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lunedì 30 luglio 2018

Elogio dei fallimenti

Ho scoperto che in Svezia esiste un museo dei fallimenti. Ci hanno messo tutte le cose realizzate ma che non hanno mai avuto successo. Nella maggior parte di casi si tende a mettere in vetrina i nostri successi, i risultati che abbiamo ottenuto. Dimenticando però che spesso quei risultati sono stati la conseguenza di un insuccesso precedente, di un ineffabile fallimento. Eppure pensate a tutte le volte che una cosa è andata storta: un ingranaggio nel meccanismo. Avete pensato che non ce l'avreste mai fatta. Invece poi sì. Quel fallimento anzi è stato il punto di partenza per ricominciare con più slancio. O magari per cambiare strada. Gli insuccessi fanno parte del successo quanto il risultato stesso. Perché ci danno la traccia. Se riproviamo dove ci siamo fermati dicono della nostra tenacia. Se ci conducono da un'altra parte dicono che ci stiamo ancora cercando ma che continuiamo a camminare.
Sono stata bocciata ad un esame di archeologia all'Università. Ho ritentato e ho preso trenta. A volte le difficoltà ci servono per capire fin dove possiamo arrivare.
Ci ho messo una vita ad imparare ad andare in bici. I compagni.di classe mi prendevano in giro. Tutti quegli sfottò alla fine mi hanno dato la grinta per riprovare. E la bici per quasi un anno è stata il mio solo mezzo di locomozione.
Gli insuccessi dicono quanto voglia abbiamo di riprovare, di non farci definire da quei "no", quanto desideriamo qualcosa o quanto invece quel " no" ci dice che è il momento di cambiare strada.
Qualche settimana fa ho ricevuto un bel "no". Però anziché aspettarlo con ansia, me lo sono andato a prendere io. Facevo la corista in un gruppo e alla fine ho fatto come Jack Frusciante. Ora non lo so cosa  porterà questo no, ma non mi fa paura.
C'è chi ha bisogno di prendere la rincorsa per arrivare dall'altra parte del fiume, c'è chi ha bisogno di cadere per accorgersi che si può rialzare. E quelle cadute valgono ancora di più dei trofei, degli incarichi,delle fasce onorifiche. Perché gli eroi si vedono in battaglia.

mercoledì 18 luglio 2018

A Vale

Cara Vale,
Ma ti ricordi di me? Di me e te a camminare per i corridoi del Curie ad immaginare un mondo che ci sembrava negato. E le tue risate, le tue maniche corte in pieno inverno. E niente alcolici in gita e sentirci fuori dal coro ma dentro la nostra amicizia. E amori non corrisposti e il resto della classe a cui non ci sembrava di appartenere. E poi perdersi. E ritrovarsi ogni volta con lo stesso sorriso. E le tue pacche sulla spalla, il viaggio a Londra, la ciaspolata e la polenta in montagna e tutto il resto. E la nostra promessa di sentirci a quarant'anni,ti ricordi vale?
A volte le porte si chiudono con il cemento armato e non le riapri più.
Però ti pensavo e ti saluto così.

sabato 14 luglio 2018

La vita è una ciliegia

Se cercate la parola amore su un dizionario etimologico scoprirete che deriva da a- e mors. Significa letteralmente senza morte. Significa che l'amore è la vita. Mi pare curioso però che questo sentimento sia inteso come assenza di qualcosa anziché come presenza di qualcosa che esiste davvero. Può darsi che anticamente si prestasse più attenzione  alle carenze piuttosto che all'essere presente di una determinata cosa, ma fatto sta che l'amore già solo dalle sue origini semantiche ha a che fare con la vita e questo mi pare di grande importanza. Altro aspetto interessante  è che la parola non deriva da altri composti, come se bastasse a se stessa.
Amare qualcuno in senso lato vuol dire dargli vita, restituirgliene. Dargli nutrimento.

Prévert diceva che la vita é come una ciliegia, la morte è il nocciolo e il ciliegio invece é l'amore.
L' amore quindi sarebbe qualcosa che ci da radici e ci fa crescere ed in sé ha la vita e la morte.  È un insieme di cose e di elementi. Elementi in relazione che creano un tutto più grande.

Un altro tipo di amore è quello che Nietzsche definiva Amor Fati: letteralmente amore per il fato, per la sorte. Si tratta anche in questo caso di un amore ma esteso a tutto quello che ci succede e che, quasi mai ci è dato cambiare.
Amare il proprio destino significa accettarlo così com'è senza cercare di modificarlo o desiderarlo diverso. Mi è capitato spesso di desiderare, in molti aspetti della mia vita, che le cose andassero in maniera diversa. Ma quand è che le cose vanno come vogliamo noi? Praticamente mai. La realtà è frutto di elementi che si compenetrano e che non possiamo prevedere. Il nostro potere sta nel partire da quella realtà, da quel destino per farne qualcosa di bello. Non è quello che ci succede a dire chi siamo ma come reagiamo ad esso. Cosa ce ne facciamo di quella sorte. Possiamo decidere di seguire la direzione del vento, senza remare (come diceva Orietta Berti) e vedere dove ci ritroveremo per partire da lì. Oppure continuare a sbattere contro la porta del destino sperando che si apra a nostro piacimento.
Non possiamo scegliere cosa ci accadrà però possiamo scegliere come reagire di fronte alle cose, possiamo decidere di lasciare andare le cose che non vanno e di accettare quello che ci succede fiduciosi che troveremo uno spiraglio di luce in mezzo a tutte le curve della vita.

martedì 10 luglio 2018

Robe di Simo

Mi perdo nei meandri, nei piccoli angolini dei significati. Tra la semantica a rincorrer parole come Alice dietro il bianconiglio.
Mi nascondo tra le pieghe di un suono, sotto il verde di una virgola e il vermiglio di un punto.
Sono qui, sono lontano, sono a due passi dal mio cuore.
Ed è il mio che batte più forte di tutti e non lo puoi ignorare.
Ed è tutto quello che c'è, una bomba rossa pronta ad esplodere con uno sguardo, un sorriso, un tocco.
Ed è questa luce, questa luce in questa lunga colonna buia a spingermi sempre un pò più in là, sempre un pò oltre, sempre più al di là di me.
E te la porgo questa luce perché ce l'abbia pure tu per guardare, per vedere meglio, per cogliere quegli angoli di significato che mi piacciono tanto.
Perché al buio possiamo resistere solo se accendiamo la luce e non la spegniamo più.

martedì 3 luglio 2018

Monegato: quando i secondi ti rendono il primo

Un altro posto di Torino che ho scoperto da un po' è Monegato un ristorante molto colorato attento ai prezzi, alla qualità e all'ambiente (piatti e posate sono riciclabili).
A Torino ce ne sono tre, mi dice Luca, il proprietario. Uno in piazza Madama, uno in via Verdi e uno in via Biglieri. Il motto dei tre ristoranti è "Primi, secondi a nessuno". Nonostante il motto il posto offre un ampia scelta di piatti (anche secondi) e dolci.
L'atmosfera di Monegato è molto accogliente, ci sono lunghi tavoli di legno che rendono più facile socializzare, prese per ricaricare il cellulare, gancetti ai tavoli per appendere le borse o gli zaini. È il posto perfetto per lo studente che vuole mangiare qualcosa tra una lezione e un'altra, per vecchi amici che vogliono mangiare come a casa della mamma un piatto di amatriciana, per compagni di classe che festeggiano la fine dell'anno scolastico. L'ambiente colorato rende il locale allegro e sbarazzino.
 
Luca segue personalmente la cottura dei cibi consigliando i cuochi. Ognuno di loro mi racconta, mette un po' di sé in quello che prepara e anche se si cerca di uniformare i piatti in modo che i clienti trovino un prodotto riconoscibile in ogni ristorante, ogni portata è l'espressione della creatività di chi lo prepara.
Lunedì, mercoledì e venerdì ci sono le serate più interessanti : dal giropasta a offerte per due o quattro persone che mangiano insieme.
In via Biglieri oltre a mangiare per pranzo e cena si possono trovare dei gelati ottimi con cialda di biscotto. Anche qui qualità alta e prezzi assolutamente onesti.
In più una cosa che non guasta mai è la gentilezza del personale, sempre disposto ad accoglierti con un sorriso, ad ascoltare suggerimenti, a spiegarti come sono realizzati i piatti.
Sono tutti questi elementi che rendono Monegato secondo a nessuno. Da provare!