di accettare quello che ci succede fiduciosi che troveremo uno spiraglio di luce in mezzo a tutte le curve della vita.

martedì 10 luglio 2018

Robe di Simo

Mi perdo nei meandri, nei piccoli angolini dei significati. Tra la semantica a rincorrer parole come Alice dietro il bianconiglio.
Mi nascondo tra le pieghe di un suono, sotto il verde di una virgola e il vermiglio di un punto.
Sono qui, sono lontano, sono a due passi dal mio cuore.
Ed è il mio che batte più forte di tutti e non lo puoi ignorare.
Ed è tutto quello che c'è, una bomba rossa pronta ad esplodere con uno sguardo, un sorriso, un tocco.
Ed è questa luce, questa luce in questa lunga colonna buia a spingermi sempre un pò più in là, sempre un pò oltre, sempre più al di là di me.
E te la porgo questa luce perché ce l'abbia pure tu per guardare, per vedere meglio, per cogliere quegli angoli di significato che mi piacciono tanto.
Perché al buio possiamo resistere solo se accendiamo la luce e non la spegniamo più.

martedì 3 luglio 2018

Monegato: quando i secondi ti rendono il primo

Un altro posto di Torino che ho scoperto da un po' è Monegato un ristorante molto colorato attento ai prezzi, alla qualità e all'ambiente (piatti e posate sono riciclabili).
A Torino ce ne sono tre, mi dice Luca, il proprietario. Uno in piazza Madama, uno in via Verdi e uno in via Biglieri. Il motto dei tre ristoranti è "Primi, secondi a nessuno". Nonostante il motto il posto offre un ampia scelta di piatti (anche secondi) e dolci.
L'atmosfera di Monegato è molto accogliente, ci sono lunghi tavoli di legno che rendono più facile socializzare, prese per ricaricare il cellulare, gancetti ai tavoli per appendere le borse o gli zaini. È il posto perfetto per lo studente che vuole mangiare qualcosa tra una lezione e un'altra, per vecchi amici che vogliono mangiare come a casa della mamma un piatto di amatriciana, per compagni di classe che festeggiano la fine dell'anno scolastico. L'ambiente colorato rende il locale allegro e sbarazzino.
 
Luca segue personalmente la cottura dei cibi consigliando i cuochi. Ognuno di loro mi racconta, mette un po' di sé in quello che prepara e anche se si cerca di uniformare i piatti in modo che i clienti trovino un prodotto riconoscibile in ogni ristorante, ogni portata è l'espressione della creatività di chi lo prepara.
Lunedì, mercoledì e venerdì ci sono le serate più interessanti : dal giropasta a offerte per due o quattro persone che mangiano insieme.
In via Biglieri oltre a mangiare per pranzo e cena si possono trovare dei gelati ottimi con cialda di biscotto. Anche qui qualità alta e prezzi assolutamente onesti.
In più una cosa che non guasta mai è la gentilezza del personale, sempre disposto ad accoglierti con un sorriso, ad ascoltare suggerimenti, a spiegarti come sono realizzati i piatti.
Sono tutti questi elementi che rendono Monegato secondo a nessuno. Da provare!
 

lunedì 25 giugno 2018

Kitchen di Banana Yoshimoto

Un libro che vi consiglio di leggere è Kitchen di Banana Yoshimoto. Mi ricordo quando lo scoprii sul bancone di un supermercato e decisi di acquistarlo. È la storia di una ragazza, Mikage, che rimane completamente sola, senza famiglia e viene praticamente adottata dal suo compagno di scuola. Kitchen perché la cucina è l'elemento che lega tutti i momenti della storia: il rapporto della protagonista con la nonna, con il fidanzato, con il suo compagno di scuola. La cucina è la calma,l'amore, la meticolosità.
E la storia è tutta permeata dalle atmosfere giapponesi di ciliegi e di petali che cadono lenti sul terreno. Dai riti, dalle corrispondenze tra segni e cose che succedono veramente. E una storia d'amore delicata e mai sussurrata tra i due protagonisti. Un rincorrersi senza fretta e senza davvero correre. Un cercarsi immersi nei ritmi lenti tipici del Giappone. Insomma quello che più di tutto colpisce della storia è la magia sottile e precisa del Giappone, di calme che non ci appartengono, della pazienza di chi sa aspettare e non si arrabbia e prende le cose sempre per quello che sono per come sono.
E un personaggio fortissimo che nasconde un grande segreto. Un personaggio che reca in se il fascino dello ying e dello yang e che rappresenterà un riferimento per la protagonista.
Un romanzo di formazione in cui Mikage diventa una donna consapevole che ci conduce in una realtà colma di incanto e di ritualità. Un viaggio lontano da noi per capire che c'è un tempo per ogni cosa e che la vita, come il corso di un fiume, bisogna viverla lasciando che scorra via come acqua nel mare.

venerdì 22 giugno 2018

Guilty of Dust


Eccola qui una poesia che mi è capitata per caso e mi è piaciuta. L'autore è Frank Bidart, professore, poeta e vincitore di un premio Pulitzer per la poesia.

In Guilty of Dust l'amore, secondo quanto sostiene lui è la distanza tra noi e ciò che amiamo, come se fosse funzionale a colmare un vuoto interiore. È una spinta verso ciò che desideriamo e che ci manca, ed è una strada, il nostro destino.

L'amore come forza positiva ma anche distruttrice, come qualcosa contro cui o in virtù di cui lottiamo e che per la sua intensità ci riduce in polvere (=dust).

Una forza incontrollabile, una voce che non si può non ascoltare. E' il desiderio di sparire dentro l'arte in tutte le sue forme, esserci senza esserci davvero, completamente avviluppati in una dimensione che è altro dal reale.

E tutta l'energia che pervade questo palcoscenico che l'autore sembra aver messo in piedi in questa poesia: una forza tracotante che sembra circondare autore e lettore in un unico e stretto abbraccio.

Una poesia che è visiva e i cui primi versi sembrano un urlo rivolto alla folla (dato che sono scritti in maiuscolo) e forse i caratteri in maiuscolo servono a mettere in rilievo (un rilievo visivo oltre che contenutistico) i concetti cardine del componimento.

La poesia è divisa in tre parti da tre asterischi, come se si trattasse di tre scene in cui i concetti si snodano.

Il primo e l'ultimo verso chiudono al centro una scena in cui l'autore ci mette a parte della sua vita e ci coinvolge nel contesto in cui è inserito tra attori, amici e famiglia. Solo in questa parte del testo l'autore spunta e si affaccia sul palco, utilizzando il pronome personale I.

Nel resto del brano invece il suo modo di approcciarsi è impersonale. Come se stesse svelando al pubblico una verità assoluta e universale.

Potrebbe anche trattarsi di una canzone dato che alcuni versi sono ripetuti come se si trattasse di un ritornello (ex: “what you love is your fate).

E l'idea di una sorta di eccitazione febbrile del poeta che lo porta a sentire una voce dentro la sua testa: questo è un tema che Bidart ha spesso affrontato nelle sue opere, il tema dell'insanità mentale che si inserisce nella corrente della Poesia Confessionale in cui l'autore si confessa con il suo pubblico, mettendosi a nudo e utilizzando la prima persona.

Insomma siamo ciò che desideriamo. E ciò che amiamo ci porta alla fine di noi. Ed è una forza incontenibile che ci sovrasta e ci rapisce e che ci rende colpevoli (=guilty). Questo rende molto bene l'idea dell'ineluttabilità della vita e del nostro destino che ci vede proprio di fronte ad un pubblico ad ammettere, proprio come una confessione di fronte ad un tribunale, che siamo colpevoli.

giovedì 21 giugno 2018

Solstizio

Oggi è il solstizio d'estate. Il giorno più lungo dell'anno. All'apice del suo splendore da oggi in poi la luce inizia a scemare. Mi vengono in mente tutte le volte che nella vita le cose, arrivate alla loro maturazione poi piano piano si accorciano su se stesse, come foglie sotto le fiamme. Mi viene in mente che tutto è un ciclo, che nulla rimane fermo, uguale a se stesso. Le cose cominciano, finiscono, cambiano colore.
Da un lato questo porta con sé un pizzico di tristezza, dall'altra la misteriosa magia delle cose imperiture, che non muoiono mai veramente. L'idea che possiamo nascere nuovi e ricominciare da zero, semplicemente decidendolo.
E il rispetto del tempi. In una realtà che ci porta a correre continuamente rispettare i cicli è un atto rivoluzionario. Aspettare che i tempi siano maturi ed essere qui, esserci sempre,sempre presenti a se stessi. Molta felicità deriva dal saper apprezzare quello che c'è, nello stare in quello che c'è.
Quindi auguro a tutti un buon solstizio, un buon inizio o una buona fine: che poi a pensarci sono praticamente la stessa cosa guardata da angolazioni diverse!

lunedì 18 giugno 2018

Nelle mie scarpe

Quanti anni occorrono per diventare grandi? E cosa vuol dire poi essere adulti?
A un giorno dal mio compleanno sento di dover affrontare l'argomento.
Secondo i romani l'adolescenza terminava a 25 anni, quindi rientro ampiamente nell'età adulta, già da un bel pezzo oltretutto.
Se leggiamo l'etimologia dei due termini (adolescente e adulto) entrambi hanno la stessa matrice: ad + alere che significa letteralmente "verso il nutrimento". La cosa che differenzia un adolescente da un adulto è che mentre per il primo si sta ancora " nutrendo", il secondo ha terminato questo percorso formativo.
Personalmente la mia adolescenza è terminata forse una settimana fa. C'è da dire che io ho fatto sempre tutto in ritardo o con i miei tempi e quindi ci sta anche che la mia adolescenza si collochi un pò più in la rispetto a dove la collocavano i romani.
Credo che essere grandi o adulti consista però più in un approccio alla vita e ai problemi che in una fascia d'età o in una definizione etimologica. Essere adulti significa avere la responsabilità delle proprie azioni, delle proprie scelte e delle conseguenze che ne derivano. Significa saper prendere fiato di fronte ad un problema e avere fiducia nell' affrontarlo.
Questo per me è sempre stato difficile. Ho sempre chiesto pareri agli altri, come se sapessero meglio di me cosa dovevo fare. Ma a sbagliare sono capace da sola e quindi, dato che di risposte non ce ne sono né di strade giuste o sbagliate ho smesso di chiedere agli altri.
Spesso chiedevo pure pareri su come una determinata situazione mi faceva sentire. Ma chi meglio di noi stessi sa come si sta nelle nostre scarpe?
Purtroppo questa è una pessima abitudine su cui sto lavorando. Come ci sia arrivata poco importa. Quello che invece è importante è cosa posso fare oggi con la persona che sono per muovermi verso chi voglio diventare.

Essere adulti vuol dire mettersi in cammino, anche se fa paura ed essere responsabile di ogni passo che si compie, che sia avanti oppure indietro.

Ma essere grandi significa anche sapersi ricordare che a volte si può decidere anche di tornare bambini, anche solo per un pò.