mercoledì 22 febbraio 2017

Anche i playboy amano?






Doveva essere la storia di un playboy incallito pieno di donne che confessa che per lui l’amore è un’inconsistente nuvola di profumo che si attacca alle lenzuola di notte e che non riesci a lavar via dalla pelle, invece poi, una volta che ho incontrato E. questo articolo prende una forma totalmente diversa.
 Lo incontro a casa sua e l’impressione che ho quando vedo attaccato alla parete rossa un quadro che lo ritrae in quattro pose, stile Andy Warhol, è che questo sia un vero narcisista, che si compiace della sua bellezza e dei suoi occhi azzurri. Poi guardo un po’ meglio e scopro una casa piena di statue orientaleggianti, tanti piccoli budda che si affacciano in ogni angolo delle stanze.
“Cos’è l’amore per te E.?”
Lui ride e mi dice che è difficile da definire. Ha amato due donne nella sua vita ed in maniera diversa. Ma profondissima.
Amore significa vita, etimologicamente. È l’assenza di morte.
E così anche i playboy amano. Scopro che prima di essere un bel trentacinquenne di un metro e ottanta è stato un adolescente magro ed insicuro. Scopro, come spesso accade, che la spavalderia è solo uno strumento di difesa.  Scopro che c’è molto di più di quello che si vede.
Mi racconta della ragazza di cui è innamorato ora. Gli si illuminano gli occhi quando ne parla.
“Bellissima, troppo bella per me. E senza regole. Un’intesa pazzesca ma completamente inafferrabile ed ingestibile”.
Mi aspettavo che mi avrebbe raccontato che le donne vanno prese e trattate male, mi aspettavo che mi cantasse “il teorema di Pitagora” invece si perde da qualche parte nella memoria a raccontarmi che la aspetta a casa, di notte. Le prepara da mangiare e lei non si presenta mai. E poi arriva, gli suona alle tre del mattino e quando la vede lui, si dimentica di tutto. Di tutte le volte che lei si è dimenticata di lui, di tutte le volte che si sono lasciati, di tutte le bugie, di tutte le litigate. E non mi spiega nemmeno cosa c’è di lei che lo attrae. Mi viene da chiedermi se non sia solo l’inafferrabilità di questa donna. Una che devi sempre conquistare, una che è come l’acqua: tenti di acciuffarla ma ti scappa dalle mani e non sai nemmeno dove se ne va.
“Invece con S. era un'altra cosa. Era un amore tranquillo. Sapevo che lei c’era per me e che mi dava tutto, sapevo che ci sarebbe sempre stata.
Era una mamma. Una presenza costante nella mia vita. Ma dopo un po’ la mamma non ti attrae più e ti ritrovi con una donna che ti sembra come una sorella. Non la desideravo più”. C’è un tono triste nella sua voce:di perdita, di lontananza.
Gli dico che non scegliamo chi amare. Gli dico che le cose vanno come devono. Che ognuno merita di trovare una persona per cui essere tutto e così anche S.
A volte cerchiamo persone di cui avvertire l’assenza. Persone con cui sappiamo a prescindere che non potremo mai costruire niente. Solo per dimostrare a noi stessi che siamo in grado di catturare l’inafferrabile. Perché pensiamo che conquistare una persona “complicata” dica che siamo importanti, che valiamo e che esistiamo.
E. mi racconta che G. , la donna di cui è innamorato, è piena di problemi: una famiglia distante, un padre inesistente, un’infanzia difficile.
Gli chiedo della sua infanzia e lui mi racconta che è stato vittima del bullismo ma che questo lo ha portato ad imparare a difendersi. Gli dico che forse G. è la sua seconda possibilità. A volte cerchiamo di salvare noi stessi, salvando gli altri. A volte gli altri sono solo una proiezione di come noi, in una circostanza simile, ci siamo sentiti. Ecco perché ci si imbatte in soggetti complicati. Per salvarli. Per salvarci. Per dimostrare a noi stessi che siamo in grado di farcela. Per darci una seconda occasione. Per darci la possibilità di essere forti subito, senza perdere tempo.
Mi dice che la sua vita può andare in due modi. O costruisce qualcosa con G., un futuro, una famiglia oppure c’è il piano B. Andare all’estero e aprirsi un’attività.
Caro E. , il piano B presuppone che forse al piano A  tu non creda veramente. Ecco perché ti stai cercando un’alternativa.
Oppure forse ti sei scelto un rapporto difficile perché infondo lo sai anche tu di non essere ancora pronto per l’amore. Così passi il tempo cercando di dimostrare a te stesso che questo amore folle e senza equilibrio abbia un senso e ti dia quello che desideri davvero.  Ma continuare ad insistere un qualcosa che ti fa stare male non ti sembra un modo per sabotare un progetto di vita che forse ti sei accorto che non va proprio bene per te?
Mi dico che a volte rincorrere quello che desideriamo davvero fa paura. Perché quando ti metti a fare quello che vuoi ti metti anche nella condizione di poter fallire. Invece se c’è qualche ostacolo al raggiungimento dei propri obiettivi ci si può sempre crogiolare nell’eventualità di un piano B potenzialmente perfetto. Un’alternativa, un “io” possibile. Una felicità virtuale. Perfetta perché inavvicinabile. Però sai che c’è? I piani B sono per chi ha troppa paura per seguire i propri sogni. Ma la realtà dei fatti è che quando capiamo ciò che desideriamo e iniziamo a fare un passo verso questo piano B, il sentiero si costruisce da solo. Vuoi provare, mio caro Playboy?

giovedì 16 febbraio 2017

Soffitto






Sara si infilò due dita in gola e vomito tutto nel water.  Ad ogni cosa che le saliva su dallo stomaco sentiva un sasso percorrerle tutto il corpo al contrario, come se avvertisse che quel gesto era contro la vita, era contro di lei. Si faceva male, si faceva del male per soffocare un vuoto che arrivava da molto lontano ma non sapeva bene da dove. Sapeva solo che ogni tanto doveva riempirsi la pancia di cibo, non importava cosa mangiasse ma che soffocasse il vuoto che la consumava dentro. Biscotti, pane, formaggio, dolci qualunque cosa era utile allo scopo. Il cibo non era un nutrimento, era una arma contro se stessa. Non sentiva il gusto, trangugiava, ingoiava la vita, ingoiava il dolore, soffocava tutto. Per una decina di secondi le pareva di essere sazia, di essere piena, di essere riuscita a tappare quel vuoto. E di stare bene. Ma dopo una brevissima euforia arrivava il senso di colpa. Si sentiva grassa, si sentiva non a posto. Così vomitava. Si svuotava di nuovo. Gli occhi sembravano poterle uscire dalle orbite, le sembrava di poter uscire dal suo corpo di diciassettenne, di allontanarsi da se stessa, di non esserci più.
“Che stai facendo?” le gridò suo padre, con un tono di lontana preoccupazione nella voce.
Sara si asciugò la bocca con la manica della felpa e gli gridò nervosamente “niente! Ma che vuoi che faccia, lasciami stare” e la voce le si fece sempre più sottile mentre correva in camera sua, guance solcate dalle lacrime e si buttava sul letto.
Era sabato, il giorno peggiore della settimana. Sua madre tornava da lavoro e Sara sapeva che a breve i suoi genitori avrebbero litigato. Era terribile, come avere due lampi che si scontravano, due venti contrari e costanti che spingevano uno contro l’altro e lei lì, in mezzo.
“Ma che è sto casino? Possibile che è sempre tutto incasinato in questa cavolo di casa?” le chiese sua madre, entrando nella sua stanza.
Sara alzò appena la testa, sua madre le vide il viso tra il mascara colante e le lacrime, si avvicinò al letto e le disse “Che cos’hai tesoro?”
Si avvicinò anche suo Padre Rino e con gli occhiali tra le mani le disse “Sara cosa c’è che non va? Possibile che non riesci mai a fare un sorriso?”
Ada, sua moglie, gli lanciò uno sguardo di sbieco, Sara sollevò la testa e disse al padre: “lasciami in pace!”
Gli occhi di Rino si fecero piccoli e ancora più neri mentre la rabbia di Sara gli arrivò in faccia, con violenza. Lui si rivolse alla moglie e le disse “tu me l’hai messa contro” e se ne andò dalla stanza con le spalle curve, come se la sua schiena sostenesse il peso del mondo.
Sara non capiva di essere una vittima di un gioco da grandi a cui non aveva scelto di partecipare. Era cresciuta con l’idea che il padre fosse un’incapace che non valeva niente e che bisognava trattare male. Vedeva la madre comportarsi così e faceva altrettanto. Ma il suo era un riflesso condizionato, condizionato dall’amore per sua madre.
Era sempre stata una ragazza paffuta a cui il cibo e i dolci piacevano molto. Però era anche cresciuta con l’idea che il cibo fosse una consolazione, ogni volta che era triste sua madre la portava a mangiare un gelato, all’uscita da scuola tutti i pomeriggi cappuccio e brioche. Insomma inconsciamente il cibo era la soluzione. Era la risposta ad un brutto voto a scuola, ai compagni di classe che la prendevano in giro, a Marco Tommasiello che non se la filava di striscio, anche se lei gli aveva scritto che avrebbe voluto essergli amica. E così col tempo ogni volta che qualcosa non andava, voilà mangiava. Ma mangiava fino a scoppiare, fino a stare male. Col tempo capii che cercava nel cibo di trovare una compensazione ad una carenza grandissima, quella di suo padre.
Rino era un uomo buono. A 18 anni aveva lasciato i suoi sei fratelli a Caserta per cercare la sua strada a Torino. Prima era entrato in Polizia, poi aveva smesso la divisa per aprirsi un’agenzia di pratiche assicurative e successivamente era diventato Agente di Polizia Locale. Era un uomo di grande personalità, cuore e tenacia.
“Tesoro mio,
quando leggerai questa lettera sarà troppo tardi, perché non ci sarò più. Sai quanto io ami scrivere con la mia macchina che fa tanto rumore. E’ come se quel rumore potesse rafforzare il senso delle parole e caricarle del significato che ho sempre fatto molta difficoltà ad esprimere.
La verità, cara Sara mia bella, è che non mi hanno insegnato ad amare. Nonno Gaetano era un gran lavoratore ma parlava pochissimo e la nonna Rosa aveva un sacco di problemi di salute. Sono cresciuto forte si, ma poco avvezzo ai sentimenti.
Se tu vedessi quanto sei bella Sara, quanta luce c’è nei tuoi occhi. Perfino quando mi guardi arrabbiata percepisco la grandezza del tuo cuore e del tuo amore.  Sei stata la pedina dell’odio tra me e la mamma. Non doveva succedere. Ma io l’ho sempre amata moltissimo e ho lasciato che mi vincesse un sacco di volte. Sappi che ti ho sempre voluto bene, nonostante tutto. Sappi che sei sempre stata il mio piccolo cuore. Ti ricordi quando da piccola ti chiedevo un bacio e tu dicevi che ti erano finiti? Sii forte cara figlia mia, sii coraggiosa sempre, sorridi, tieni duro. Perché la vita è sempre una lotta, una bellissima guerra da cui imparerai e a volte vincerai. Sappi che dovunque sarai, ovunque il tuo cuore ti porterà,  io sarò con te a proteggerti sempre. Ti voglio bene piccola mia. Scusa se non sono riuscito a dirtelo quando ero vivo. Ma tra me e te c’è sempre stata una stella troppo grande ad adombrarmi, una stella che è tua mamma.
Perdonala anche se ti ha allontanato da me. Questo lo so, cara Sara. Sappi che io ti perdono e non ti incolpo della rabbia che hai per me. So che mi vuoi bene e sarò sempre una parte di te che non ti lascerà mai. Non dimenticarti di volerti bene sempre, anche quando e se la vita ti metterà di fronte ad un’immagine di te che non ti piace tanto.
E non dimenticarti nemmeno di me!
Con amore, tutto l’amore che non sono stato tanto capace di dimostrarti.
Tuo padre Rino”.
A distanza di anni Sara trovò questa lettera tra i documenti di suo padre. L’aveva scritta poco prima di ammalarsi. Un male incurabile che se lo portò via in sei mesi.
A Sara venne in mete una delle ultime sere che lui era nel letto di ospedale, pieno di cavi e di fili. Il tempo in ospedale sembrava non passare mai, sembrava che si dilatasse, che fosse come una matassa di cotone che si allargava lentamente nello spazio. Sara aveva lasciato l’università, mettendo la sua carriera accademica in stand-by per stare accanto al padre, per recuperare il bene ed il tempo perduto. Tutti i giorni in quella stanza di ospedale che odorava di malattia, di attesa e di nulla. Tutti giorni a combattere con i dottori che volevano che lei lasciasse la stanza perché non era mai l’orario delle visite. E lei tutti i giorni a dire “io mio padre da solo qui non lo lascio” e a rimanere tenace dentro la stanza, non importava con quanti medici avrebbe dovuto combattere.

Una sera lei era seduta ai piedi del letto fissando suo padre, vedeva le sue dita lunghe e il suo corpo magro e irriconoscibile sotto le lenzuola. Sembrava così piccolo e indifeso.
Lu aprì lentamente gli occhi, la guardò con quei occhi dolci e stanchi e le disse “hai mangiato Sara? Vai a mangiare qualcosa”
Sara lo guardò, sorpresa di come il suo amore per lei fosse ancora così vivo nonostante il fatto che lui fosse tanto debole.
Gli prese la mano, la strinse leggermente e gli disse “certo papà”.
Lui chiuse gli occhi. Allora Sara decise che era il momento di digli tutto.
“Mi dispiace papà. Mi dispiace di non averti amato come avrei dovuto, come meritavi. Ti ho voluto sempre bene, anche se in un modo un po’ lontano e bizzarro. È sempre stato come se mi mancasse l’autorizzazione per volertene” gli accarezzò la testa e lui riaprì gli occhi
“E’ importante questo Sara”, e lui mise la sua mano sopra quella di lei e le disse “vai a dormire, Saretta”.
Lei si accomodò sulla poltroncina di pelle marrone che stava nella stanza e quando si risvegliò suo padre non c’era più.
“Papà!” gridò Sara il giorno dopo vedendo il letto d’ospedale vuoto.  Sara cadde a terra, tra gli sguardi di sua madre atterrita e dei medici distanti. Cadde di sasso, sulle ginocchia. Come se il mondo fosse crollato in quel momento.  Come se il mondo fosse finito in quel letto di ospedale. Riprese a mangiare. A colmare quel vuoto. Quell’assenza di significato. A pensare ad altro, ad allontanarsi da se stessa. Era come se l’assenza del padre la facesse sentire mancante, come se il cibo la aiutasse a ricostruire quella figura a cui non era riuscita mai veramente ad avvicinarsi.
Così passò un altro anno. Un anno di vuoti interiori e di pieni bulimici. In cui lei usava il cibo come anestetico per non sentire nulla, per non darsi spazio. Aveva lasciato l’università, passava i giorni stesa a terra a fissare il soffitto a pensare a quanto vuota fosse la sua vita a quanto le mancasse suo padre, a quanto le sembrasse che nulla avesse un senso.
Trovò quella lettera e capii. Capii che suo padre l’aveva sempre vista, nonostante tutte le volte che lei lo aveva trattato male. Capii che l’aveva perdonata per essersi fatta trascinare in una guerra in cui lei non avrebbe dovuto giocare alcun ruolo. Capii che anche lei era capace di amare suo padre, nonostante tutto. Capii che lei per prima doveva perdonare se stessa. Perché si era trovata in mezzo ad una guerra fredda, tra un uomo che la amava ma non era stato capace di tenderle la mano e una donna forte e risoluta che le aveva messo in mano un’arma perché potesse combattere con lei contro un finto nemico. Capii che non aveva avuto il tempo di decidere e di scegliere per se. E mentre leggeva la lettera reggendola con una mano mentre con l’altra teneva l’ennesima merendina, Sara decise che era il momento di decidere. Che era il tempo di accogliere quel vuoto nella sua vita e nello stomaco e attraversarlo. Capii che il vuoto era lo spazio che le era stato concesso per capirsi, per conoscersi e per ricominciare daccapo.
Allora andò nella sua stanza e si mise le sue scarpe da ginnastica nuove. Uscì di casa e cominciò a correre. Un passo dietro l’altro sentiva che il suo corpo ricominciava a essere vivo, a sentire. L’aria frizzante di febbraio le baciava le guance e per la prima volta Sara sentiva di essere vicina a se stessa. Che la sua anima correva dentro quelle scarpe ma non aveva forma, semplicemente era vita, era energia. Sentiva che un mondo di opportunità le si aprivano ed il vuoto era solo la paura di scegliere in che direzione andare.

domenica 12 febbraio 2017

Lettera al mio Amore



Caro Amore mio,

solo ora mi accorgo di quanto mi sia mancato un tesoro come te. E non perchè senza di te non possa vivere, ma  perchè rendi migliori le mie giornate.
Ti immagino laggiù a guardarmi in lontananza, a cercarmi coi tuoi occhi limpidi tra i sorrisi. A custodire un segreto come un regalo preziosissimo che conosciamo soltanto noi due.
E immagino di perdermi nelle profondità dei tuoi sguardi, completamente dentro i tuoi occhi.  E sono sguardi che dicono molto di quanto lega me e te. Perchè le parole sanno essere bugiarde ma gli sguardi no, non mentono mai.
E immagino le tue mani accarezzarmi il viso come un fiore che non vorresti sgualcire e labbra che si conoscono appena e si sfiorano timide, ma che non si lascerebbero mai.
Ed è così bello il pensiero di te e del tuo profumo che l'idea di poterti perdere pur non avendoti ancora incontrato, è dolce e amara allo stesso tempo.
Ma se davvero ci fossi e ti incontrassi lungo il cammino, il rischio di perdermi in mezzo ai tuoi baci e ai tuoi occhi, sì che lo correrei.