giovedì 13 dicembre 2018

Waking di Theodore Roethke

Mi rendo conto di essere addormentato e mi sveglio lentamente
Sento che il mio destino sta in ciò di cui non ho timore alcuno. Imparo andando dove devo andare.
Pensiamo che si impari attraverso le sensazioni, ma cosa dobbiamo conoscere veramente?
Sento la mia anima danzare dolcemente da un orecchio all'altro.
Mi rendo conto di dormire e mi sveglio lentamente.
Chi siete voi, tra tutti quelli che stanno così vicini a me?
Che Dio benedica la terra. Imparo andando dove devo andare.
La luce colpisce l'albero, ma chi può dire come?
Il misero verme percorre le scale controvento.
Mi rendo conto di dormire e mi sveglio lentamente.
Madre natura hai in serbo degli altri progetti per me e per te per cui goditi quest'aria vivace e impara dolcemente dove devi andare semplicemente andando.
Questa scossa mi fa sentire immobile, avrei dovuto saperlo. L'eternità ci sfugge. Ed è vicina. Mi rendo conto di dormire e mi sveglio lentamente e imparo andando dove devo andare.

Sono capitata su questa poesia per caso. E per la prima volta non voglio soffermarmi sull'autore né sul periodo storico in cui si inserisce. Voglio invece concentrarmi su quello che mi trasmette. Il bello dell'arte secondo me è la capacità di aprire strade e sentieri, di fare luce e dare forme in mezzo al buio.
La poesia ha un ritmo lento e ripetitivo,c'è il leit motiv del muoversi, dell'andare avanti che si ripete nel brano. La realtà è una dimensione in cui tutto sembra attesa, dolore, solitudine. Il verme che lentamente fa le scale, che si muove nonostante il vento. La vita che sembra un risveglio da un costante torpore (la poesia si chiama proprio "risveglio"), il senso di solitudine in mezzo a persone sconosciute, la ricerca di un senso da cui imparare qualcosa (non si sa bene cosa, ma si sa che muoversi è la cosa più importante ).
La natura, questa grande potenza che ci circonda e che ci domina: l'albero colpito dal sole che nella versione l'inglese è scritto con la lettera maiuscola (Tree) è forse l'albero della vita? E che ci ricorda di stare nel presente, di goderci quello che abbiamo ora, il venticello vivace (lively air) e che l'eternità non ci appartiene veramente, pur essendo vicina come il domani.
E l'importanza del fare, dell'esperire, del muoversi anche se non si sa dove per svegliarci da un lungo sonno a cui diversamente saremo relegati.

martedì 27 novembre 2018

Il libro delle piccole rivoluzioni

Questo libro sovverte l'ordine delle cose. Un libro a cui sono arrivata per caso ma che sorprendentemente mi ha insegnato molto. L'autrice è una scrittrice, attrice, presentatrice Elsa Punset. Spiega nel dettaglio come gestire o convivere con il turbinio di emozioni che spesso ci invade. Da delle strategie per uscire dal tunnel, per affrontare la rabbia, per essere più felici. Tanti piccoli consigli per una grande rivoluzione: cambiare prospettiva sulle cose e sulle situazioni, imparare a vedere quello che abbiamo anziché ciò che ci manca.
Questo manuale è un pout-pourri di psicologia, pragmatismo, letteratura, citazioni, meditazioni, storie vere raccontate per riconoscersi ritrovarsi e darsi una direzione.
Lo consiglio a tutti perché affronta temi importanti come ad esempio il senso di solitudine, la depressione e l'infelicità con estrema delicatezza e leggerezza ma al contempo con incredibile profondità ed intelligenza.

lunedì 19 novembre 2018

Aggiornamenti

L'altro giorno sul bus ho visto un bambino felice che si mangiava un croissant. Tutto preso nell'atto di gustare la crema che c'era dentro. In quel momento lui era totalmente  dentro quella sensazione di piacere e dolcezza. È durata un paio di secondi quella felicità;  poi ha rifilato il croissant alla mamma. Per quei due secondi il mondo si è fermato. E quella felicità avrebbe potuto durare anche per sempre. Se il tempo è solo un' unità di misura chi può dire quanto dura davvero un attimo?
Poi il bambino ha chiesto un'altra brioche alla mamma. Lei ha preso una brioche della Bauli confezionata, ha rotto l'involucro di plastica come fosse un palloncino scoppiato ma la brioche è schizzata dall'altra parte del pullman per via di una brusca fermata dell'autista. Hanno riso, come matti.
Mi è venuto da pensare che bisognerebbe tornare a questa semplicità di quando eravamo bambini.

Finalmente ho letto la storia di Don Chisciotte. Un uomo che voleva essere un cavaliere, disposto a metter su una realtà inesistente solo per poter essere chi desiderava essere. Qualcuno disse che non andava bene. Che era matto. E lo spinse a rinunciare. Quante volte ci dicono che non andiamo bene? A me lo hanno detto un sacco di volte. Non è facile essere chi siamo specie se andiamo controcorrente. Ma non è più doloroso vivere una vita che non ci appartiene? Se essere folli come il cappellaio matto di Alice è quello che ci rende felici, perché non farlo? Contano più i nostri desideri o le scatole in cui vogliono ficcarci gli altri?

Sto valutando di smettere. Di abbandonare qualcosa che ha fatto parte della mia vita per tantissimo tempo. Di lasciare una stampella. Forse a furia di usare le stampelle ci si convince che non si possa farne a meno. Un pò come per gli occhiali da vista che un po ti aiutano e un pò ti impigriscono gli occhi.
Ecco, sto pensando di posare gli occhiali. Di andare ad occhio nudo nella vita, fare da me. E vediamo come va.
Ho pensato troppo, analizzato troppo, razionalizzato miriadi di problemi, di cose irrisolte, mi sono fatta mille domande e so che non è la razionalità la risposta, nella maggior parte dei casi. Ho capito che tutta quella "testa" era paura. Immensa gigantesca nera paura. E quindi basta. Smetto. O ci penso. Che spesso quando ti avvicini a una cosa l'hai già fatta tua. E vediamo che succede a camminare senza stampelle.

lunedì 29 ottobre 2018

Un pò di me

Un pò che non scrivevo qualcosa di veramente mio e quindi eccomi qui. Ad affacciarmi al mondo, nuovamente attraverso la mia finestra.
Nella vita non so cosa farò o dove andrò. C'è qualche idea che turbina nell'aria e sono in attesa di qualche risposta.
Periodo di piccole consapevolezze, di tante piccole cose. E le piccole cose, tutte insieme, fanno quelle grandi.
Ho imparato che dobbiamo ringraziare ogni giorno per quello che abbiamo, per quanto piccolo possa sembrarci. Ho imparato che la forza non ha tanto a che fare con il farsi vedere invincibili ma piuttosto con il convivere con i nostri difetti, con l'accettare la nostra imperfezione, con l'essere indulgenti verso se stessi.
Ho imparato che la compassione è il modo migliore di avvicinarsi al mondo, di comprendere che non siamo soli. Ho imparato che se sei in grado di accettare e sospendere il giudizio allora sei in grado di provare la forma più alta di amore e la più nobile.
Ho imparato che non sono responsabile delle mancanze altrui e per quanto possa dispiacermi, non posso forzare le persone ad essere ciò che non sono.
Ho imparato ad avere fiducia. Ho imparato che le difficoltà e gli ostacoli sono un'opportunità che mi è stata offerta.
Ho imparato che la vita è imprevedibile, che non sappiamo cosa ci riserva il futuro e che siamo tutti in un cammino, in una corrente e che non possiamo fermarne il movimento.
Ho imparato che abbiamo sempre più forza di quanto pensiamo di averne e che non è finita finché non è finita.
Ho imparato che i "no" per quanto difficili servono a definirci e a definire il nostro spazio di movimento.
Ho imparato che la vita è sempre dura per tutti e che ognuno fa sempre il massimo per essere quello che è, anche se a noi può sembrare il minimo sindacale.

Diciamo che in breve questo è quello che mi è successo nell'ultimo periodo.
Spero che continuerete ad affacciarvi alla mia finestra, a farvi sentire.
Un abbraccio cari lettori.

Quando sarò capace di amare

Quando sarò capace d'amare
probabilmente non avrò bisogno
di assassinare in segreto mio padre
né di far l'amore con mia madre in sogno.

Quando sarò capace d'amare
con la mia donna non avrò nemmeno
la prepotenza e la fragilità
di un uomo bambino.

Quando sarò capace d'amare
vorrò una donna che ci sia davvero
che non affolli la mia esistenza
ma non mi stia lontana neanche col pensiero.

Vorrò una donna che se io accarezzo
una poltrona, un libro o una rosa
lei avrebbe voglia di essere solo
quella cosa.

Quando sarò capace d'amare
vorrò una donna che non cambi mai
ma dalle grandi alle piccole cose
tutto avrà un senso perché esiste lei.

Potrò guardare dentro al suo cuore
e avvicinarmi al suo mistero
non come quando io ragiono
ma come quando respiro.

Quando sarò capace d'amare
farò l'amore come mi viene
senza la smania di dimostrare
senza chiedere mai se siamo stati bene.

E nel silenzio delle notti
con gli occhi stanchi e l'animo gioioso
percepire che anche il sonno è vita
e non riposo.

Quando sarò capace d'amare
mi piacerebbe un amore
che non avesse alcun appuntamento
col dovere

un amore senza sensi di colpa
senza alcun rimorso
egoista e naturale come un fiume
che fa il suo corso.

Senza cattive o buone azioni
senza altre strane deviazioni
che se anche il fiume le potesse avere
andrebbe sempre al mare.

Così vorrei amare.
 
 
                             
                             Giorgio Gaber

sabato 27 ottobre 2018

Ci vediamo da Mario prima o poi.

Riporto per intero un post di una ragazza di Torino che si occupa di mindfulness, mi è piaciuto molto e vorrei che il messaggio passasse il più possibile.

"Oggi ero in metro. Davanti a me una signora parla al cellulare, piangendo: “Mario, dimmi quando… dimmi quando…”
Tutti (me compresa) eravamo incuriositi dalla scena. Alcune donne avevano lo sguardo comprensivo. Come a dirle: “Ci sono passata anche io”.

A volte è più semplice sentire la connessione che abbiamo con gli altri. Altre volte no, ci lasciamo travolgere da un senso di separazione e diversità.

Eppure se ci pensiamo bene, a mente lucida, ci rendiamo conto che ogni persona che incrociamo è esattamente come noi.
Ha i suoi pensieri, le sue paure, le sue insicurezze. E proprio come noi desidera solamente essere felice.

In questo periodo storico vengono sottolineate le differenze e siamo sempre più portati a costruire muri tra noi e gli altri. Etichettiamo: vecchio, giovane; capo, sottoposto; amico, sconosciuto; italiano, straniero; pro, contro…

Tutta questa separazione ci fa del male, ci fa sentire soli nei nostri dolori e slegati dal mondo e dalle persone che ci circondano, come se le nostre difficoltà fossero solo nostre e nessuno potesse capirle.

Come se quella donna col velo che tiene in braccio suo figlio non avesse le stesse preoccupazioni di ogni mamma. Come se quella collega antipatica non facesse la nostra stessa fatica a venire al lavoro o non avesse la stessa voglia di essere riconosciuta dai suoi capi.

Proviamo ad allenarci a vedere l’unione. A vedere ciò che ci accomuna. Ad augurare agli altri di essere felici, liberi dalla sofferenza e in pace. E’ una pratica che affonda le sue radici nel buddhismo e nella gentilezza amorevole. Non voglio dilungarmi qui sul senso o sulla pratica in sè ma sottolineare come allenare uno sguardo d’unione possa far bene, prima di tutto, a noi.

Ogni persona che incrociamo combatte la sua personalissima battaglia, non importa se la situazione è più o meno grave, siamo tutti uniti in questo. Siamo tutti uniti nel cercare di evitare la sofferenza ed essere felici.

Augurare agli altri di essere felici può sembrare naif… ma è anche un modo di augurarlo a sè stessi. E’ un abbraccio collettivo. E’ cambiare sguardo sul mondo, perchè noi ne facciamo parte esattamente come chiunque altro.

La signora, all’uscita della metro, si è avvicinata a me e mi ha chiesto dove si poteva prendere un taxi. Sarà corsa da Mario".

Il post originale lo trovate qui.

mercoledì 24 ottobre 2018

Nuova vita per Infine

Mi piacerebbe poter usare il mio blog per fare qualcosa di bello, come aiutare le altre persone.
 
Per varie vicissitudini che non sto a spiegare in questo esatto momento la questione dei malati di Alzheimer mi sta molto a cuore.
 
A differenza di altre malattie, non esiste un esame specifico per diagnosticare questa patologia.
E' stata scoperta nel 1906 dallo psichiatra e neuropatologo tedesco Alois Alzheimer - ma ancora oggi non se ne conoscono chiaramente le cause.
Sconosciuto è altresì quello che succede a chi si ammala e quali possano essere le cure a lungo termine anche perché ogni malato d'Alzheimer è diverso, ogni persona segue un iter differente nello sviluppo della malattia. 
L'Alzheimer è un disturbo che ti porta a perdere completamente dei pezzi di te, della tua memoria, del tuo passato.  
Qui una fiaba che lo racconta ai bambini e che trovo molto bella 

A Torino fino a poco tempo fa esisteva una Onlus che si chiamava Infine.
Sosteneva i malati di Alzheimer avvalendosi dell'aiuto di molti volontari e di medici, aiutando anche le famiglie dei malati con colloqui psicologici.
Purtroppo questa realtà non esiste più. Non ha avuto la possibilità di proseguire con i suoi progetti per via della mancanza di fondi. Quindi al momento la parola fine è stata messa su Infine. Trovo che sia un vero peccato e mi piacerebbe che ci fosse un modo per aiutare la Onlus ad essere nuovamente attiva.
 
Conoscete come? Volete aiutarmi? vi prego di scrivermi a principessaclown@gmail.com

venerdì 12 ottobre 2018

Belleza

Che io abbia amore a sufficienza
Per superare la paura, l'indifferenza, la sfiducia
Che ci sia bellezza intorno a me
La bellezza di uno sguardo
La profondità di un contatto
L'autenticità di un sentimento condiviso

Che io abbia abbastanza forza per combattere
Per perorare una causa a cui il mondo sembra essere indifferente

Che possa non sentirmi mai sola
Ma che riesca a sintonizzarmi
Con il resto del mondo
Perché non c'è distanza tra me ed esso.

Che esista un'armonia così profonda
Da non poterla toccare o definire
Con le parole

E questa armonia io possa portarla
Sempre dentro
Anche nei giorni di pioggia

martedì 9 ottobre 2018

Viva la libertà

Preziosa e fragile
Instabile e precaria
Chiara e magnetica
Leggera come l'aria
Sempre moderna anche quando è fuori moda
sempre bellissima cammina per la strada
all'orizzonte dietro la fronte
sul palcoscenico e dietro le quinte
allenami insegnami a vivere con te

Viva la libertà
Viva la libertà
Viva la libertà
Viva la libertà
Viva viva viva viva

Parola magica, mettila in pratica
Senti che bella è, quant'è difficile
E non si ferma mai, non si riposa mai
Ha mille rughe ma è sempre giovane
Ha cicatrici qua, ferite aperte là
Ma se ti tocca lei ti guarirà
Ha labbra morbide, braccia fortissime
E se ti abbraccia ti libererà

Viva la libertà
Viva la libertà
Viva la libertà
Viva la libertà
Viva la libertà
Viva la libertà
Viva la libertà
Viva la libertà
Viva viva viva viva

Io ti difenderò, madre dolcissima
Esigentissima, fantasmagorica
Atletica, magnetica
Volatile, poetica
Le donne e gli uomini ,gli esseri umani
Piante selvatiche e tutti gli animali
Spiriti liberi ovunque siate voi
Fatevi vivi, manifestatevi

Viva la libertà
viva la libertà
viva la libertà
viva la libertà
viva la libertà
viva la libertà
viva la libertà
viva la libertà

la voglio qui per me,
la voglio qui per te la 
voglio anche per chi non la vuole per sé
tempi difficili a volte tragici
bisogna crederci e non arrendersi

Viva la libertà
viva la libertà
viva la libertà
viva la libertà
viva la libertà
viva la libertà
viva la libertà
viva la libertà
viva la libertà
Viva viva viva viva
viva la libertà
 
                                               Jovanotti

venerdì 5 ottobre 2018

Cornetti

Eccole qui le parole che amo tanto. Le parole. Messe in fila una accanto all'altra come caramelle da scartare.
Eccole qui questi falsi amici, vuoti come vuoto è l'eco dentro ad una stanza, come cornetti caldi gonfi di nulla ma è quel nulla che li nutre.
E cosa sono io che amo tanto queste ampolle vuote, queste assenze di significato? Una che esercita la magia del non essere, del non esserci.

You think that I'm strong. You wrong you wrong.
I sing my song my song my song.

Mi sembra di non avere un cardine a cui appoggiarmi.
Che tutte le mie certezze non ci siano più.
Che tutta la realtà sia sovvertita ed io con lei.

Mi hanno chiesto : perché cerchi sempre il perché?
Ottima domanda Watson, non so rispondere.

A volte le cose sono. Semplicemente.
A volte i perché sono come un filo spinato che non finisce mai.

E mentre non ho un senso, penso che forse questo zero è semplicemente il punto da cui ripartire.

martedì 25 settembre 2018

Taste of me





scrivo perché sono io non importa come, non importa il resto

scrivo per fuggire da una realtà che a volte mi sta stretta

scrivo per fuggire da me e ritrovarmi tra le parole e l'eleganza dei versi

scrivo per trovare risposte

dar fiato alle domande

scrivo per trovare un senso

scrivo perché sarebbe la cosa che desidererei di più se mi venisse negata

scrivo perché la vita mi ha sempre portato a questa deriva di solitudine amara

e non ho mai voluto assaggiarla, ma ho capito che non cambierà mai nulla

se non la se non la addento almeno un po', se non diventa parte di me.

cioè scrivo per non fuggire.


Ispirato da questa lettera di Rilke a Ferdinando Pessoa

giovedì 20 settembre 2018

Luce


Ogni giorno morirò un pò,
per uno o due minuti soltanto.
Per tutto quel tempo, smetterò di esistere ed essere. finirò di avere un posto su questa terra.
E ricomincerò da quello che non sono più.
mi troverò un nome
mi porterò verso nuovi lidi e nuove spiagge
non sarò più io. o forse si.
sarò una me che non conosco, che va nella direzione dei propri desideri.
avrò un nuovo taglio di capelli
sorriderò di più e porterò i tacchi
come se dovessi conquistare il mondo.
ma quel mondo da conquistare invece sono io.

e mi farò domande per un'ora soltanto
e poi smetterò.
fingendo di trovare tutte le risposte
che mi mancano
e che forse non avrò mai

giungerò ad una nuova visione di me
e delle cose
ma sarò io a possedere quel tempo, quel minuto.
non saranno gli altri

e camminerò sulle dune sabbiose
affondando il piede nella terra calda e sottile
sottile come il vento

le vesti azzurre che mi toccano il corpo e che toccano il suolo

sarò oltre di me
sarò oltre questa realtà in cui mi sono inscatolata

in quel minuto per quell'istante sarò libera.
sarò felice
irradierò luce.
irradierò me.

lunedì 17 settembre 2018

Facciamo che

Facciamo che la storia bella siamo noi
Quella su cui non c'è nulla di cui sparlare
E che tutti invidiano
Facciamo che noi ci amiamo
E degli altri chissenefrega
Facciamo che passiamo le domeniche a dormire fino a tardi
A fare niente a vivere quello che c'è
Ad esser contenti di un niente
Che per noi è tutto.
Facciamo che siamo come
Le canzoni di Pino Daniele
E gli occhi dell'amore
I baci e a tazzulell' e cafè
Facciamo che non c'è nessuna notizia da raccontare
Perché le cose belle non fanno notizia
Facciamo che siamo noi
E siamo belli come nessun altro al mondo.
Facciamo che quando ti dico "ti amo"
È primavera
Sbocciano i fiori
Gli iceberg si sciolgono
E la cattiveria del mondo se ne va a dormire.
Facciamo che è una magia
Senza collocazione e senza tempo
E che ogni volta che ti guardo
Non capisco dove inizi tu
E dove comincio io.
Sarà che quel ti amo
È come una circonferenza
Che ci unisce
E non finisce.

mercoledì 12 settembre 2018

Un inno alla vera parità di genere

FEMMINICIDIO...

"Se nascono troppi maschi verrà la guerra",
dicevano le nonne.
Le donne non si toccano nemmeno con un fiore"
Ma se mi piacciono i fiori
mica si può dire
che sei subito frocio e alla visita militare ti mandano dallo psicologo.
“Non piangere come una femminuccia"
Fai l'uomo.
Dimostra di avere le palle.
Chi porta i pantaloni?
Mica ti puoi vestire di rosa,
commuoverti per i film romantici,
amare le poesie sdolcinate,
fare le vocine flebili,
danzare a occhi chiusi,
cantare in falsetto.
Mica puoi giocare con le bambole,
imparare a cucire,
fare a maglia,
portare i capelli lunghi
o mostrarti nudo alla vita.
Tu devi essere uomo
come si conviene.
Tutto il resto è roba da culattoni, invertiti, pederasti, effeminati, gay, omosessuali, checche.
E in ogni caso
prima le signore,
e così via.

Tutte le donne che mi hanno educato:
mamme, maestre, fidanzate, mogli, professoresse, catechiste, nonne, zie e vicine,

complici di tutti gli uomini che mi hanno educato.
Padri, nonni, zii, cugini, amici e compagni
tutti,
non hanno che compiuto il delitto di uccidere
la donna che è in me.


 Pezzo a pezzo.
Nient'altro mi avete insegnato.
Ed è un miracolo per questo
che io sia cresciuto uomo
che non uccide le donne fuori di sé.
Mica do colpe,
no,
ma un assassino è un assassino
E basta.
E femminicidio è una brutta parola
di cui siamo tutti vittime.
E questa è una poesia antipatica
e fastidiosa, a nessuno piace scoprire
che abbiamo sbagliato tutto.
E cambiare si può.
Si deve.
Per salvare una donna
lascia che due uomini si sposino
Lascia che un uomo pianga,
che un uomo non debba nascondersi quando soffre.
Lascia che un uomo sia libero di fallire.
Per salvare una donna
salva un uomo.

Andrea Melis

martedì 4 settembre 2018

Il momento


Una donna attraversa la strada. E' mattina. Una fredda mattina tra la nebbia torinese. Piove e Audrey si copre con un impermeabile rosso. I suoi occhi sono limpidi al punto che non riesci a crederci che possano dire bugie. Come quelle bambine coi calzini col bordo di pizzo e le ballerine bianche il giorno della comunione. Ti ricordano un' infanzia che profuma di saponette e giochi semplici. E così quella bambina cresce e diventa una donna fragile, sempre in cerca del sorriso del papà. Col cuore di ghiaccio che nasconde verità. E segreti. Che nasconde il dolore. Al punto che ti chiedi se quella bambola di plastica con la pelle di porcellana può ancora sentire. Oppure se ha il cuore di ghisa. Parole di ghisa. Decise, taglienti. E ti chiedi se sia in grado di amare. Le persone egoiste sanno amare? Perché l'amore può essere rivolto anche soltanto verso noi stessi? Non credo. Credo che questi occhi di vetro e questo cuore di ghisa non sia capace di amare nemmeno se stesso. Sempre a doversi difendere dagli errori. Sempre a dover dimostrare. A dover sembrare di essere qualcun altro. Qualcos'altro. Qualcosa di più di così. E tu sarai abbastanza forte da accettare l'idea che la perfezione non esiste? Che siamo degli esseri imperfetti. Che i sentimenti possono renderci grandi e spingerci lontani come le vele delle navi ma che al contempo sanno strapparci? E strappati e rattoppati lo siamo un po' tutti. Quelli che hanno scelto di non darla vinta alla paura, al dolore, alla rabbia. Quelli che sanno dare dieci, cento, seconde occasioni. Quelli che ci hanno messo tutto il piede nella pozzanghera e proprio il giorno in cui avevano indossato pantaloni bianchi. Eppure sono ancora lì. E hanno imparato che bisogna essere disposti a ricominciare sempre. Che la sola vera guida che cerchiamo e che ci serve siamo noi stessi. Che la conoscenza è un percorso, un viaggio che ti insegna ad aspettare. Che per imparare devi saper fidarti di te stesso. Che nessuno meglio di te sa come aiutarti, sostenerti,rispettarti.

Dopo la fine della storia con Arturo Giada aveva conosciuto Audrey mentre piangeva davanti ad una confezione di nutella al supermercato.

"Che succede tesoro?"

"Un ex fidanzato stronzo" disse Giada, asciugandosi la lacrima con la manica della camicia

"Ah, non bisogna mai piangere per un uomo!"

E così non si lasciarono più.

Giada amava la sicurezza della sua amica, la sicurezza con cui sembrava avere tutte le risposte, avere tutto quello che desiderava dalla vita. sembrava non avere mai alcun tipo di dubbio o perplessità. sembrava non avere mai bisogno di nessuno e di niente.

Era bionda, con gli occhi da gatta. Una streghetta, un bellissimo esemplare di felino su due gambe magre magre. Era bella, ma bella in un modo misterioso e magico.

Una sera che erano ubriache Audrey si avvicinò a Giada e la baciò. Fu un gioco stupido tra amiche che condividono tutto : trucchi, vestiti, segreti.

In quel momento Giada avvertii un turbamento profondo e lontano, una scossa allo stomaco e forse al cuore.

Le cose cambiarono dentro di lei. era confusa, si sentiva turbata, ferita. Come se sanguinasse in un punto del cuore che non conosceva veramente.

Il giorno dopo andò da Audrey e cercò di parlarle.

Mentre si stringeva in quell'impermeabile rosso che metteva sempre per andare a lavoro le disse "cosa c'è tesoro?"

"Ma...hai presente ieri?"

"Ieri cosa" disse accendendosi una sigaretta e circondandola con le labbra rosse

"Ti ricordi cosa è successo?"

In quel momento le squillò il cellulare e lei rispose senza nemmeno guardarla in faccia. "Ah, Giacomo! si certo ci vediamo stasera assolutamente!"

Giada rimase impassibile mentre Audrey faceva finta di niente. Chi era Giacomo? il suo nuovo ragazzo? l'ennesimo modo di dimostrarle che lei non aveva bisogno di nessuno, tanto meno di lei.

Audrey uscii di casa correndo via, in una nuvola di fumo.

E così Giada le scrisse una lettera, prima di lasciare l'appartamento che avevano condiviso per due anni.

Cara Audrey,

il bacio di ieri mi ha turbato profondamente. Avrei voluto parlartene ma non me ne hai dato occasione. Così mi prenderò un pò di tempo per pensare. D'altronde hai sempre detto che avrei dovuto pensare a me e quale momento migliore di questo?

forse questo è il mio momento di essere egoista non credi?

Giada

Lasciò la lettera sullo specchio di fronte a cui Audrey era solita truccarsi. L'avrebbe trovata sicuramente.

Prese il borsone con tutte le sue cose e uscii dall'appartamento diretta verso la stazione di Porta Nuova. Non sapeva in che direzione si sarebbe mossa. Voleva solo andarsene da li e avvicinarsi un pò di più a se stessa. Anche se non sapeva da dove partire.

Salii sul primo treno, senza nemmeno guardare la destinazione. In quel momento pensò al sorriso di Audrey.

Come ad ogni viaggio in treno si affacciò dal finestrino mentre il treno partiva.

"Giadaaaaa!"

Audrey urlava il suo nome attraverso la stazione.

Ma come aveva fatto a trovarla? lo sapeva che quella ragazza aveva dei poteri magici. Lo sapeva.

Però il treno si muoveva veloce e allontanandosi dalla stazione il trench rosso di Audrey diventava sempre più piccolo fino a non vedersi più.

Il suo cellulare prese a squillare, ma era quasi completamente scarico. Quando Giada vide chi la stava chiamando, il cellulare si spense.

Il nome sul display era Audrey.

sabato 1 settembre 2018

Sakura, Komorebi e ... un pò di Giappone



Benvenuto settembre, mi viene da pensare ad un anno che ricomincia e ricomincia sempre dall'autunno. Le foglie degli alberi scoloriscono piano piano. Tutto si mette a dormire, i campi a maggese. E la vita ricomincia sottoterra con i ritmi lenti ma inesorabili della natura. Le radici si muovono sotto terra e anche se non lo vediamo il cambiamento è già in essere.
In Giappone esistono dei termini specifici che descrivono questa osservazione della natura, quasi contemplativa e meditativa.

Komorebi: la luce del sole che filtra attraverso gli alberi

Komeroshi: il primo vento freddo, che anticipa l'arrivo dell'inverno

Hanami: l'usanza di osservare la bellezza della fioritura degli alberi di ciliegio (Sakura)

e la vita come una realtà che non è mai statica, come i petali dei ciliegi: la loro bellezza è momentanea, un istante in cui attraversano l'aria, si staccano dagli alberi e toccano il suolo. E la consapevolezza della caducità di tutte le cose, che durano un soffio. Uno spettacolo di fronte a cui ci è data la possibilità di partecipare come degli osservatori che sanno cogliere la bellezza quando c'è.


martedì 28 agosto 2018

Amore, tulipani e bellezza #826



Che succede se bacio tutti i difetti che hai imparato ad odiare?
se ci metto le mani sopra e le lascio ferme finchè il mio calore incontri il tuo
fino a scordarti che tra i nostri corpi ci sia mai stato dello spazio vuoto?
Che succede se amo tutto ciò che detesti
e se passo i giorni a sporcare i tuoi pensieri passati in centrifuga?
A mostrarti nuovi aspetti della stessa immagine di te
che hai incominciato ad evitare allo specchio?
Che succede se dico che tutto ciò che dicono è sbagliato
e riempio le tue orecchie di parole sincere
in una lingua che non usi più?
Che succede se pianto dei fiori nuovi
nelle parti di te che hai condannato e te ne insegno i nomi
mentre sbocciano?
Che succederebbe se ti chiedessi di non recederli e
di lasciare che i petali abbelliscano il terreno
mentre fai una piroetta dentro la tua vita?

Che succede se non dimentichi mai che non sei
null'altro che pura bellezza?

Tyler Knott Gregson

Qui, la versione inglese.


lunedì 20 agosto 2018

Dove non ci sono regole, ascolta il cuore


Mi faccio una fracco di domande. sempre. da sempre. troppe? forse. ma sono io. anche quando quest'essere me significa essere incasellata e ficcata dentro una scatola, a forza.

quando penso tanto, troppo... rallento. mi fermo. ascolto il mio respiro, la mia pancia. ritorno a me. ritorno qui. acchiappo la scimmia che si aggrappa alle liane della mia mente e le accarezzo un po' la testa. l'abbraccio e le dico di stare tranquilla, che non c'è nulla da temere.

A volte sto con me. mi ascolto. navigo dentro di me, stringo amicizia con i demoni che abitano dentro di me. Concedo loro lo spazio per esprimersi ma cerco di far in modo che non vincano la mia partita. e nel gioco che è la vita non accetto di partecipare, mi accontento solo di vincere.

Più cresco (invecchio) più mi rendo conto che tutte le certezze che avevo un tempo non ci sono più e forse è questo diventare grandi, imparare a convivere con le incertezze, con le paure, con le domande. ma scegliere di andare avanti lo stesso. imparare a ridere in mezzo alle lacrime, imparare ad accettare le imperfezioni, capire che è sempre l'amore la risposta e la cosa che conta più di ogni altra sempre. che finché è l'amore a guidare le nostre scelte non può accadere nulla di brutto.

Cerco sempre di entrare dentro le cose, di capirle, di afferrarle, di definirle. ma anche qui è uno sforzo inutile. a volte le cose non possono essere capite. e dove la ragione non può arrivare è li che vince il sentimento. dove non ci sono regole ascolta il cuore.

E più passa il tempo più realizzo che la ragione cerca solo colpevoli e perimetri. che siamo tutti la stessa cosa. tutti soffriamo. tutti lottiamo contro qualcosa o contro qualcuno. tutti ci siamo sentiti soli, incompresi, non amati. tutti ci siamo sentiti "quello sbagliato/quella sbagliata". è come se tutti vivessimo un po' la stessa vita, forse in momenti diversi. Questo significa amare: accettare le contraddizioni senza farsi spaventare. accettare le cose che non possiamo capire o spiegare perché alcune cose sono così e basta e perché cercare definizioni non ci aiuta a comprendere veramente.

A volte fuggo da me. cerco gli amici, do loro la fiducia che non so darmi. chissà forse mi tornerà indietro prima o poi. e cerco una risposta nelle vite degli altri, nelle loro storie. come se ci fossero delle regole, dei binari lungo i quali muoversi. ma non esistono. nessuno può vivere la mia vita, nessuno è come me. io non sono gli errori che hanno commesso gli altri, la mia vita è la mia.

E la vita è, come direbbero gli inglesi, terrific: magnifica, meravigliosa, anche quando fa paura.

lunedì 6 agosto 2018

Il disagio dell'aragosta



Qualche giorno fa, una cara amica mi ha mandato questo video in cui Abraham Joshua Twerski, uno psichiatra, parla del "disagio dell'aragosta" . La storia di questo crostaceo è molto curiosa.



L'aragosta al suo interno è molle. Il guscio serve proprio a proteggerla ma, al momento della crescita, diventa un ostacolo per l'animale, perché lo costringe a stare in uno spazio stretto. L'unico modo per crescere è liberarsene. Quindi l'aragosta si nasconde, si libera dal guscio e ne produce uno nuovo, dove stare più comoda.
E' proprio il fatto di sentirsi stretta a far sì che l'aragosta cambi e produca un guscio nuovo.

La storia dell'aragosta insegna tre cose:

1) le nostre corazze ci proteggono ma a volte diventano un ostacolo al cambiamento
2) a volte l'unico modo per cambiare è liberarsi dai nostri "innati meccanismi di difesa" e costruirsene di nuovi, specie quando le condizioni intorno a noi si modificano
3) una situazione di disagio (fisico, emotivo) può essere un incredibile colpo di fortuna perché può diventare un momento di crescita.

Quello che mi stupisce è come per diventare più forte l'aragosta, come tutti noi, ha bisogno di deporre le armi e accogliere temporaneamente la propria fragilità e debolezza. A volte occorre accettare le proprie paure per trovare un antidoto ad esse.

lunedì 30 luglio 2018

Elogio dei fallimenti

Ho scoperto che in Svezia esiste un museo dei fallimenti. Ci hanno messo tutte le cose realizzate ma che non hanno mai avuto successo. Nella maggior parte di casi si tende a mettere in vetrina i nostri successi, i risultati che abbiamo ottenuto. Dimenticando però che spesso quei risultati sono stati la conseguenza di un insuccesso precedente, di un ineffabile fallimento. Eppure pensate a tutte le volte che una cosa è andata storta: un ingranaggio nel meccanismo. Avete pensato che non ce l'avreste mai fatta. Invece poi sì. Quel fallimento anzi è stato il punto di partenza per ricominciare con più slancio. O magari per cambiare strada. Gli insuccessi fanno parte del successo quanto il risultato stesso. Perché ci danno la traccia. Se riproviamo dove ci siamo fermati dicono della nostra tenacia. Se ci conducono da un'altra parte dicono che ci stiamo ancora cercando ma che continuiamo a camminare.
Sono stata bocciata ad un esame di archeologia all'Università. Ho ritentato e ho preso trenta. A volte le difficoltà ci servono per capire fin dove possiamo arrivare.
Ci ho messo una vita ad imparare ad andare in bici. I compagni.di classe mi prendevano in giro. Tutti quegli sfottò alla fine mi hanno dato la grinta per riprovare. E la bici per quasi un anno è stata il mio solo mezzo di locomozione.
Gli insuccessi dicono quanto voglia abbiamo di riprovare, di non farci definire da quei "no", quanto desideriamo qualcosa o quanto invece quel " no" ci dice che è il momento di cambiare strada.
Qualche settimana fa ho ricevuto un bel "no". Però anziché aspettarlo con ansia, me lo sono andato a prendere io. Facevo la corista in un gruppo e alla fine ho fatto come Jack Frusciante. Ora non lo so cosa  porterà questo no, ma non mi fa paura.
C'è chi ha bisogno di prendere la rincorsa per arrivare dall'altra parte del fiume, c'è chi ha bisogno di cadere per accorgersi che si può rialzare. E quelle cadute valgono ancora di più dei trofei, degli incarichi,delle fasce onorifiche. Perché gli eroi si vedono in battaglia.

mercoledì 18 luglio 2018

A Vale

Cara Vale,
Ma ti ricordi di me? Di me e te a camminare per i corridoi del Curie ad immaginare un mondo che ci sembrava negato. E le tue risate, le tue maniche corte in pieno inverno. E niente alcolici in gita e sentirci fuori dal coro ma dentro la nostra amicizia. E amori non corrisposti e il resto della classe a cui non ci sembrava di appartenere. E poi perdersi. E ritrovarsi ogni volta con lo stesso sorriso. E le tue pacche sulla spalla, il viaggio a Londra, la ciaspolata e la polenta in montagna e tutto il resto. E la nostra promessa di sentirci a quarant'anni,ti ricordi vale?
A volte le porte si chiudono con il cemento armato e non le riapri più.
Però ti pensavo e ti saluto così.

sabato 14 luglio 2018

La vita è una ciliegia

Se cercate la parola amore su un dizionario etimologico scoprirete che deriva da a- e mors. Significa letteralmente senza morte. Significa che l'amore è la vita. Mi pare curioso però che questo sentimento sia inteso come assenza di qualcosa anziché come presenza di qualcosa che esiste davvero. Può darsi che anticamente si prestasse più attenzione  alle carenze piuttosto che all'essere presente di una determinata cosa, ma fatto sta che l'amore già solo dalle sue origini semantiche ha a che fare con la vita e questo mi pare di grande importanza. Altro aspetto interessante  è che la parola non deriva da altri composti, come se bastasse a se stessa.
Amare qualcuno in senso lato vuol dire dargli vita, restituirgliene. Dargli nutrimento.

Prévert diceva che la vita é come una ciliegia, la morte è il nocciolo e il ciliegio invece é l'amore.
L' amore quindi sarebbe qualcosa che ci da radici e ci fa crescere ed in sé ha la vita e la morte.  È un insieme di cose e di elementi. Elementi in relazione che creano un tutto più grande.

Un altro tipo di amore è quello che Nietzsche definiva Amor Fati: letteralmente amore per il fato, per la sorte. Si tratta anche in questo caso di un amore ma esteso a tutto quello che ci succede e che, quasi mai ci è dato cambiare.
Amare il proprio destino significa accettarlo così com'è senza cercare di modificarlo o desiderarlo diverso. Mi è capitato spesso di desiderare, in molti aspetti della mia vita, che le cose andassero in maniera diversa. Ma quand è che le cose vanno come vogliamo noi? Praticamente mai. La realtà è frutto di elementi che si compenetrano e che non possiamo prevedere. Il nostro potere sta nel partire da quella realtà, da quel destino per farne qualcosa di bello. Non è quello che ci succede a dire chi siamo ma come reagiamo ad esso. Cosa ce ne facciamo di quella sorte. Possiamo decidere di seguire la direzione del vento, senza remare (come diceva Orietta Berti) e vedere dove ci ritroveremo per partire da lì. Oppure continuare a sbattere contro la porta del destino sperando che si apra a nostro piacimento.
Non possiamo scegliere cosa ci accadrà però possiamo scegliere come reagire di fronte alle cose, possiamo decidere di lasciare andare le cose che non vanno e di accettare quello che ci succede fiduciosi che troveremo uno spiraglio di luce in mezzo a tutte le curve della vita.

martedì 10 luglio 2018

Robe di Simo

Mi perdo nei meandri, nei piccoli angolini dei significati. Tra la semantica a rincorrer parole come Alice dietro il bianconiglio.
Mi nascondo tra le pieghe di un suono, sotto il verde di una virgola e il vermiglio di un punto.
Sono qui, sono lontano, sono a due passi dal mio cuore.
Ed è il mio che batte più forte di tutti e non lo puoi ignorare.
Ed è tutto quello che c'è, una bomba rossa pronta ad esplodere con uno sguardo, un sorriso, un tocco.
Ed è questa luce, questa luce in questa lunga colonna buia a spingermi sempre un pò più in là, sempre un pò oltre, sempre più al di là di me.
E te la porgo questa luce perché ce l'abbia pure tu per guardare, per vedere meglio, per cogliere quegli angoli di significato che mi piacciono tanto.
Perché al buio possiamo resistere solo se accendiamo la luce e non la spegniamo più.

martedì 3 luglio 2018

Monegato: quando i secondi ti rendono il primo

Un altro posto di Torino che ho scoperto da un po' è Monegato un ristorante molto colorato attento ai prezzi, alla qualità e all'ambiente (piatti e posate sono riciclabili).
A Torino ce ne sono tre, mi dice Luca, il proprietario. Uno in piazza Madama, uno in via Verdi e uno in via Biglieri. Il motto dei tre ristoranti è "Primi, secondi a nessuno". Nonostante il motto il posto offre un ampia scelta di piatti (anche secondi) e dolci.
L'atmosfera di Monegato è molto accogliente, ci sono lunghi tavoli di legno che rendono più facile socializzare, prese per ricaricare il cellulare, gancetti ai tavoli per appendere le borse o gli zaini. È il posto perfetto per lo studente che vuole mangiare qualcosa tra una lezione e un'altra, per vecchi amici che vogliono mangiare come a casa della mamma un piatto di amatriciana, per compagni di classe che festeggiano la fine dell'anno scolastico. L'ambiente colorato rende il locale allegro e sbarazzino.
 
Luca segue personalmente la cottura dei cibi consigliando i cuochi. Ognuno di loro mi racconta, mette un po' di sé in quello che prepara e anche se si cerca di uniformare i piatti in modo che i clienti trovino un prodotto riconoscibile in ogni ristorante, ogni portata è l'espressione della creatività di chi lo prepara.
Lunedì, mercoledì e venerdì ci sono le serate più interessanti : dal giropasta a offerte per due o quattro persone che mangiano insieme.
In via Biglieri oltre a mangiare per pranzo e cena si possono trovare dei gelati ottimi con cialda di biscotto. Anche qui qualità alta e prezzi assolutamente onesti.
In più una cosa che non guasta mai è la gentilezza del personale, sempre disposto ad accoglierti con un sorriso, ad ascoltare suggerimenti, a spiegarti come sono realizzati i piatti.
Sono tutti questi elementi che rendono Monegato secondo a nessuno. Da provare!
 

lunedì 25 giugno 2018

Kitchen di Banana Yoshimoto

Un libro che vi consiglio di leggere è Kitchen di Banana Yoshimoto. Mi ricordo quando lo scoprii sul bancone di un supermercato e decisi di acquistarlo. È la storia di una ragazza, Mikage, che rimane completamente sola, senza famiglia e viene praticamente adottata dal suo compagno di scuola. Kitchen perché la cucina è l'elemento che lega tutti i momenti della storia: il rapporto della protagonista con la nonna, con il fidanzato, con il suo compagno di scuola. La cucina è la calma,l'amore, la meticolosità.
E la storia è tutta permeata dalle atmosfere giapponesi di ciliegi e di petali che cadono lenti sul terreno. Dai riti, dalle corrispondenze tra segni e cose che succedono veramente. E una storia d'amore delicata e mai sussurrata tra i due protagonisti. Un rincorrersi senza fretta e senza davvero correre. Un cercarsi immersi nei ritmi lenti tipici del Giappone. Insomma quello che più di tutto colpisce della storia è la magia sottile e precisa del Giappone, di calme che non ci appartengono, della pazienza di chi sa aspettare e non si arrabbia e prende le cose sempre per quello che sono per come sono.
E un personaggio fortissimo che nasconde un grande segreto. Un personaggio che reca in se il fascino dello ying e dello yang e che rappresenterà un riferimento per la protagonista.
Un romanzo di formazione in cui Mikage diventa una donna consapevole che ci conduce in una realtà colma di incanto e di ritualità. Un viaggio lontano da noi per capire che c'è un tempo per ogni cosa e che la vita, come il corso di un fiume, bisogna viverla lasciando che scorra via come acqua nel mare.

venerdì 22 giugno 2018

Guilty of Dust


Eccola qui una poesia che mi è capitata per caso e mi è piaciuta. L'autore è Frank Bidart, professore, poeta e vincitore di un premio Pulitzer per la poesia.

In Guilty of Dust l'amore, secondo quanto sostiene lui è la distanza tra noi e ciò che amiamo, come se fosse funzionale a colmare un vuoto interiore. È una spinta verso ciò che desideriamo e che ci manca, ed è una strada, il nostro destino.

L'amore come forza positiva ma anche distruttrice, come qualcosa contro cui o in virtù di cui lottiamo e che per la sua intensità ci riduce in polvere (=dust).

Una forza incontrollabile, una voce che non si può non ascoltare. E' il desiderio di sparire dentro l'arte in tutte le sue forme, esserci senza esserci davvero, completamente avviluppati in una dimensione che è altro dal reale.

E tutta l'energia che pervade questo palcoscenico che l'autore sembra aver messo in piedi in questa poesia: una forza tracotante che sembra circondare autore e lettore in un unico e stretto abbraccio.

Una poesia che è visiva e i cui primi versi sembrano un urlo rivolto alla folla (dato che sono scritti in maiuscolo) e forse i caratteri in maiuscolo servono a mettere in rilievo (un rilievo visivo oltre che contenutistico) i concetti cardine del componimento.

La poesia è divisa in tre parti da tre asterischi, come se si trattasse di tre scene in cui i concetti si snodano.

Il primo e l'ultimo verso chiudono al centro una scena in cui l'autore ci mette a parte della sua vita e ci coinvolge nel contesto in cui è inserito tra attori, amici e famiglia. Solo in questa parte del testo l'autore spunta e si affaccia sul palco, utilizzando il pronome personale I.

Nel resto del brano invece il suo modo di approcciarsi è impersonale. Come se stesse svelando al pubblico una verità assoluta e universale.

Potrebbe anche trattarsi di una canzone dato che alcuni versi sono ripetuti come se si trattasse di un ritornello (ex: “what you love is your fate).

E l'idea di una sorta di eccitazione febbrile del poeta che lo porta a sentire una voce dentro la sua testa: questo è un tema che Bidart ha spesso affrontato nelle sue opere, il tema dell'insanità mentale che si inserisce nella corrente della Poesia Confessionale in cui l'autore si confessa con il suo pubblico, mettendosi a nudo e utilizzando la prima persona.

Insomma siamo ciò che desideriamo. E ciò che amiamo ci porta alla fine di noi. Ed è una forza incontenibile che ci sovrasta e ci rapisce e che ci rende colpevoli (=guilty). Questo rende molto bene l'idea dell'ineluttabilità della vita e del nostro destino che ci vede proprio di fronte ad un pubblico ad ammettere, proprio come una confessione di fronte ad un tribunale, che siamo colpevoli.

giovedì 21 giugno 2018

Solstizio

Oggi è il solstizio d'estate. Il giorno più lungo dell'anno. All'apice del suo splendore da oggi in poi la luce inizia a scemare. Mi vengono in mente tutte le volte che nella vita le cose, arrivate alla loro maturazione poi piano piano si accorciano su se stesse, come foglie sotto le fiamme. Mi viene in mente che tutto è un ciclo, che nulla rimane fermo, uguale a se stesso. Le cose cominciano, finiscono, cambiano colore.
Da un lato questo porta con sé un pizzico di tristezza, dall'altra la misteriosa magia delle cose imperiture, che non muoiono mai veramente. L'idea che possiamo nascere nuovi e ricominciare da zero, semplicemente decidendolo.
E il rispetto del tempi. In una realtà che ci porta a correre continuamente rispettare i cicli è un atto rivoluzionario. Aspettare che i tempi siano maturi ed essere qui, esserci sempre,sempre presenti a se stessi. Molta felicità deriva dal saper apprezzare quello che c'è, nello stare in quello che c'è.
Quindi auguro a tutti un buon solstizio, un buon inizio o una buona fine: che poi a pensarci sono praticamente la stessa cosa guardata da angolazioni diverse!

lunedì 18 giugno 2018

Nelle mie scarpe

Quanti anni occorrono per diventare grandi? E cosa vuol dire poi essere adulti?
A un giorno dal mio compleanno sento di dover affrontare l'argomento.
Secondo i romani l'adolescenza terminava a 25 anni, quindi rientro ampiamente nell'età adulta, già da un bel pezzo oltretutto.
Se leggiamo l'etimologia dei due termini (adolescente e adulto) entrambi hanno la stessa matrice: ad + alere che significa letteralmente "verso il nutrimento". La cosa che differenzia un adolescente da un adulto è che mentre per il primo si sta ancora " nutrendo", il secondo ha terminato questo percorso formativo.
Personalmente la mia adolescenza è terminata forse una settimana fa. C'è da dire che io ho fatto sempre tutto in ritardo o con i miei tempi e quindi ci sta anche che la mia adolescenza si collochi un pò più in la rispetto a dove la collocavano i romani.
Credo che essere grandi o adulti consista però più in un approccio alla vita e ai problemi che in una fascia d'età o in una definizione etimologica. Essere adulti significa avere la responsabilità delle proprie azioni, delle proprie scelte e delle conseguenze che ne derivano. Significa saper prendere fiato di fronte ad un problema e avere fiducia nell' affrontarlo.
Questo per me è sempre stato difficile. Ho sempre chiesto pareri agli altri, come se sapessero meglio di me cosa dovevo fare. Ma a sbagliare sono capace da sola e quindi, dato che di risposte non ce ne sono né di strade giuste o sbagliate ho smesso di chiedere agli altri.
Spesso chiedevo pure pareri su come una determinata situazione mi faceva sentire. Ma chi meglio di noi stessi sa come si sta nelle nostre scarpe?
Purtroppo questa è una pessima abitudine su cui sto lavorando. Come ci sia arrivata poco importa. Quello che invece è importante è cosa posso fare oggi con la persona che sono per muovermi verso chi voglio diventare.

Essere adulti vuol dire mettersi in cammino, anche se fa paura ed essere responsabile di ogni passo che si compie, che sia avanti oppure indietro.

Ma essere grandi significa anche sapersi ricordare che a volte si può decidere anche di tornare bambini, anche solo per un pò.


sabato 9 giugno 2018

Storia di un capitano

E dove te ne vai marinaio con quei occhi azzurri come il cielo
Chissà quanti mari han visto
Che li han resi tristi
Chissà in che lidi sei arrivato
Quante terre hai conquistato
Quanto in lontananza hai spinto lo sguardo.
Chissà dove te ne vai marinaio con quegli occhi azzurri
Come il mare
Se ti sei perso a naufragare e poi ti sei ritrovato.
E chissà marinaio se sei stato Capitano
Di una ciurma il primo uomo
E poi sei caduto giù.
Chissà dove te ne vai marinaio
Sai che la tristezza è l'altro lato della tenerezza?
E quanto dolci sono quegli occhi tristi
Che guardano lontano
E nascondono segreti e parole
Mentre fuori piove ed il mare è solo acqua.
Marinaio,capitano di una nave che si è arenata
Insegui i sogni dietro ad un sorriso.
E io ti trovo sulla riva di una storia che non
So raccontare
E non oso domandare
E tu non ci sei più

mercoledì 6 giugno 2018

Tutto quello che c'è

Qualche settimana fa mi è capitato di fare una scampagnata con un gruppo di persone molto più grandi di me. Avrebbero potuto essere i miei nonni. E mi sono resa conto, guardandoli sorridere all'idea di poter camminare in un parco, di quanto la felicità sia semplice. Ogni giorno ci affanniamo all'idea di inseguire qualcosa, qualcosa che forse non c'è se non nella nostra testa quando in realtà non ci serve nient'altro oltre quello che è già nostro per sorridere un pò.
Una cena fuori, una telefonata con un'amica, un messaggio di incoraggiamento.
Alla fine della giornata tutti questi "potenziali nonni" hanno fatto un bilancio della scampagnata. E alcuni hanno detto che sono stati contenti di aver respirato dell'aria buona o di aver trascorso una giornata in compagnia.
Mi sono resa conto di quante sono le cose superflue di cui ci circondiamo ogni giorno: pensieri, oggetti, ossessioni. E di quanto forse, più la vita ti scorre davanti più sei pronto a lasciarle andare. E mi sono sentita così stupida per tutte le volte che mi è capitato di sentirmi triste per un "niente".
E non voglio aspettare di essere troppo vecchia per sentirmi felice di quello che ho. La vita è ora, non domani. Non voglio aspettare domani per essere felice. Non voglio aspettare.
In questi giorni mi sono chiesta se la mia vita non sia perfetta così com è. Non per rassegnarmi senza cercare nemmeno di migliorarmi e di migliorarla un pò ma per prendere e apprezzare quello che c'è già, i successi che ho conquistato, quello che è già mio.
E se quello che ho, se la vita che ho fosse già il massimo?

domenica 27 maggio 2018

Le dieci leggi del Karma


Il karma è un concetto molto vago e difficile da definire con precisione. Potremmo dire che è l'insieme delle azioni che un individuo compie ogni giorno e che si inseriscono in un sistema di cose o in una scala di valori per cui ad ogni azione (causa) corrisponde un determinato effetto. Secondo questo modo di vedere le cose quello che ci accade è il risultato di quello che abbiamo vissuto in una vita precedente. Inoltre siamo condannati a rinascere nuovamente al fine di superare tutto quello che non siamo stati in grado di affrontare proprio in quelle vite. Come se il destino di ognuno di noi fosse quello di invididuare il rapporto più corretto tra un'azione e l'effetto che essa sortisce su di noi e su quanto abbiamo intorno.

In uno dei miei ultimi viaggi mi sono imbattuta nelle 19 regole del Karma del Dalai Lama. Io ho cercato di farne un sunto che potesse andare bene per come la vedo io e che possa andar bene più o meno per tutti. la visione buddista del mondo implica il concetto che non siamo soli, non siamo delle entità sconnesse dal resto dal mondo, siamo tutti collegati. Per cui anche il più piccolo cambiamento può in realtà essere il seme per qualcosa di molto più grande. Volete provare? Ecco le leggi del Karma che ho scelto io.


  1. Coltiva un'atmosfera di amore nella tua casa, sarà la base della tua vita
  2. Ricorda che il silenzio spesso è la risposta migliore
  3. Se sei in disaccordo con una persona cara fa sì che la discussione verta sul presente, lascia andare qualunque risentimento sul passato
  4. Condividi la tua conoscenza, è l'unico modo per raggiungere l'immortalità.
  5. Una volta all'anno vai in un posto dove non sei mai stato prima
  6. Ricorda che in una relazione è importante che l'amore per l'altro vada oltre il bisogno dell'altro
  7. Valuta il successo altrui sulla base di quello a cui dovresti rinunciare per averlo
  8. Abbandonati alla cucina e all'amore sconsideratamente
  9. Passa del tempo da solo ogni giorno
  10. Sii aperto al cambiamento ma fermo sui tuoi valori.

martedì 22 maggio 2018

A Zacinto, Ugo Foscolo

Ecco una poesia che già ai suoi albori racchiude un senso profondo dell'ineluttabilità delle cose e di certe scelte della vita: né mai più. È per il suo incipit così forte e triste che si fa ricordare.
E questo continuo salto spazio-temporale tra il momento in cui l'autore scrive (XIX sec) ed il passato dell'antica Grecia. Foscolo parla di scelte politiche che lo hanno fatto allontanare dalla sua terra natia ed opera dei paragoni tra il suo peregrinare continuo, forse una costante ricerca di sé e Il peregrinare di Ulisse, volto però a tornare ad Itaca e accenna alla bellezza di Zante paragonandola alla dea della bellezza.

Ho ripensato a questa poesia una notte in cui ho fatto una scelta molto importante e molto definitiva nel mio cuore e i miei occhi si sono incastrati in quella triplice negazione.
Ho pensato a cosa potesse voler dire per Foscolo, esiliato, allontanato, dalla sua terra, quasi divelto da se stesso. Una scelta che consciamente l'autore aveva preso, seppure a grande malincuore come nel mio caso.
Ma è sempre così. Quale scelta non comporta rinunce?
Nel mio caso, la mia Zante è più vicina di quanto non fosse per Foscolo e non mi è bandita.
Ma lui preromantico vedeva le cose come nello Sturm und drang: fulmine e tempesta. Tutto all' ennesima potenza. Così un allontanamento diventa un esilio senza confini, e una terra a cui non si può tornare diventa "sacra", la sua morte diventa " illacrimata" perché nessuno potrà piangerlo dato che sarà sepolto in un luogo dove non lo si conosce.
E l'unica possibilità in questa tempesta di emozioni, in questo presente che non ha un nome né un tempo è rifugiarsi nella fanciullezza, un tempo felice e lontano a cui il poeta può sempre tornare, indipendentemente dalle sue scelte di vita e dal contesto politico in cui esse si inseriscono.

mercoledì 2 maggio 2018

Quercia

L' amore si infila piano tra le pieghe dei vestiti
Tra i velluti i pizzi e i bottoni dei jeans
Fa rumore dentro.
È il silenzio degli ombrelli in una sera di pioggia
La colazione fumante nei bar al mattino
Un odore
Una sensazione
Un calore che divampa e ti porta via,
Strattonandoti un pò.
L' amore è non volersi lasciare mai
Nemmeno quando è complicato
È un pensiero che viaggia oltre il tempo
Alla velocità della luce
E mentre ti rapisce
Ti accarezza.
E come la quercia resiste, resiste sempre.

giovedì 26 aprile 2018

Un passo più in la

Pensavo che non valesse più la pena scrivere. Anche se mi svegliavo come ogni mattina con l'urgenza di scrivere qualcosa, di rendere concreti i miei pensieri, di mettere le mie "consapevolezze" a disposizione di chi avesse voluto leggermi. Pensavo che dovevo chiudere baracca e burattini e salutare i miei lettori. Pensavo che non fosse la mia strada. Avevo chiesto un segno che tardava ad arrivare e avevo perso la speranza.
E poi, come mi è già capitato,eccola lì, la magia che cercavo, che desideravo, che aspettavo. Qualcuno mi ha scritto,qualcuno arrivato dal nulla. Qualcuno che si è riconosciuto,che si è commosso, che si è ritrovato.
Quindi grazie mia cara lettrice, grazie per le belle parole che hai speso per me. Che anche se le parole non hanno consistenza hanno l'incredibile potere di toccare il cuore.
Nulla succede mai per caso.
Se state passando un periodo in cui sentite che vi manca la speranza, continuate a camminare. La risposta è sempre poco più in la del punto in cui intendevate interrompere il viaggio.
Grazie mia cara R.
A presto.

venerdì 20 aprile 2018

Ostrica


Vorrei che non ti dimenticassi di te e della persona che sei

che non perdessi la tua luce rincorrendo una pallida ombra di qualcun altro

pensassi di non essere abbastanza e che senza di lui non saresti nulla.

Tu sei tu. Tu sei speciale. Tu vai bene come sei.

Qualunque guerra tu stia combattendo, ce la farai.

Qualunque cosa desideri veramente, arriverà.

Non sei sola, non lo sei mai e meriti tutto l'amore del mondo.

Ed il mondo è fonte di nutrimento per te.

Abbi coraggio. Il coraggio di fidarti di te. Di essere chi sei.

Il coraggio di attraversare l'inferno e uscirne più forte di prima.


giovedì 19 aprile 2018

Hooponopono

Ringrazio chi ha creduto in me più di quanto facessi io, a chi ha preso le mie parti senza che nemmeno glielo chiedessi. A chi c'è sempre stato e forse non si è mai fatto vedere, a chi tiene alle persone ancora prima che a tutto il resto. A chi mi vuole bene magari in silenzio. A tutto l'amore che mi circonda. E so che è davvero così.

mercoledì 18 aprile 2018

Kintsukuroi

Io non lo so proprio se esiste una formula perfetta per l'amore, una specie di incantesimo per vivere felici e contenti sempre o quasi sempre. È la promessa di fedeltà a garantire il buon andamento di una relazione?
Così come la gelosia non garantisce la fedeltà, l'infedeltà non determina necessariamente la fine di un rapporto.
Conosco persone che tradiscono il partner per mille motivi diversi: noia, trasgressione, mancanza di amore, possessività del partner, non possessività del partner. Non so come si rimanga tutta la vita con qualcuno. Appartengo a una generazione che non è capace forse di mantenere un rapporto ma che è più abituata a cercare la propria felicità individuale. So, per esperienza diretta, che sono capace di mollare tutto e ricomnciare daccapo. Ma restare? Quella è un'altra storia, forse un pò per tutti.
Una volta i matrimoni rimanevano in piedi perché il divorzio era inaccettabile. Ora è inaccettabile essere infelici ma forse si tende a disfare le cose con troppa facilità, nella convinzione che la felicità corrisponda a saper lasciare, mandare all'aria tutto.

Credo che l'amore vero sia, come si legge nel "piccolo principe" lasciare un posto nel cuore per una determinata persona in modo da garantirle il ritorno ma senza pretenderne la presenza o desiderarla tutta per sé... Questo per lo meno idealmente.
Ho capito negli ultimi giorni che ci sono molte cose che sfuggono al nostro controllo. Forse la maggior parte. Non possiamo controllare l' amore, né chi amiamo. Non possiamo controllare a volte nemmeno noi stessi e le nostre reazioni.
Però possiamo scegliere. Scegliere che strada seguire e percorrere. E sono le scelte a dire davvero chi siamo.
Quindi i maghi veri, i dispensatori di incantesimi e magie secondo me sono quelli che sono capaci di ricucire dove si è creata una crepa, di ricamare per rendere quella frattura qualcosa di bello e unico. Qualcosa che arricchisce e crea un tessuto diverso dall'inizio, più speciale di prima perché è passato attraverso un sacco di strattoni.
Che la felicità vera secondo me è saper dimostrare sempre di voler restare e di stare più stretti quando le cose si fanno complesse.

venerdì 6 aprile 2018

Alicante

Eccola qui, una poesia di Prévert che non ho mai dimenticato.
Il poeta descrive, disegna o forse fotografa un immagine. Sembrerebbe proprio una fotografia a rappresentare una scena mattutina: una stanza alla luce del giorno, una donna in un letto, un arancia sul tavolo rimasta lì forse dopo una cena interrotta così ed un vestito sul pavimento. Poche pennellate, una scenografia, con cui Prévert ci dice moltissime cose. Ha passato la notte con questa donna che immagino bruna, con i capelli scarmigliati che dorme a pancia in giù. L 'assenza di un legame vero tra lei e il poeta che è l'io narrante della scena ma anche l'occhio attraverso cui la realtà viene filtrata. L 'impeto della passione per cui un vestito giace a terra anziché essere posato da qualche parte, un arancia: siamo a casa di qualcuno forse? E lo sguardo dell'uomo che accarezza il corpo di questa donna come se fosse velluto.
Prévert si è occupato di cinema ed in effetti sembra quasi il regista di questa scena. E ci sono dei concetti che si ritrovano spesso nelle sue poesie: l'amore, visto come una forma di libertà assoluta tra due persone, circoscritto al momento presente: una dimensione che sembrerebbe precludere il futuro proprio perché ha un senso nel qui ed ora. La ribellione, il disprezzo per le regole (un vestito per terra), la semplicità delle parole che catturano il lettore con estrema facilità, che paiono messe lì senza un' intenzione precisa, come se anch'esse fossero state scelte sulla scia di un momento. Prévert aggancia il lettore alle sue vetrine con un lessico immediato, quotidiano. In un attimo ci si ritrova nella sua realtà che però dice molto di più di quello che sembra. Anche qui. Una donna nuda in un letto. Una scena comune. Chi è? Sua moglie? Una donna qualsiasi? Cosa è successo tra loro? Tutto sembra familiare e dolce. Un' arancia, che è insieme un gusto, un profumo, un colore. E questo "presente del presente" dolcissimo.
Un vestito per terra. Di che tessuto sarà? E poi la freschezza della notte: una sensazione, un brivido che sfiora la pelle come se il poeta stesse accarezzando il lettore sulla guancia e potesse trasferirgli le sue sensazioni.
E all'incipit di tutto il titolo: Alicante. Il titolo è molto significativo a mio avviso e polisemico. Alicante è una località nel sud della Spagna ma è anche il nome di un vino e di un tipo di uva. Ancora una volta Prévert sceglie un colore e ci conduce verso un gusto, ci cattura con la sua realtà solo accennata e mette letteralmente il lettore ai suoi piedi. Che ruolo ha il titolo nella scena descritta? I due avranno bevuto? La donna è spagnola? Si trovano in una località meridionale della penisola iberica?
Oppure è un allusione a quanto l'amore o la passione possano inebriarci e disinibirci come il vino?
Molti sostengono che spesso si può comprendere molto dalle domande giuste. Se si applica questo concetto a questa poesia di Prévert si può decisamente affermare che Alicante sia un'enorme strumento di comprensione della realtà agli occhi del poeta.
Un' osservazione: Prévert è anche autore di una raccolta di poesie che si chiama "Paroles".Questo ci dice quanto fosse importante per lui la parola come strumento di comunicazione. Quindi quanto potente potesse essere uno strumento di comunicazione come la poesia. Le parole di per sé stesse, forse anche avulse da ogni contenuto o significato. Molte delle sue poesie sono un gioco di assonanze o di suoni ("Je suis come ne suis") come se la parola avesse un senso indipendentemente da tutto, dal contesto o dal significato. C'è anche forse il desiderio di prendere la realtà in modo scanzonato e a volte leggero. O forse anche proprio nell'utilizzo di uno strumento potente ma comunque non concreto e fisico come la parola la ribellione e la libertà di esprimersi in modo irriverente e senza alcun condizionamento tipico di ogni artista.

martedì 3 aprile 2018

Parole e poesia

Vorrei poterti dire che ti amo senza dover usare le parole, che a volte le parole incasinano tutto.
Vorrei che esistesse un abbraccio esatto per dirtelo. E magari c'è.
Vorrei che fosse facile ammettere di sentirmi un pò sola, un pò smarrita e un pò vulnerabile così non avrei bisogno di allontanarmi un pò.
Vorrei ricordare a quella bambina spaventata che ce l'ha fatta sempre.
Vorrei accarezzarle la testa, darle un bacio e ricordarle che ci penserò sempre io a lei anche quando il mondo sarà buio, freddo e cattivo.
Ma a volte ci si dimentica di tutto come se fossimo finiti in un posto che non c'è, dove non ci sono sentimenti e certezze.
Però è la solitudine che mi aiuta a cercare la poesia nelle cose e nel mondo. Come quando di inverno ti piace il freddo perché sai di poter tornare a casa sotto le coperte.
E quindi accolgo questo freddo come Ulisse che ascolta le sirene anche se ne è spaventato. E la poesia sarà la mia corda per rimanere attaccato all'albero maestro.
E smetterò di cercare fuori di me le cose che stanno dentro. Che a sbagliare sono capace da sola e se non ci riesco imparerò. E imparerò a fidarmi di me stessa. E imparerò a fidarmi di me.

venerdì 30 marzo 2018

Primavera

E il tempo a volte sembra non passare, le cose immobili come se fossero inchiodate alla vita.
E poi qualcosa cambia sottile sottile, come il corpo delle libellule che fendono l'aria. E gocce di pioggia spariscono nel mare e non le vedi più. E si trasformano le cose e la realtà.
Cosi piano e impercettibilmente le cose cambiano in modi così delicati che non ce ne si accorge. E il sole si porta via la pioggia e la tristezza. E non sai nemmeno da che parte sei finito, hai solo la sensazione bella di aver attraversato ponti e prove e di esserne uscito indenne.
E qualcuno ti vede, ti riconosce e ti dice che ora si che sei tu. Ora si vede chi sei.
E ci sono volute tante cose per arrivare fino a qui. Tante scelte o forse incroci del destino. Ma sai che quegli incroci li hai attraversati tu, da sola. E come e quando sei arrivata a te nemmeno lo sai. Però ora sei tu. E mai avresti detto che conoscerti sarebbe stato così difficile. Mai l'avresti creduto possibile.
E in questa primavera di fiori profumati, di luce che bacia i palazzi, di pomeriggi caldi e assonnati in questa bella Torino che è sempre lei questa consapevolezza silente e tranquilla la porti con te.

domenica 25 marzo 2018

Altrove

Se potessi mettere insieme tutto il tempo passato a pensare a cose che non potevo cambiare
Se potessi raggruppare tutto l'amore e tutto il bene dato
Se potessi mettere insieme tutto il dolore, le sconfitte, i pianti
Se potessi tornare indietro e cambiare strada
Se potessi sommare tutte le promesse non mantenute
Se potessi cacciar via la tristezza che tutte queste cose insieme si portano con sé
E recuperare qualcosa di bello in mezzo alle rovine di una guerra di silenzi e allontanamenti.
Se potessi trovare un senso dove il senso forse non c'è.
Prenderei il tempo e davvero lo accartoccerei come si fa con fogli, così che ogni momento possa star vicino all'altro ed avere una forma precisa.
Ma il tempo come la sabbia ci passa in mezzo alle dita in granelli minuscoli e se ne va via. E ne serve molto per capire le cose e a volte non basta nemmeno tutto il tempo del mondo a capire cose  che non si possono capire.
E tutto quello che so è che sono esattamente dove devo e desiderare un altro posto è far torto a tutto quello che il tempo mi ha portato ad essere ora.

martedì 20 marzo 2018

Sole

Vorrei avere lo slancio delle prime volte. La freschezza di una fiducia cieca che non si fa domande e che semplicemente c'è.
La certezza trasparente e sottile degli adolescenti, delle giovani donne che si mettono un fiore tra i capelli, che si promettono l'eternità sotto il cielo di Parigi, che domani è tutto il resto del mondo da condividere sempre con una persona sola.

Ma la vita mi ha tagliato il fianco e me l'ha riempito di evidenti disillusioni. E a volte mi sembra di avere mille anni e di aver già vissuto mille vite e che tutte insieme mi abbiano fatto l'anima spessa e nodosa.

Cosi attendo sempre una nuova alba, un nuovo giorno, una rugiada dolce e delicata che viene per bagnarmi le ciglia e le labbra. Oggi proprio oggi, tra ghirlande di fiori  fischietto una dolce litania di speranza. E sono qui e sono ancora qui e mi accorgo che in una giornata di sole come oggi non può succedere nulla di brutto.

lunedì 19 marzo 2018

Penelope

Il fatto è che l'amore è molto di più di te ed io. È tenersi più stretti quando fa freddo e nonostante tiri una terribile aria di tempesta. È saper andare anche in direzioni diverse pur mantenendo una certa distanza di sicurezza.
L' amore è il dolce e l'amaro. È una verità, l'unica possibile ed incontestabile tra due persone che la verità la sanno solo loro.
È tagliare le catene senza pretendere un ritorno.
L'amore è l'eterna eppur fiera attesa di Penelope del suo Ulisse.
È rischiare tutto anche in cambio di niente.
È credere senza remore che ci sarà sempre un domani non importa come e, a volte, con chi.

mercoledì 14 marzo 2018

Il coraggio di sognare

Tempo fa riflettevo su tutte le volte che nella vita ci lamentiamo di quello che non va, dei risultati che non abbiamo ottenuto, di quanto una determinata persona ci abbia impedito di essere chi volevamo diventare. Io ad esempio avrei voluto fare la cantante e ricordo che mia madre mi disse "laureati e poi fai quello che vuoi". E alla fine che è successo? Mi sono laureata e addio alla carriera da cantante. Ma la verità è che se avessi voluto davvero intraprendere la carriera artistica l'avrei fatto. Invece probabilmente per me è stato più fruttuoso studiare, studiare e studiare: chi lo sa, se non mi fossi costretta a prepararmi agli esami come faceva Vittorio Alfieri legandosi alla sedia, ora non sarei qui a scrivere su questo blog.
Ho conosciuto un bassista che attualmente non può suonare perché il suo lavoro (meccanico) gli ha procurato una brutta tendinite. Non conosco la sua storia nel dettaglio. Non so se anche lui si sia reso conto nel tempo che gli risultava più congeniale aggiustare macchine rispetto a suonare: di fatto ad un certo punto la sua vena artistica è stata schiacciata - in tutti i sensi.
La mia storia e quella del mio amico bassista mi insegnano che siamo quello che scegliamo di essere. Tutti i nostri " fallimenti", le strade che non abbiamo preso (tutte perdite volontarie, secondo me) sono in realtà strade che abbiamo scelto di non percorrere. E non va bene dire che abbiamo rinunciato ad una cosa per far contento qualcun altro. La scelta è sempre nostra, anche quando si rivela sbagliata. Ma fa comodo avere qualcuno su cui scaricare la colpa, per recriminare le nostre decisioni perché ammettere di aver scelto in autonomia vorrebbe dire ammettere che abbiamo l'assoluta responsabilità nella nostra vita.
Esiste un detto molto conosciuto che dice "se sei felice è colpa tua, se sei triste è colpa tua". Significa che siamo artefici del nostro destino sempre. E se non abbiamo avuto successo è solo colpa nostra. Perché solo noi abbiamo il potere di decidere per la nostra vita, di provare ad acciuffare le stelle, di inseguire un sogno o perfino una chimera che non ha fondamento.
E così se volete qualcosa prendetelo ora. Il potere è vostro ed è nelle vostre mani. Non ci riuscite la prima volta? Provate ancora, non demordete. Credeteci, credete di più.
"I sogni hanno bisogno di sapere che siamo coraggiosi" (Fabio Volo) ed il coraggio è sempre premiato.
E che succede se non riuscite a raggiungerli? Nulla ma ci avrete provato e non avrete più scuse per incolpare gli altri di avervi costretto a vivere una vita che non è la vostra.

lunedì 12 marzo 2018

Emily e Vivien: il coraggio nascosto di essere se stessi


La parola "arte" viene dal sanscrito "ar" che indica il "fare". Paradossalmente l'arte, che nella maggior parte delle sue manifestazioni è impalpabile, nasce invece da un'azione concreta, quantomeno etimologicamente parlando.
Cosa significa essere artista? Vuol dire dedicarsi all'arte, senza ombra di dubbio. Ma cosa ci consente di definire scrittore o poeta o fotografo qualcuno? L'intensità con cui si dedica alla forma di arte che gli  è più congeniale? I risultati raggiunti?Oppure possiamo definire artista chi sa cogliere la realtà in un modo tutto suo? Originale e unico?
Oggi ho deciso di parlare di due artiste eccezionali che vissero una vita qualsiasi: Emily Dickinson e Vivian Maier.
A distanza di circa un secolo una dall'altra entrambe sapevano cogliere la realtà in un modo eccezionale. Due segni d'aria (Bilancia Emily e Acquario Vivien). Due che avevano probabilmente un grande desiderio di libertà (come tutti i segni d'aria), che vivevano controcorrente o forse incapaci di relazionarsi al resto del mondo. Statunitensi, introverse e probabilmente tormentate.
Emily Dickinson trascorse quasi tutta la vita chiusa in casa . Me la immagino un pò triste affacciarsi alla finestra e osservare il mondo scorrerle davanti.

Vivien Maier faceva la bambinaia e nel tempo libero scattava foto con la sua reflex. Dettagli preziosi, una donna che tiene per mano due bambine, due innamorati che si baciano, la linea dritta che ricamava delle gambe di donne.

In entrambi i casi le artiste nascosero i frutti del loro lavoro artistico. E mi chiedo come mai.

Emily li nascose nella sua stanza dopo avere ripiegato le sue poesie e cucite una ad una. Se voleva che restassero nascoste le sue opere, perché scriverle?
Le foto di Vivien Maier furono casualmente scoperte da un rigattiere: rullini fotografici mai sviluppati nascosti in un baule.
In quelle foto e in quelle poesie c'era tutto quello che le due donne potevano essere ma che forse non ebbero mai il coraggio di far vedere al resto del mondo. Due donne che vivevano la vita osservandola indirettamente, come in un quadro. Che si rifiutavano di essere semplicemente una bambinaia o la figlia di una qualunque famiglia borghese.
Eppure ad oggi tutte parlano di Emily Dickinson come di una poetessa e di Vivien Maier come una fotografa.

Ecco perché posso dire con certezza che un artista è quello che è indipendentemente da come lo percepisce il resto del mondo. E allargando il concetto possiamo essere chi siamo anche se gli altri non se ne accorgono. Cosi come Emily e Vivien possono certamente essere definite artiste. Due donne così diverse e così simili che coltivarono la loro arte in silenzio, nascondendosi un pò dietro la penna e dietro un obiettivo fotografico.
Forse i loro capolavori furono nascosti perché per due come loro era più importante fare quello che desideravano anziché farlo vedere agli altri.

sabato 3 marzo 2018

Haiku - Adrian Henry

Da qualche giorno mi è tornata in mente una poesia che ho scoperto al liceo e ho deciso di guardarla un pò più da vicino.
Si tratta di un haiku, un componimento poetico che nasce in Giappone e che cattura in pochissimi versi una sensazione. In giapponese il termine significa "verso di un poema dal carattere scherzoso". Si tratta di un modello apparentemente molto semplice ma che invece segue uno schema complesso perché si articola in un numero di sillabe preciso. Più che di sillabe sarebbe più corretto parlare di more, che sono una sorta di unità di misura del suono. Se la sillaba è ciò in cui si può scomporre una parola, la mora ha in fonologia più o meno la stessa funzione.

Il componimento poetico dice molto dell'autore.
Adrian Henry nasce in Inghilterra intorno allo stesso periodo in cui in Europa si diffonde la moda della haiku, negli anni trenta del XX secolo. Vede sicuramente la guerra ed è un artista a tutto tondo, leader anche di una band. Questa attenzione alla musica la ritroviamo proprio nella scelta di questo modello di rappresentazione della realtà che si alimenta di note musicali.

Siamo ad Hardman street, una viuzza di Manchester che esiste davvero. È mattina, piove e c'è vento, una donna con l'impermeabile rosso attraversa la strada e sembra un papavero mosso dal vento.
La scena è questa. L' haiku cattura due colori, qualche fugace sensazione e scatta una foto alla scena.
Rosso, bianco, il freddo dell'Inghilterra, la pioggia. Lo sguardo sorpreso di un uomo che vede passare come in un battito di ciglia le gambe snelle di questa donna che immagino sottile e pò scarmigliata. Mentre si aggiusta i capelli, si stringe in questo impermeabile, si guarda attorno e cerca un posto in cui ripararsi dal vento.

È questo che mi ha affascinato della poesia. Il poeta dipinge una vita intera con pochi tratti e si avvale di un immagine potente. Un papavero. È un fiore molto delicato e sottile,  che nasce a maggio/giugno e che ha un grande potere simbolico: rappresenta la consolazione, il sonno, la serenità (dal papavero si estraggono ancora oggi sostanze oppiacee). Nell'Inghilterra del primo dopoguerra si usavano corone di papaveri per ricordare i militari caduti in guerra. Ne "La guerra di Piero" De Andrè parla dei papaveri che vegliano dei soldati uccisi nei capi di grano. Che l'utilizzo del fiore nella poesia di Adrian Henry fosse un' allusione alla guerra? O alla morte?

La poesia non ha titolo e anche questo la rende molto singolare. Sembra che sia un pò l'occhio di un passante qualunque rivolto al mondo. Un colore, forse un profumo, la sorpresa di vedere questa bellezza delicata tra il grigio di una mattina qualsiasi e questo impermeabile quasi evanescente a disegnare i fianchi della protagonista mosso qui e là come i petali delicati e fragili di un papavero.
Una foto scattata così nella fretta, nel sonno di un risveglio affollato di pensieri. E lei, come si sarà sentita, attraverso gli occhi curiosi e attenti dello spettatore?
Non c'è una risposta universale. Ognuno può trovare la propria.Il bello della poesia è proprio questo: è tutto nella mente di chi legge. E il poeta è un veicolo di questo "tutto". E lo spettatore con una scelta stilistica come quella di Adrian Henry è in prima fila in questo spettacolo di vita e di interpretazione.

venerdì 23 febbraio 2018

Assolo

E mentre te ne vai, mentre questa malattia si porta via dei pezzi di te, di quello che sei stata io ti guardo da vicino e da lontano. E indosso un rossetto rosso acceso come facevi tu quando ero piccola, come fai ancora adesso. E vorrei poterti cullare piano piano dolcemente, come si fa con un bambino, come di certo avrai fatto tu con me un sacco di volte. E vorrei dirti che passerà tutto, passerà. Invece no. Non è possibile. E mentre mi sembra di perderti per sempre mi aggrappo a te, a quell'immagine perfetta che ho nella mente. A quella donna fortissima e bella, in cima a quei tacchi sottili. E spero di essere un pò come te, che quella forza tu me l'abbia trasmessa con l'esempio o tramandata in un pezzetto di DNA. E vorrei stringerti forte così da non poterti perdere, da non doverti perdere mai. Come se potessi trattenerti, congelarti in quello che sei. Ma non si può. E tutto scorre come in un fiume d'inverno l'acqua gelata e non si può fermare. Ma ancora sei qui e resto in quello che c'è, sto in quello che c'è ora e questa tristezza lontana e sottile la scaccio via, ci soffio sopra.

Angolini di Torino: Mabì

Un altro posto di Torino che amo è un negozietto delizioso, proprio dietro piazza Vittorio che ha capi che sembrano usciti dal baule della nonna. Dal gusto antico, che sanno di una femminilità elegante, dei tempi andati, quando le donne nascondevano un sorriso dietro la mano, uno sguardo ridente e fuggitivo - come avrebbe detto Leopardi. Il posto si chiama Mabì e dentro è tutto di legno. E sa di casa, di familiare, ti ricorda i pranzi in famiglia di fronte ad un caminetto scoppiettante. Il taglio dei vestiti è originale, esclusivo. Il personale molto gentile. L'arredamento essenziale ma unico: capi disposti in armadi di legno, panche come una volta, tappezzeria colorata sui muri e tanti specchi ma sapientemente nascosti tra il mobilio. E tende spesse e chiare.
Esclusivi anche i prezzi ma ogni tanto una follia è giusto concedersela, no?

Mabì
Via della Rocca 2/M
Torino