sabato 5 ottobre 2019

Presento "Con i miei occhi"

Ho smesso di leggere l'oroscopo un mese, 2 ore e 26 minuti fa ma non ci penso affatto. Ho deciso che dovevo disintossicarmi. Come si fa con le sigarette. Si spegne l'ultima e via, non ci si pensa più. Ho fatto una promessa a me stessa. Di scegliere. Da me, nessun condizionamento (per quanto sia possibile). Di sicuro nessun condizionamento astrologico. Ce l'ho fatta. Continuo a credere all'oroscopo. Mi piace credere. Mi piace credere che esista qualcosa al di là di noi, al di là di me anche se poi io scelgo da me. E da qualche parte dovevo iniziare.

Stasera presento il mio libro. Uao. Comunque vada sarà un successo. Dovevo concludere. Avevo bisogno di un evento pubblico per dire a tutti che l'ho scritto questo libro, che l'ho realizzato questo sogno che "sì, papà ce l'ho fatta" e comunque vada sarà una presentazione con gli effetti speciali. Sono molto contenta! E sarà in un posto d'eccezione. Un palazzo dei primi del '900, residenza estiva di una famiglia di intellettuali. Ho conosciuto delle persone eccezionali che mi accompagneranno durante l'evento. E son già contenta così. Bella. Qui i dettagli.

Ho scoperto una cosa eccezionale. Come nasce una perla. La perla è la reazione dell'ostrica ad un aggressione. Un corpuscolo estraneo si infiltra al suo interno, la insedia. E lei che fa? Si difende, reagisce, si protegge. Da questa reazione,da questo assedio nasce un momento di incredibile trasformazione, di crescita. Quel corpo esterno diventa una perla: da un piccolissimo corpuscolo, da un granello di sabbia nasce qualcosa di nuovo, resistente e preziosissimo.
E allora mi sono chiesta cosa accadrebbe se imparassimo dalle perle a non avere più paura delle invasioni, delle difficoltà che possono arrivare nella nostra vita e lasciassimo che ci trasformino. Cosa accadrebbe se ci abbandonassimo all'inevitabile cambiamento senza combatterlo ma avvolgendolo dentro di noi, shakerandolo un pò con quello che siamo noi ora e vedendo che succede. E aspettando che nasca qualcosa di eccezionale e prezioso.

Alcune credenze sostengono che le perle portino lacrime e per scongiurare questa tristezza bisognerebbe corrispondere una cifra simbolica (anche solo un centesimo) a chi le regala. Prima di conoscere la storia di come nasce una perla lo pensavo anche io, ora le vedo come il simbolo di una possibilità di trasformazione.

A presto miei cari.
La Principessa.

martedì 24 settembre 2019

Zero solo di nome

L'estate in teoria è andata ma questo autunno non ci delude. Vi consiglio di fare lunghe passeggiate, sfruttare l'ultimo sole e godervi un gelato che oltre che essere buono è realizzato in modo assolutamente scenografico.
Siamo in pieno centro ed è un ragazzo di origine cinese che prepara il roll di gelato. Potete scegliere voi con che ingrediente farvelo realizzare al momento: lui crea un impasto con la spatolina da muratore (proprio lei!) ma il risultato è eccezionale! Il locale pullula anche di disegni e post-it con le impressioni degli avventori che arrivano un pò da tutto il mondo.
D'estate gelato e tutto il resto dell'anno potete anche provare il mochi. Oppure potete provare tutto tutto l'anno.
Il locale si chiama Zero ma quello che offre ha un punteggio smisurato.
Dove trovarlo? Via Principe Amedeo 33/c Torino.

venerdì 20 settembre 2019

Recensione di "Io non sono il mio tumore" di Marina Sozzi

Una doverosa premessa: scrivere questa recensione non è stato affatto semplice, un pò perché la tematica è molto delicata e un pò per il timore di non essere completamente oggettiva per via della stima che nutro nei confronti dell'autrice. Ad ogni modo eccola qui.

Il titolo del libro di Marina Sozzi, "Io non sono il mio tumore" è di impatto, molto forte. Un pò perché è una specie di confessione dell'autrice, una specie di ridefinizione di se stessa, un modo di affermare pubblicamente la sua esistenza, il suo esistere, il suo essere e di sconfessare contemporaneamente l'identificazione con la malattia. Senza però negarne l'esistenza. Il tumore c'è, esiste, è una realtà. Ma non dice nulla e non si identifica con l'autrice. Credo che sia proprio questa accettazione della malattia e al contempo il rifiuto dell'identificazione con la stessa a fare dell'opera di Marina un testo coraggioso, fin dall'inizio.

Il libro di Marina Sozzi racconta mille storie tutte accomunate da quello che è anche il titolo del libro. Il saggio parla della malattia, dal suo interno attraverso il vissuto dell'autrice che si è trovata più volte a farci i conti, sia dall'esterno attraverso le storie di coloro i quali l'hanno vissuta e che l'hanno raccontata alla Sozzi o per iscritto.

Ad una ricostruzione scientifica e razionale della malattia in tutte le sue forme si alternano scene della vita della protagonista. Il suo sentire, la paura e la preoccupazione di fronte ai familiari, il timore per la reazione alle persone più vicine a lei, la figlia che quando la protagonista scopre di avere un cancro per la prima volta è solo una bambina.

Il libro affronta altresì il rapporto che intercorre tra malato e malattia, la difficoltà di parlarne con gli altri e di fare i conti con sé stessi. Il cancro visto come qualcosa da combattere e sconfiggere che mette chi ce l'ha di fronte alla necessità di trovare un senso ad esso.
È interessante a mio avviso il costante intervallarsi delle interviste e di informazioni prese dalla letteratura scientifica relative proprio a questa malattia.

È bello leggere la storia della scrittrice che racconta che all'inizio il progetto da cui il libro era nato era di intervistare tutte le persone che erano state colpite dalla malattia. Perché con il tempo quelle storie diventano troppo difficili da ascoltare: perché rimandano in qualche modo al vissuto della Sozzi, perché sono un eco del dolore esperito dalla protagonista.
Così alla fine Marina si avvale della letteratura di chi magari non è sopravvissuto al cancro. Come se trovasse un dialogo, un canale per raccontarlo. Un canale che passa attraverso la narrazione scritta di chi l'ha vissuto.
Interessante anche il tema del rapporo tra il medico ed il paziente, la difficoltà del medico per primo di far fronte al dolore che sentire le storie dell'ammalato arreca allo specialista stesso. Marina spiega come è proprio il timore della sofferenza a far sì che i medici mettano in atto degli specifici meccanismi di difesa: l'utilizzo di termini medici troppo specifici e quindi poco comprensibili: questo al fine di creare una distanza vera e propria (fatta di una sorta di assenza di trasparenza) tra loro e l'ammalato; l'avvalersi di informazioni volutamente vaghe in merito alle possibilità di guarigione; l'accanimento contro la malattia vista come una presenza fisica da debellare  indiscriminatamente, indipendentemente dall'effettiva speranza di guarigione ; l'assenza di una terapia ad hoc per ogni paziente (che preveda un'attenzione ad personam per l'ammalato). Tutto questo crea una distanza che è anche emotiva tra dottore e paziente e tra il dottore e il percepito dello stesso. Marina sostiene che invece un rapporto diverso con il dottore, una spiegazione più accurata del quadro clinico, una vicinanza maggiore tra paziente e malato  potrebbe migliorare la vita dei malati. Spesso la distanza fa sì che il medico dica bugie al paziente per la difficoltà di affrontare il proprio dolore: Marina parla di una ragazza a cui un oncologo aveva comunicato che si sarebbe sicuramente salvata dopo essersi sottoposta ad una serie di trattamenti chemioterapici e sostiene - a ragione - che un paziente debba essere informato circa la sua effettiva speranza di vita, per poter scegliere come vivere quello che gli rimane, conoscendo la verità e le conseguenze di una cura che ha delle controindicazioni considerevoli come la chemioterapia.

Il saggio mi è piaciuto tanto perché per motivi personali mi sono sempre chiesta come si sentisse una persona malata di cancro, cosa vivesse, cosa dovesse affrontare ogni giorno più che all'esterno all'interno, dentro di sé. E lei racconta il senso di smarrimento, il desiderio di andare avanti, la paura che lei stessa ha affrontato.

Bella soprattutto la parte del saggio in cui l'autrice dice che a volte, come nel suo caso, la malattia diventa un'occasione per conoscersi, per affrontare le proprie paure, per mettersi davanti allo specchio e ricominciare di nuovo. Marina racconta come in seguito ad un percorso personale su se stessa sia arrivata a dire apertamente cosa pensava oppure a vivere indipendentemente da quello che gli altri pensavano. Insomma il cancro l'ha  cambiata, sotto molti punti di vista.

In questo senso il testo di Marina Sozzi racconta una storia di crescita personale in cui tutti possiamo riconoscerci e che trasmette al lettore molta forza e speranza: se ce la fa chi ogni giorno affronta una malattia così difficile, perché non dovrebbe farcela chiunque ad affrontare la vita di tutti i giorni con i propri mezzi?

giovedì 19 settembre 2019

Bellezze da instagram

Ogni volta che sul bus scorgo qualche ragazza adolescente ringrazio Dio che la mia adolescenza sia già passata. Sono belle, alte, sanno vestirsi, capelli perfetti, pelle perfetta, unghie a punta e vans ai piedi. Bellezze perfette. Bellezze da instagram. Mi chiedo come saranno da vecchie: invecchieranno presto come sono cresciute?
Indossano la maglia con su scritto "sto nervosa" come se fossero tutte figlie di Marisa Laurito. Ma La mia è tutta invidia io che ero Calimero coi capelli crespi e l'outfit improbabile. Con il tempo non sono cambiata poi molto cioè i capelli son sempre crespi ma almeno ho imparato a convivere con il resto. Vivere l'adolescenza ora quello sì che sarebbe un massacro, troppa competizione  e a livelli estetici troppo alti, io che ci ho messo anni ad imparare a truccarmi. Però da vecchia? Sarò bellissima (...forse.. Speriamo!).
Sai che c'è però? Magari le vans me le compro pure io, così mi sento giovane.

mercoledì 18 settembre 2019

Le dieci regole dello scrittore

Questo post si ispira a quanto indicato da Elisabeth Gilbert qui. E sono le sue regole per chi desidera scrivere.

1) Racconta la tua storia come se stessi scrivendo una lettera ad una persona a cui vuoi bene o che ti è di ispirazione. Questo farà si che quanto scrivi sia autentico.

2) comincia dall'inizio. Scrivi ciò che è successo e continua fino ad arrivare alla fine.

3) usa frasi semplici.

4) non preoccuparti che il testo sia buono o no: portalo alla fine. Indipendentemente dal fatto che sia buono o meno alla fine del progetto sarai una persona totalmente diversa

5) non scrivere sperando di cambiare la vita a qualcuno a meno che tu non desideri che il testo sia pesante. Scrivi invece solo di ciò che ti emoziona o che ti fa arrabbiare o che ti affascina. Forse in seguito a questo la vita di qualcuno cambierà. Ma sarà un di più.

6) Prova a raccontare storie anziché spiegare cose. Le persone odiano chi spiega loro delle cose mentre amano le storie. Pensa al potere educativo delle parabole di Gesù.

7) Quello che scrivi non deve avere una lunghezza specifica o essere scritto per un mercato in particolare. Non deve essere nemmeno scritto per essere letto da qualcun altro. Come e quando pubblicherai il tuo lavoro è qualcosa di cui preoccuparsi più avanti. Per ora pensa solo a scrivere!

8)Rammenta che per il solo fatto di essere vivo sei il massimo esperto vivente della tua stessa esperienza. Accetta che sia questa la tua qualifica più grande.

9)Ogni scrittore comincia il suo primo giorno di lavoro allo stesso modo: super emozionato e pronto per essere grande. Il secondo giorno rilegge ciò che ha scritto il giorno precedente e si odia. Ma ciò che distingue gli scrittori che scrivono da quelli che non scrivono è che gli scrittori che scrivono tornano al loro lavoro il terzo giorno. Ciò che ti consente di farlo non è il tuo orgoglio personale ma la tua capacità di provare compassione. Perdonati perché ciò che scrivi non è abbastanza buono o sufficientemente lungo e vai avanti.

10)preparati anche al fatto che scrivere potrà risultarti facile. Sarà comunque pazzesco.

venerdì 13 settembre 2019

Il segreto del successo

Che cosa vuol dire avere successo? Penso che ognuno di noi possa definirsi una persona di successo. Un successo è un obiettivo raggiunto,anche un piccolo gradino di una lunghissima scala. A nostro modo ognuno di noi è definibile una persona di successo: ha successo chi si trova in una situazione difficile e fa fronte ad essa con le proprie forze. Ha successo chi ricomincia a fare sport dopo un anno di stop, ha successo chi non smette di ridere nonostante le difficoltà, chi affronta una sua grande paura.
Ci sono successi più evidenti, pubblici direi (il riconoscimento di un ruolo sul posto di lavoro, ad esempio) e altri che si possono definire "privati", personali come ricominciare a studiare per chi ha smesso: a volte il risultato non si vede subito ma sul lungo termine, nel tempo.
C'è una ragazza palermitana che a me piace molto che si chiama Annalisa da cui ho preso quello che segue: lei parla soprattutto delle donne di successo. E sostiene con ragione a mio avviso che ogni successo implica una serie infinita di fallimenti. Il suo discorso mi è piaciuto al punto che ho pensato di riportarlo quasi per intero qui, trovate l'originale. 

Una donna deve essere molte cose un pò per retaggio culturale e un pò perché non possiamo farne a meno. Resta il fatto che una donna passa con dimestichezza da un lavoro idraulico alla manicure attraversata da problemi esistenziali e da "cosa preparo per cena".
Una raggiunge un obiettivo: obiettivo raggiunto- sacrifici. Notti insonni. Lacrime amare. Avvilimento. Ciclo e ormoni impazziti. Fallimento. Fallimento. Tentativo di recuperare. Altro fallimento. Altro tentativo di recuperare. Altro fallimento. Altro tentativo di recupero. Altri fallimenti che si smettono di contare perché fanno avvilire.
Tenacia (tanto) caffè.
Fazzoletti che asciugano le lacrime. Assorbenti ivati al 22% e lunghi respiri profondi. Ricerca della serenità. Piano b, piano c, piano d.
Rialzarsi per rimettersi in piedi.
Sì, un obiettivo si raggiunge perché ci si rialza e si inizia a stare in piedi su un terreno scivoloso.
Lavoro, studio, spolvero, pulisco. Fallisco, riparto mi fermo, cucino, compro assorbenti usa e getta.

Per avere successo occorre accogliere l'imprevedibile, la possibilità del fallimento, anzi la certezza del fallimento. E convivere con essa. Accettarla come parte del processo. Usare l'insuccesso per aggiustare il tiro,per dirsi " sono più forte di così " e andare avanti, un passo dopo l'altro.

lunedì 9 settembre 2019

Una gelateria Essenziale

Come dicevano i Righeira "l'estate sta finendo e un anno se ne va" ma se proprio non volete arrendervi a questa idea e desiderate scongiurare l'arrivo imminente dell'autunno vi consiglio una gelateria che non potrà deludervi. Si chiama L'essenza del gelato e, come richiama il nome l'insegna è assolutamente essenziale. I gusti sono sempre nuovi e sorprendenti e a volte rimandano alla bellissima Torino come il gusto "principe Amedeo" oppure nascono da combinazioni innovative ed insolite come "fichi e mandorle". La cialda è di buonissimo biscotto, i prezzi molto contenuti specie se si pensa alla qualità alta del prodotto. Potete prendere anche il cono con un gusto soltanto se proprio non volete strafare con i dolci. Il personale è gentile, discreto e disponibile sempre pronto a farvi assaggiare i gusti che preferite. Ah, gli intolleranti al latte troveranno moltissimi gusti.
Allora, fino a quando dura l'estate?
Scopritelo in via Principe Amedeo 21/f.

lunedì 26 agosto 2019

Travelling leg

I Don't know how you feel and why
Your life to me it's just a frozen lake
I can see it but I cannot swim it
I Don't know what happened
I Don't know what you're going through
Your life it's just a party I cannot take part into
I Don't know if I've always been blind
Or you have always been dumb.
But I really Don't know Who you are.
Its just that today
I jumped out of bed and I missed one leg
Maybe it went to Your lake
Maybe it was just stolen
Maybe it left for a trip and I will never see it anymore.
So hold tight to your lake and never loose it.
Because you would loose yourself.
I am afraid that if spring comes there will be no lake
No me and you.
Please give me my leg back.
Please give me my leg back.

martedì 20 agosto 2019

Un estratto di "Con i miei occhi"



Mio padre era uno di quegli uomini convinti che dalle scarpe riesci a capire molto delle persone. Mi ricordo che mi aveva raccontato che quando era giovane aveva lasciato una ragazza molto bella per via delle scarpe che portava. Mi raccontò che erano delle scarpe a punta che tradivano una certa attenzione alla moda e all'esteriorità, forse una propensione alla frivolezza. Così aveva deciso che non poteva stare con una donna così attenta all'esteriorità, l’aveva ritenuta (a torto o a ragione) troppo superficiale.
A 18 anni ha preso e se ne è andato via dalla Sicilia. Era un ragazzino. Il figlio maggiore e, forse per questo, cresciuto troppo in fretta Me lo immagino un po’ sperduto, con la sua piccola valigia marrone che se ne andava solo, magari con la testa bassa e infreddolito e partiva per la sua vita. Cosa avrà provato? Me lo immagino guardarsi attorno come faceva lui, con la sensazione di vuoto. Studiare l’universo intorno a lui. Sedersi su quel treno pieno di speranze e di paure, con l’adrenalina addosso e guardare fuori dal finestrino. Il mondo scorreva davanti ai suoi occhi e lui si chiedeva, nel suo completo più bello cosa sarebbe stato della sua vita. Certamente si, si sarà sentito solo. Eppure è partito. Forse non avrà avuto scelta, forse non sopportava più la vita che conduceva. Forse cercava una possibilità per se stesso. Chi partirebbe così oggi?

Era un padre molto presente. Mi ricordo che era presente a tutte le riunioni, ci accompagnava sui bus per farci vedere come arrivare nei vari posti, ci preparava da mangiare. Per noi c’era. Era un bravo papà, mi dispiace solo poterlo dire adesso. Non giocava tantissimo con noi. Però alla fine le persone sono solo quello che sono. Possiamo prendere il buono di quello che c’è e che abbiamo ma non possiamo chiedere che ci siano cose che di fatto non esistono. Così lui era quello che era. Se ci ripenso non ho mai fatto grandi conversazioni con lui. Non me ne ricordo nessuna. Sicuramente lui aveva difficoltà a relazionarsi con noi ma ci voleva bene a modo suo, ne sono sicura.
Mi ricordo che parlava sempre di politica e io pensavo “che palle” e che parlava molto spesso della sua giornata a lavoro. Era l’uomo delle parole crociate, a volte sbirciava le soluzioni e a pensarci mi viene da ridere. Nei weekend facevamo sempre qualcosa. Un giro in montagna, al fiume o al mare. Oppure andavamo a mangiare la pizza. Era bello. Trovarsi insieme in quelle circostanze. A mio padre piaceva mangiare, piaceva il vino. Quando mangiava gli si illuminavano gli occhi. E quando gli piaceva qualcosa diceva “è speciale” e annuiva col capo.

Di mio padre mi ricordo i gesti, la gestualità. Si arrotolava la manica della camicia attorno all'avambraccio (quella con le maniche corte) d’estate e attorno al polso di inverno. Me lo ricordo sempre elegantissimo. Credo di non averlo mai visto in felpa e proprio raramente in t-shirt.
Mi ricordo che le mattine si alzava presto, andava in salotto e faceva uno stretching tutto suo che sembrava legnoso come Maria de Filippi. E io e mia sorella lo prendevamo in giro. E lui ci rimaneva male. 
Mi ricordo il suo viso quando qualcosa lo feriva, sembrava veramente triste.
Poi mi ricordo che al mattino faceva dei gargarismi assurdi e sputacchiava nel lavandino, si faceva la barba e batteva ritmicamente la lametta sul lavandino per pulirla.

Si spruzzava un po’ di profumo, portava sempre il solito orologio e faceva sempre colazione con il latte e due fette biscottate. Fischiettava ogni tanto e poi cantava delle canzoni di Jimmy Fontana tipo “Una rotonda sul mare”.
Mia sorella mi racconta che era orgogliosa di avere un papà vigile. Un papà in divisa. Io, ad esserne orgogliosa l'ho imparato col tempo. Adesso che capisco cosa deve essere stata la sua vita. Era un tipo instancabile e indipendente, intraprendente. Parlava benissimo e l’accento siciliano l’aveva completamente perso. Non so, forse si era dimenticato di una parte di se. Non so come mai. Di suo padre diceva che era un gran lavoratore ma non parlava praticamente mai di lui. Mi sono chiesta se tutta la sua vita l’aveva vissuta da solo a chi chiedeva consigli? I suoi non erano con lui. Eppure ogni settimana faceva la telefonata di rito a sua mamma, per dirle che pensava a lei. Ascoltava i malanni di cui certamente lei si lamentava e la prendeva un po’ in giro.
Mio padre aveva studiato all’istituto serale per diventare odontotecnico. Mi ricordo di aver visto tutti i libri su cui studiava, sottolineati. Però dentista proprio
non me lo vedo.
Mio padre era uno che non si arrendeva mai. Anche questo forse l’ho imparato da lui o arriva da lui.

È incredibile quanto mi manchi ora. Quando perdi qualcuno il tempo non
serve veramente. Non serve certamente a dimenticare, serve piuttosto a capire cosa ti manca di quella persona e cosa può essere stata per te. Non sarebbe nemmeno bello se il tempo potesse aiutarci a dimenticare perché possiamo veramente dimenticare qualcuno che abbiamo amato?

Per cui più passa il tempo più capisco che lo vorrei accanto. Più divento grande e comprendo la vita e le mie scelte più vorrei che mi fosse vicino. Lo abbraccerei un po’, anzi tanto. Stretto stretto. E gli direi “ti voglio bene papà, sai”.

Ultimamente lo vedo spesso, lo riconosco un po’ nell'immagine che mi restituisce lo specchio. So che mi sta vicino. Lui è il numero 24 quando scopro casualmente un numero civico in una strada, è il signore con il giaccone colorato ed il berretto, è il tonno in scatola, il pollo con le patate, le camicie a righe da uomo, le penne Montblanc. 
Mio padre è certe frasi che diceva solo lui tipo:

Sotto la neve pane, sotto la pioggia fame.
Definire gli ultimi gg di gennaio i giorni della merla.
Immaginarlo che mi dice di dare una pulitina ai capelli: per lui significava tagliarli.
Lui che mi dice che l’amore di un padre non fa l’affetto di mille figli.

Mio padre stava nelle regole: si devono dormire otto ore per notte, bisogna
lavarsi i denti prima di andare a dormire, non prendere troppi caffè, non fumare.
È lui che mi urla di andare a sistemare la mia camera o di andare a studiare. È
sapere con che bus arrivare in un posto. Mio padre era in tutte queste cose qui.
Era un buon padre. Io, per un sacco di anni, sono stata una figlia pessima.
[...]

Tu per me ci sei
sempre stato. Sono stata io ad essere incapace di vederti. I tuoi silenzi erano il tuo modo di esserci per me. Anche nel tuo essere lì accanto a me senza dire e fare nulla. Tu che sei cresciuto da solo. Esserci per me voleva dire essere un padre.
Preoccuparti che stessi bene, che mangiassi, che sapessi come arrivare a scuola. E tu con me ci sei sempre. Ci sei ogni volta che mi specchio o che rido. O che guardo qualcosa assorta. Ci sei ogni volta che mi si illuminano gli occhi per qualcosa.

Ci sei quando nonostante le difficoltà trovo la forza di andare avanti. Ci sei nel mio modo di essere franca e diretta, di dire quello che penso con schiettezza. Ci sei nella mia voglia di indipendenza. Ci sei nella mia calma. Ci sei quando parlo del tempo e cito qualche proverbio che parla di semina e raccolta. Ci sei nella segnaletica stradale, quando guido la Panda e penso a te che mi dici “mantieni la
distanza di sicurezza” come se fossi un vigile che vuole farmi la multa. O quando dopo una frenata brusca in macchina mi dicevi con tutta la calma del mondo“ecco, questo non deve succedere”.
Credo che semplicemente tu e mamma come genitori abbiate fatto il meglio
che potevate. Che siamo sempre la migliore versione di noi stessi o quantomeno
ci proviamo.


giovedì 18 luglio 2019

Quando sarò come Hulk

Sono belle le cose che iniziano: i libri, l'estate, i viaggi. Danno l'idea che tutto sia ancora possibile, che tutto sia ancora da scrivere. L'emozione delle cose che ancora non conosciamo, nuove prospettive, nuovi orizzonti. Io quando compro qualcosa le prime volte che la indosso o la uso ho la cura estrema di chi non vuole sciupare qualcosa di bello e prezioso, dura poco ma per quel breve lasso di tempo quella cosa "nuova" ha tutta la mia attenzione.
Eppure le cose nuove non restano nuove per molto
... Tutto diventa parte del nostro quotidiano, tutto diventa uguale a se stesso: le amicizie, il lavoro, a volte anche l'amore. A volte il tempo può rendere più forte un legame, più profondo un amore, più duratura un' amicizia. A volte il tempo semplicemente allontana: si perdono i contatti, si assottigliano i legami: come quando finisce un libro e all'ultima pagina la tristezza della fine è così forte che non vorresti mai leggere l'ultima riga.
Comunque sia il tempo passa lo stesso e noi con lui. Anche se non vogliamo le cose sono sempre in evoluzione.
I genitori invecchiano, diventano insofferenti, tornano bambini capricciosi. E magari ci si accorge senza volerlo di essere un pò come loro. E questo ci spaventa, ci allerta, ci allarma.
Un pò di loro rimane dentro di noi che lo vogliamo o no. Come un'eredità, come un lascito del DNA, come un'impronta sul cemento: si fissa lì, cattura il momento e rimane scolpita finché qualcuno riesce a coglierne le forme.
Molti anni fa la vita mi ha acchiappato per il bavero della giacca e mi ha trascinato a terra. Non potevo più continuare a guardare l'infinito oltre la siepe, tranquilla su quell'ermo colle. Dovevo scendere giù, dovevo scendere a terra.
E mi sono ribellata un sacco di volte a questa "imposizione del destino". Continuavo a sbattere le ali per tornare su ma avevo i piedi incollati nel cemento. Erano cambiate troppe cose,ero obbligata a guardarle da vicino a starci immersa dentro, a conviverci. È così. Ero obbligata a diventar grande e credetemi a volte fa schifo!
E sono ancora qui a guardare le mie ali appese al chiodo e a fissare le caviglie dentro il cemento. Non è stato graduale diventare grande. È stato un attimo.

Il mio oroscopo dice che verrà fuori una forza incredibile da tutto questo. E io mi sono immaginata verde e grossa come Hulk che strappo la camicia e lancio massi per aria.
Credo debba passare ancora un pò di tempo per poter dire con certezza quanto diventerò forte.
Vi terrò aggiornati!

giovedì 30 maggio 2019

Petalo diVino

Da qualche tempo mi sono dedicata ai vini. Vengo fuori da un corso degustazione vini ed abbinamento enogastronomico.
Scendo in cantina, circondata dal vapore umido del posto, dai mattoni a vista che si affacciano, dall'odore di muffa, di antichità. Come se mi stessi immergendo in un altra realtà ed in effetti quello dei vini davvero è un mondo. Un mondo che parla la sua lingua fatto di colori, odori, sensazioni.
Mi siedo al lungo tavolo di legno liscio. Ne tocco la superficie, la sento liscia sotto le mie dita, percepisco la ruvidezza di alcune linee tracciate ribelli sul tavolo.
Mi viene versato del vino. Lo osservo. Ne guardo il colore, il riflesso della luce sul bicchiere di finto cristallo. Un tintinnio richiama la mia attenzione come se qualcuno suonasse una campana sottile e delicata in lontananza, a ricordarmi che devo stare qui.
Prendo il bicchiere dallo stelo sottile di questo petalo profumato. Stringo il bicchiere con attenzione tra pollice ed indice..guardo il vino in controluce, ne osservo il perlage, la effervescenza. Sono in grado di distinguere quanto siano fini le bollicine, quanto siano persistenti. Sono tutti elementi, tutti indizi volti a parlarmi del vino che sto bevendo.
Tutto quello che sento con i sensi mi dice che devo stare qui, che il mio posto è esattamente dove mi trovo ora. Che ogni sensazione che proverò, ogni profumo che sentirò, ogni gusto dirà qualcosa di me. Ogni istante mi rendo conto che non esiste vino dove non c'è percezione un pò come non esistono i suoni se non c'è chi li può percepire con l'udito.
Mi immergo nel bicchiere con tutto il naso. Respiro in vino a fondo. Lascio che mi arrivi in profondità, ne percepisco il ricordo. Avvicino piano il bicchiere al viso. Lo allontano. E mi tuffo nei profumi che avvolgono il vino come una sciarpa profumata. Mi perdo nei ricordi, nei campi di fiori a correre tra le margherite con le dita sporche di marmellata.
Assaggiare il vino è un'esperienza, un' immersione nei ricordi e in se stessi. In tutto ciò che un profumo o un sapore sanno evocare.
Alla fine assaggio. Il vino tocca le mie labbra, raggiunge le papille gustative, si insinua dolcemente nei miei sensi, diventa parte di me, mi risveglia e mi illumina da dentro come una lampadina. Io sono in quella luce, in quei sapori, nel profumo di ambra e di fieno, di sottobosco e di fiori d'acacia.
Assaggiare un vino è come fare un viaggio ma senza muoversi veramente. Basta un calice, un tavolo e la vostra intuizione. Come andare in un posto che siete voi con la vostra memoria, una memoria che è anche olfattiva oltre che emotiva.
Il vino è il risultato del sole che tocca le viti, l'uva nutrita dall'acqua, dalle qualità del terreno.
Il vino è come una donna: alcuni vini invecchiati acquistano sapore e morbidezza altri vanno bevuti giovani perché conservano meglio la loro freschezza. Abbinare il vino al pasto è come azzeccare il proprio compagno di vita: alcuni gusti si avvinano per contrasto ( piatto leggero, vino corposo) altri per vicinanza di gusti. In alcuni è la differenza a vincere, in altri casi la somiglianza.
Il vino cambia se lo si lascia un pò decantare: così i gusti prendono forma sul palato, i profumi si fanno più intensi: come se il vino potesse parlarci e trasmetterci la sua essenza.
Il vino davvero è un essere vivente che ha una vita sua propria dentro ognuno di noi.

giovedì 9 maggio 2019

Come una danza

La vita è come la pioggia che ti sorprende
Quando avevi programmato una gita al mare
È un profumo che ti porta indietro
Un sorriso rubato in mezzo alle corse del traffico
Un rimpianto un rimorso una consapevolezza appresa un pò troppo dopo.
La vita è come la goccia di rugiada che ti disseta quando ci sono quaranta gradi
Un bambino che ha tutto il mondo nelle sue mani e l'affida nelle tue
La vita è come una danza
Forse non andrai proprio sempre a tempo
Ma intanto balla, e non fermarti!

lunedì 1 aprile 2019

Uno, nessuno, centomila

Non credo di aver capito gran che della vita, nonostante io abbia vissuto già qualche anno.

ho forse capito un paio di cose su di me, abbastanza importanti credo ma non so, o meglio non penso, possano definirmi anche perché il nostro io cambia nel corso del tempo e non mi è mai piaciuto essere inscatolata in una definizione e forse, a dire il vero, non piace a nessuno.

credo che conoscersi richieda impegno e che richieda tanto amore. Credo che si possa imparare ad amarsi, nel senso di avvicinarcisi tanto alla parte più profonda di noi, coglierne i difetti,  come Gulliver che sulla terra di Brobdingnag essendosi fatto piccolo, riesce a vedere le persone talmente da vicino da coglierne gli aspetti peggiori, come i pori della pelle (si avvicina talmente tanto alla Regina da essere disgustato dalla sua peluria e da come il viso o il seno appare da vicino). Credo che si debba partire proprio da lì per comprendersi, e credo che questo approfondimento di sé duri tutta la vita , sia un percorso ad ostacoli con delle trappole e spesso faticoso.

Perché credo che esistano almeno due possibili "noi" a dire il vero, forse ce ne sono migliaia (magari davvero uno, nessuno e centomila, come diceva Pirandello): uno è quello che siamo, uno è quello che ci hanno insegnato ad essere. Queste due realtà a volte si scontrano profondamente, irrimediabilmente al punto da creare degli scoppi incredibili. Ma d'altronde il mondo non sarebbe nato senza un big bang iniziale.

A volte mi porto in giro, mi sto accanto, mi faccio simpatia. parlo con me e mi ascolto e mi rispondo (sarà follia? rido)

A volte invece mi scanso da me stessa, mi dissocio, mi redarguisco e mi dico che non vado bene per niente.

Oscillo tra queste due realtà, tra questi due possibili mondi. E vivo e rido e scalpito e crepito come una scintilla tra le fiamme.

E a volte non mi trovo. non sono da nessuna parte ed in nessun luogo. A volte questo è bello. Come se potessi confondermi nel corso di un fiume, tra le onde del mare, in un soffio di vento.

E a volte sono terra: solida, ancorata all'asse terreste in qualche strano modo.

E a volte mi rendo conto che posso e possiamo essere molto più di noi, molto più di questo profondissimo pezzo di realtà. Come se la nostra anima potesse estendersi ben oltre il nostro corpo e raggiungere realtà ed universi anche molto lontani da noi.

Così come possono esserci molti possibili noi, possono esserci anche molte possibili realtà.

Uno è il mondo per come lo immaginiamo, e uno è quello per come ne facciamo esperienza, per quello che ci succede e che viviamo.

Io? voglio stare nella terra di mezzo, in equilibrio su questa fune tra l'immagine ideale di un mondo che per lo più non è reale e quello che mi succede.

venerdì 15 marzo 2019

One art, L'arte di perdere

The art of losing isn’t hard to master;
so many things seem filled with the intent
to be lost that their loss is no disaster.

Lose something every day. Accept the fluster
of lost door keys, the hour badly spent.
The art of losing isn’t hard to master.

Then practice losing farther, losing faster:
places, and names, and where it was you meant
to travel. None of these will bring disaster.

I lost my mother’s watch. And look! my last, or
next-to-last, of three loved houses went.
The art of losing isn’t hard to master.

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,
some realms I owned, two rivers, a continent.
I miss them, but it wasn’t a disaster.

Even losing you (the joking voice, a gesture
I love) I shan’t have lied. It’s evident
the art of losing’s not too hard to master
though it may look like (Write it!) like disaster.

Non è difficile apprendere l'arte di perdere

così tante cose sembrano così pregne della possibilità di essere perdute

che la loro perdita non è così tremenda

Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta lo sconforto di perdere le chiavi di casa, il tempo passato male

Non è difficile apprendere l'arte di perdere.

poi pratica quell'arte ulteriormente, perdi più in fretta

posti e nomi e i luoghi dove avresti voluto andare.

Ho perso l'orologio di mia madre. E nota: se ne è andata anche l'ultima o meglio penultima delle mie tre amate case

Non è difficile da apprendere l'arte di perdere

ho perso due bellissime città e per giunta alcuni reami che possedevo, due fiumi, un continente.

Mi mancano ma non è stato un disastro.

Perfino perderti (una voce scherzosa, un gesto che amo) non posso che ammettertelo.

E' evidente che non sia difficile da imparare l'arte di perdere nonostante possa sembrare (scrivilo!) un disastro.

Ecco qui una conversazione che Elisabeth Bishop intavola con i suoi lettori.
La poesia si compone di sei strofe, quattro delle quali con una rima che lega il primo e l'ultimo verso (ex: master-disaster; faster-disaster)

Il componimento è caratterizzato dal ripetersi di una serie di frasi:

The art of losing isn’t hard to master

it wasn’t a disaster.

Che richiamano l'idea della perdita, del concludersi di qualcosa e che suonano quasi come un mantra volto forse ad esorcitazzare la paura di quella stessa perdita, della morte, della fine.

Sono temi molto familiari alla Bishop che perde il papà a otto mesi e la madre a tredici anni.

L'autrice si rivolge direttamente allo spettatore coinvolgendolo nella sua vita in tutti gli episodi: la perdita della madre, rappresentata dall'orologio perduto. I viaggi (grazie all'eredità lasciata dal padre riesce a viaggiare spesso). In maniera ironica e forse un pò cinica dice che la perdita non è poi un gran disastro: una realtà che può capitare ma a cui si può sopravvivere.

Eppure perdere è qualcosa che ai suoi occhi è come un'arte, uno strumento attraverso cui far uscire il dolore: è qualcosa che si può imparare e padroneggiare con il tempo.

C'è una tristezza sottile, una malinconia, un sorriso nostalgico in tutte le cose i continenti i fiumi le città che nella sua vita lei ha perduto.

E alla fine tra le cose più difficili ha perduto anche una persona, e questo sì che è stato un vero disastro.

Con un tono colloquiale e frasi dirette allo spettatore l'autrice si avvicina allo lettore come se confessasse qualcosa ad un amico: "write it" "and look". Questo rende il contenuto più familiare, più intimo e al contempo più facile da accettare come se fosse un dolore che potesse condividere con il resto del mondo e che potesse, in virtù di tale universalità, far sentire l'autrice un pò meno sola.

mercoledì 27 febbraio 2019

Niche, Torino

A chi vuole fare un viaggio in una dimensione parallela consiglio di andare da Niche, in via Po. È come entrare in un mondo antico fatto di soffitti con cassettoni di legno, tappeto rosso e profumi lontani. La profumeria nasce in un edificio del XXVII secolo ed era la profumeria reale.
La proprietaria è una donna piena di charme che sa spiegarti la storia dei profumi, la psicologia di chi acquista un eau de toilette piuttosto che un eau de parfum.
Mi dice che il profumo va spruzzato sui vestiti perche si mantenga sempre uguale e capisco che anche i profumi sono un potente strumento di comunicazione. 
Agrumato? Forse siete un po volatili, come questa fragranza. Fiorito? Avete un animo romantico.
E mi dice che i profumi sono come i vini, che alcuni cercano un Tavernello e altri invece desiderano qualcosa di speciale, unico, esclusivo.
Un viaggio olfattivo, un viaggio alla scoperta di sé stessi, un piccolo salto in una realtà un pò francese ed un pò magica, esclusiva ed intima come i salotti eleganti dove gli intellettuali facevano conversazione e dove saper conversare era considerata un' arte.
Per chi vuole sentirsi speciale, per chi cerca una fragranza in cui riconoscersi, per chi non vuole essere dimenticato.

martedì 19 febbraio 2019

Scarpe con il fiocco rosso

Riposto quello che ha scritto la ragazza di Lunedì non ti temo.

Quante volte preferiamo stare al sicuro? Giocare al ribasso? Comprare le scarpe meno vistose piuttosto che quelle rosse con il fiocco? Io ho passato una vita ad approfondire l’arte del “mimetizzarsi”. Era un terreno sicuro, non mio, ma sicuro. E la maggior parte di noi preferisce sentirsi al sicuro che osare qualcosa di nuovo, anche se si tratta di un paio di scarpe rosse che fanno battere il cuore dalla vetrina.
.
Eppure qualcuno quelle scarpe le compra. Crede alla propria idea di stile e le indossa. Forse sente battere il cuore e non si lascia frenare dalla paura… o forse ha un problema di acquisto compulsivo, ma questa è un’altra storia eheh… 
.
La verità è che abbiamo occasione, ogni giorno, di lasciarci andare a qualcosa di nuovo. Scegliere qualcosa di diverso da menù, cambiare scarpa invece di quelle super comode che prendiamo sempre, osare un taglio diverso che ci fa sentire bene. Semplicemente scegliere qualcosa di nuovo, di piccolo, di semplice o di rosso con il fiocco. Fallo. Fallo pensando che non c’è un assoluto, un giusto, uno sbagliato o qualcosa che dura per sempre. 

La vita è un work in progress e non sarà mai perfetta. 
Come le scarpe o come il taglio di capelli. 
Io poi le ho comprate, le scarpe. 

lunedì 28 gennaio 2019

Con il cuore diviso a metà.


Un pò che non passavo di qui e avevo l'urgenza di scrivere.

Mi scrive una lettrice, con il cuore diviso tra due uomini. Ho pensato a lungo se risponderle o no. Alla fine eccomi qui.
Cara lettrice, potrei dirti molte cose. potrei dirti che è sbagliato, potrei dirti di lasciare il tuo compagno oppure di lasciar perdere la persona a cui stai pensando ora.
Invece ti dirò due cose.

1) Leggi "Sulle sponde del fiume Pedra mi sono seduta e ho pianto" o "Brida" di  Coelho. L'autore è un mago della scrittura, uno che conosce molto bene i sentimenti, il cuore umano, le sue contraddizioni. quel libro mi ha insegnato che l'amore muore e rinasce mille volte nella vita. a volte sembra perduto, invece non lo è.

2) Negli ultimi periodi ho pensato a rispondere alla domanda: che cos è l'amore? l'amore è la vita: etimologia della parola vuol dire proprio questo. l'amore è avere pazienza, starsi accanto, stare vicini ma con la distanza gusta per concedere all'altro di andare nel mondo e per concedere la stessa libertà a se stessi. l'amore è condividere momenti, dedicarsi all'altro.

Negli ultimi anni ho imparato che l'amore è anche un occasione per conoscere se stessi attraverso l'altro. E' come un viaggio. Una costante ricerca di se.
Dove stai andando?
Ogni step in questo viaggio, ogni compagno di viaggio, ogni momento, ogni respiro sono sacri e vanno rispettati. nessun passo può essere fatto con leggerezza.
Non so se ho risposto alla tua lettera cara lettrice, ma non credo di poterlo fare io.

Ognuno è responsabile delle proprie scelte e delle conseguenze che ne derivano.
ho pensato spesso che la mia vita fosse stata il frutto delle scelte degli altri. non è così. ma scegliere è un imperativo. Sto compiendo tante scelte ultimamente, come se stessi mettendo dei pezzi di me. non è sempre facile. non possiamo mai sapere in che direzione andrà la nostra vita ma bisogna sempre compiere dei passi nella direzione in cui desideriamo andare.  

sabato 19 gennaio 2019

Itaca di Konstantinos Kavafis

Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti (finalmente e con che gioia)
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.





martedì 15 gennaio 2019

Credo di Simone Cristicchi


CREDO

«Credo nello sguardo della Gioconda e nei disegni dei bambini. Nell’odore dei panni stesi, del ciambellone e in quello delle mani di mia madre. 
Credo che quando la barbarie diventa normalità, la tenerezza è l’unica insurrezione.
Credo che la vera gioia è riuscire a sentirsi parte di un paesaggio incantevole, pur non essendo altro che un granello di sabbia.
Credo che la lingua di Dio è il silenzio, e il suo corpo la Natura.
Credo che non siano le grandi rivoluzioni o le ideologie, ma i piccoli gesti a cambiare il mondo perché niente è più grande delle piccole cose.
Credo alla potenza del soffione, quel piccolo fiore selvatico che cresce ostinato tra le pieghe dell’asfalto e che anche tra mille difficoltà, riesce comunque a germogliare e a diventare fiore.
Credo che chi non vive il presente, sarà sempre imperfetto. Anche da trapassato. 
Credo che la vera sfida è debuttare ogni giorno, tutto il resto è repertorio.
Credo che chi ha bisogno di nemici, non è in pace con se stesso.
E credo che non sia la bellezza che salverà il mondo, ma siamo noi che dobbiamo salvare la bellezza.
Credo che non bisogna cercare la felicità, ma solo proteggerla.
Credo che non c’è peggior peccato che non stupirsi più di niente e che tutta l’intelligenza e la cultura del mondo resti muta e si inchini davanti a questo grande mistero, al miracolo di questa vita che va avanti, nonostante tutto, che non si ferma, che si trasforma ogni secondo.
Perché la vita è l’unico miracolo a cui non puoi non credere.»