lunedì 31 luglio 2017

Assenzio


Si conobbero in un locale che si chiamava Assenzio, ai piedi della Mole. Chi crede nei segni avrebbe detto che certamente il nome del locale preannunciava qualcosa su come gli eventi si sarebbero evoluti.  Beatrice detta Bice indossava un vestito a pois leggerissimo quasi impalpabile e Sergio, al suo solito, era vestito in total black.
“Non puoi bere una birra tesoro, sei così elegante con quelle gambe da Kate Moss” disse Sergio, Guardandola con un sorriso un po’ ebete.
Bice sorrise alla vista dei bicipiti che sporgevano dalla t-shirt di Sergio. Si sentiva lusingata dalle parole di quello sconosciuto, lei che era sempre stata abituata a nascondersi e a mettersi in un cantuccio. Una famiglia numerosa, una madre assente:  lei aveva incanalato tutta la sua tristezza ed energia negli studi. Quando la madre arrivava a casa arrabbiata lei si chiudeva nella sua stanzetta a studiare, a guardare video su Youtube. Si nascondeva dal mondo e dalla vita, faceva finta che sua madre non esistesse.
“E cosa dovrei bere?” disse Bice, gote rosse per l’imbarazzo.
“Con il tuo incarnato vedrei bene uno Chardonnay” disse Sergio, fissandola a lungo negli occhi.
E così nacque quest’amore fatto di sorrisi, sguardi. Parole non dette, baci mai dati. Eppure si volevano. Lei amava la sua eleganza, il suo gusto per la moda e lo stile e lui amava il fatto che lei lo assecondasse.
Entrambi venivano da famiglie complicate. La madre di Sergio era una donna incomprensibile, con cui lui non era mai riuscita ad avere un vero rapporto.  Era grossolana e rumorosa, come la definiva lui. Lui che amava gli equilibri, le armonie non poteva accettare di avere una madre cosi grassa e rozza che non riusciva a mettere due parole insieme per formare una frase.
“Mamma, possibile che devi sempre cantare Gigi D’Alessio quando lavoro?” disse Sergio, brandendo la sua matita in mano ed agitandola sotto il naso della madre.
“Sai come si dice dalle mie parti, tesoro?” disse Rina, la madre di Sergio:  “canta che ti passa”
“ E che mi deve passare mamma?  Che mi deve passare?” disse Sergio, stringendo tutte le dita attorno al pollice.

“Sto disegnando la mia collezione, lo sai che devo concentrarmi” disse Sergio, infilandosi la matita dietro l’orecchio.

“ E vabbene tesoro. Senti ma la tua ragazza cosa dice del tuo sogno di diventare uno stilista?”
“La mia ragazza?”
“Sì, quella slavata li, quella Bice, Berenice come si chiama”
“Beatrice mamma, si chiama Beatrice. E non la chiamare slavata che mi fai fare sempre delle figure!”
“Eh. Allora che dice?”
“Dice che non vede l’ora di vedere la mia collezione e che vorrebbe che disegnassi un abito per lei”
“Ecchebello tesoro mio! È un po’ magrina per te, con tutte quelle ossa sulla schiena. Agli uomini un po’ di ciccia piace”e scosse il petto, come avrebbe fatto Marisa Laurito.
“Mamma, Bice è di una bellezza sopra la media. Mica è dozzinale come tutte le ragazze che ci sono lì fuori”
Sua madre non capiva il suo estro, Sergio si sentiva totalmente incompreso.
“E me la fai conoscere?”
“Mamma, siamo solo amici e smettila” disse Sergio girando i tacchi velocemente ed andandosi a nascondere in camera sua a terminare il vestito per Bice.
E intanto Bice pensava a Sergio. Ai suoi denti bianchi, agli occhi scuri e penetranti, a come si sentiva capita da lui, a quanto volesse andarsene da casa di sua madre, una donna triste e arrabbiata con il mondo da sempre.
E sognava una famiglia con Sergio, una casa in campagna con un labrador e una staccionata bianca. E gli occhi le si riempivano di lacrime.
Ma Sergio nascondeva un turbamento. Un segreto.  Non aveva mai avuto una ragazza e a scuola i bambini lo prendevano in giro perché giocava con le bambole.  Così era cresciuto soffocando i suoi sentimenti e trovando uno sfogo nella moda e nell’accostare tessuti colori e fantasie.
Una sera Sergio volle portarla a vedere Pretty Woman.
“Richard Gere è perfetto e tu sei bella come Julia Roberts” disse Sergio con un sorriso a trentadue denti.
“Baciami Sergio” disse Bice, accarezzandogli il viso.
Sergio si avvicinò, ma al pensiero di baciarla gli salì un conato e vomitò. Corse via, spaventato da quel momento e andò a casa. Si sentiva turbato e scosso e non capiva bene il perché. Bice era così bella, con quella pelle diafana e gli occhi verdi come le fronde degli alberi. La immaginava sfilare per lui, con il suo sorriso da Gioconda, accompagnarlo alle sfilate, agli eventi mondani.
Bice si sentiva sola e rifiutata, si sentiva schernita. Si sentiva come quando Paolo della 3^G aveva letto il suo diario davanti a tutti i compagni di classe rivelando il giorno in cui le era venuto il ciclo. Sentiva che Sergio l’aveva presa in giro, sentiva che non valeva nulla, come le aveva sempre ripetuto sua madre.  Sentiva che dopo suo padre che li aveva abbandonati quando lei era molto piccola, anche Sergio la stava abbandonando. Allora andò in bagno, e bevve della candeggina.
Così dormirò per sempre. 
Quando si risvegliò Bice vide gli occhi azzurri di un infermiere che la fissavano.
“Sta bene signorina?” disse lui
“oh sì" disse Bice, toccando il polso dell’infermiere.
Quando Sergio andò a trovarla, Bice lo guardava distrattamente. Continuava a fissare Mario, l’infermiere. Anche Sergio lo fissava, sentendosi stranamente emozionato ogni volta che il ragazzo entrava nella stanza.
“Ma che hai combinato tesoro?”
Bice continuava a guardare per terra, non riusciva a parlare. Un po’ si vergognava, un po’ era arrabbiata con Sergio che l’aveva rifiutata.
Sergio le prese le mani e si avvicinò al letto. “Beatrice guardami”
Beatrice orientò i suoi grandi occhi verdi su Sergio, arrossì. “ Tu vali tesoro mio. Sei bella. Con quegli occhi da gatto e le dita affusolate, delle ciglia da fare invidia a Liz Taylor. Ma che combini amore mio?” Sergio si mise a posto il ciuffo come avrebbe fatto Vittorio Sgarbi.
“Prendi la tua vita e fanne un’opera d’arte”.
“Sergio, io voglio una famiglia con te. Voglio dei bambini ed una casa in campagna. Ma se non sei disposto a darmi quello che desidero, esci dalla mia vita per sempre”.
Sergio la guardò smarrito, come si guarda un quadro maestoso e solenne.  Cogliendone la bellezza ma anche la lontananza.  Sentiva che quella non era la sua strada.  Non sapeva in che direzione si muovesse la sua vita ma non poteva essere quella che Bice desiderava.
Uscì dalla stanza di ospedale, senza dire una parola. Bice si girò verso la finestra e cominciò a piangere. Piangeva perché un altro uomo usciva dalla sua vita, perché si sentiva sciocca ad aver creduto che Sergio potesse amarla. Non era bella abbastanza? Pianse perché si sentii ancora una volta sola e abbandonata da tutti. Come se il mondo intero la rifiutasse.
In quel momento entrò Mario a portare il pranzo dell’ospedale:  pasta in bianco e purè e la aiutò a mangiare. Mario la guardò mangiare smarrita e persa tra le lacrime. La imboccò e le accarezzò il viso. Lei gli chiese se gli piaceva la moda lui le disse che quelle erano cose da femminucce.
Qualche giorno dopo Beatrice ricevette una  lettera.
“Beatrice cara, non posso darti la felicità che stai cercando. Sento che la mia strada è altrove. Non sai quanto mi costi dover rinunciare a te, mia mamma è così affezionata ai tuoi occhioni da gatta. Eppure devo seguire i miei sogni e diventare uno stilista famoso.  Parto domani per New York, per andare a studiare in una famosissima scuola per stilisti. Prima di partire volevo che avessi una cosa che ho fatto per te.  Con tutto l’amore del mondo ti bacio e spero che la vita ti dia quello che desideri.
P.S. è un verde assenzio, in onore del posto dove ci siamo conosciuti”
Bice aprì la scatola rosa che Sergio le aveva fatto recapitare.Avvolto nella carta velina c’era un abito verde con una scolatura sulla schiena. Lo indossò e si sentì una principessa.
Pensò al sorriso di Sergio, a quanto - in qualche modo difficile da definire - lui l’avesse amata. A volte si ama con la distanza e con lo spazio. Si ama come ci è dato di amare e gli amori non sono tutti uguali. Quello di Sergio per Bice era un amore verso un essere umano simile a lui. L’amore per una ragazza che aveva una crepa dentro,  un taglio, una frattura: l’abbandono del padre, un’infanzia ad occuparsi dei fratelli, una madre incapace di dimostrarle affetto. Sergio  aveva percepito la profonda fragilità di Bice, nascosta dietro i silenzi e i sorrisi tristi. E l’aveva riconosciuta, salvata e poi lasciata libera di scegliere la sua vita e di cercare la sua felicità, anche qualora questa fosse stata lontana da lui. E Bice,  guardandosi allo specchio, per la prima volta si sentì bella ed amata davvero nonostante la distanza e lo spazio e la lontananza di Sergio.
Mise il vestito per la prima uscita ufficiale con Mario. Quando lui la vide sgranò i suoi occhi azzurri.
“Sei bellissima Beatrice”
“Grazie Mario”
Lui la baciò in un nanosecondo. Niente conati di vomito. Bice pensava: ci siamo!
“Che ne pensi delle case in campagna?”
“Non mi dispiacciono affatto”.
E Bice sorrise sorniona.

sabato 15 luglio 2017

Trionfi e sconfitte

Eccomi ritornata. Dopo un lungo periodo di riflessioni, dopo una lunga assenza eccomi nuovamente qui. Come mi succede di solito scrivo dopo aver vissuto un periodo un po' complicato una specie di lungo tunnel nero, di infinito traforo di cui ora, dopo un bel pezzo, riesco a scorgere la luce.

E so che quella luce ce la portiamo sempre dentro, solo che a volte la si nasconde dietro l'irresistibile propensione a lamentarsi e a non voler far nulla per cambiare.

Ho lasciato che quest'ultimo periodo della mia vita dicesse qualcosa di me che non mi piaceva, ho lasciato che una fetta della mia giornata desse un' immagine di me che non volevo accettare e che alla fine mi sono detta che non mi rappresenta veramente.

La prima metà dell'anno è stata come nuotare nelle sabbie mobili. Una fatica incredibile per non affogare. Ma sono rimasta li a lottare. Forse aveva ragione mio padre a dire che ho la testa dura come i calabresi: sarà che sono un po' calabrese d'adozione e quelli che io chiamo “nonni” forse mi hanno passato un po' della loro tenacia e della loro ostinazione.

Per giorni e giorni mi sono detta che non ce l'avrei fatta, che era un momento troppo difficile. Mi sono sentita sola, allontanata. Come quando da piccola guardavo mia sorella giocare con gli altri bambini del condominio: messa in un angolo a guardare il mondo da fuori e a non prendervi parte.

Mi sono sentita derisa anziché ridere di me stessa e poi alla fine ho scoperto che nessuno mi derideva. A volte vediamo il mondo in maniera totalmente sbagliata e quando si è convinti di una determinata cosa nulla può farti veramente cambiare idea se non te stesso. Ero arrabbiata con tutti e con il mondo intero perché non mi sono sentita amata.

Come Calimero che dice che nessuno gli vuole bene.

La verità era che non sentivo di valere. Mi dicevo che non ero abbastanza. Ho lasciato che quella parte della mia vita dicesse molto di me: troppo. Così quando in una gara in cui forse non ero nemmeno stata contemplata ho perso mi è sembrato di perdere tutto, di non avere più nulla. Perché a volte ci identifichiamo nella nostre sconfitte. Ci sembra di essere degli sconfitti nella vita e nel mondo. La sconfitta però è una grandissima bugiarda, così come il Trionfo. Il nostro valore non dipende dalle volte in cui vinciamo o perdiamo. Il valore di una persona è fatta dalle volte in cui cadendo si rende conto che quella caduta è un'occasione per imparare e ricominciare. Dalle volte che si cade e ci si fa male ma non ci si arrende. Dalle volte che si riconosce che chi ha vinto è stato più bravo di noi in una determinata cosa. Dal fatto che una sconfitta non è altro se non quello che è: un momento in cui non abbiamo vinto. Ma il fine ultimo non è davvero vincere o perdere perché non sono i risultati a dire di noi. E' la volontà di mettere un punto e voltare pagina. Ricominciare. Nonostante il fatto che ci si senta soli e forse incompresi. Nonostante il fatto che nessuno stia credendo in noi (poi magari non è davvero così), nonostante il fatto che sembra di non avere nulla. Felice è soltanto chi sa godere di quello che ha, per quanto possa sembrare poco.

Tempo fa ho avuto una conversazione con un caro amico. Una di quelle persone che sembra bastare a se stessa, che sembra non aver bisogno di nulla e di nessuno. Mi ha detto che sono state le difficoltà a renderlo forte e che ha costruito la persona che è granello di sabbia per granello di sabbia. Io credo che abbiamo sempre bisogno delle persone. Credo che ogni individuo nasconda un mondo, con la sua storia, le sue sofferenze, i suoi pregi e le sue vulnerabilità. Non penso che si possa vivere racimolando granelli di sabbia in completa solitudine. Per un sacco di tempo ho cercato le persone e la loro approvazione perché volevo che mi dicessero quello che da sola non ero in grado di dirmi. Ultimamente ho scoperto che se siamo in grado di amare qualcun altro e di perdonare anche quando una determinata persona ci ferisce allora siamo in grado di amare anche noi stessi: si tratta solo di orientare quell'amore verso di noi.