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martedì 3 gennaio 2017

Cassetti





Stefania sapeva che quel rapporto era finito da tempo, da prima che scoprisse il tradimento di Marco. Lei stessa aveva voluto la fine di quella relazione. Eppure faceva male. Faceva male non riconoscere più la persona con cui aveva passato un terzo della sua vita. Come sempre accade nei momenti difficili aveva bisogno di sfogarsi e per farlo si incontrò con Chiara, un’amica che era in grado di cogliere tutte le sfumature della sua anima.
“La cosa peggiore sai qual è?” disse Stefania scaldandosi le mani attorno alla tazza di caffè bollente.
“non riconoscere più la persona con cui ho condiviso un gran pezzo di vita”
Chiara si accarezzava la chioma ginger e annuiva.
“Come se un giorno mi fossi svegliata e accanto a me ci fosse un altro, uno con una faccia diversa che prima non avevo mai visto”.
“Lo so tesoro” le disse Chiara, toccandole la mano e stringendola un po’ per farle capire che le era vicina.
“E dopo tutto questo mi chiedo dove va a finire il bene, il buono che c’è stato tra di noi, le cose belle? “ parlando Stefania guardava fuori dal bar per cercare le parole giuste da dire, i concetti. I suoi occhi neri persi, oltre il vetro del locale a cercare un significato.
“Se una persona ci ha fatto del bene e poi ci ha ferito o deluso, dove va a finire tutto quel bene che c’è stato? In che cassetto lo mettiamo?”
Chiara sorrise, all’idea che i sentimenti potessero essere davvero confinati in dei cassetti. Si tolse gli occhiali, li pulì con attenzione e rimettendoseli disse:
“quel bene va messo nei cassetti delle cose belle ma vissute e passate”. Fece una pausa, congiungendo le mani quasi a mo’ di preghiera e rigirandosi l’anello d’ambra attorno al dito, disse:
“non possiamo e non dobbiamo dimenticare il buono che c’è stato. Sarebbe come cancellare un pezzo di noi. Semplicemente quel bene va messo in un cassetto e chiuso. Riaprirlo farebbe troppo male ma cancellarlo sarebbe come non riconoscerlo” e fece un gesto plateale con la mano muovendola dal basso verso l’alto in obliquo.
“E dove lo mettiamo il bene che proviamo per quella persona, quando ancora c’è, nonostante tutto?” disse Stefania, giocherellando con la collana che indossava.
“Oh tesoro! “ disse Chiara, sorridendo e portandosi una mano alla bocca “troveremo un cassetto anche per quello!” e insieme risero.
Ridere era davvero una terapia fantastica. Contro la tristezza ed il senso di solitudine che Stefania nella sua vita aveva avvertito da sempre. Un’infanzia abbastanza normale, una sorella bellissima e con un buon carattere in confronto a cui si era sempre sentita sbagliata. La realtà dei fatti era semplicemente che lei era diversa. Ma quando sei la sola diversa in una realtà fatta di persone più o meno simili, il senso di solitudine e di inadeguatezza diventano fortissimi.
Oltre alla risata una grande terapia per lei da sempre, erano stati i viaggi. Erano la sua dimensione. Era un allontanarsi da se stessa e da quello che aveva vissuto e uno scoprirsi nuova, un modo per incontrare persone e culture lontane da se con cui confrontarsi e da cui imparare. I viaggi avevano insomma uno strano effetto di allontanamento e contemporaneamente di avvicinamento a se. Durante il diciottesimo secolo i giovani rampolli facevano il gran tour, che era un’esperienza di vera formazione. Ecco Stefania non era davvero definibile come un’aristocratica ma l’effetto che i viaggi sortivano su di lei era certamente lo stesso.
Così decise ancora una volta che viaggiare era il mezzo per riappropriarsi della sua vita e per ripartire da zero.  Sapeva che aveva bisogno di mettere un po’ di distanza tra se stessa e quello che aveva vissuto fino ad allora. Tra la Stefania che aveva vissuto con Marco e quella che al momento non aveva identità e che doveva conoscersi ed incontrarsi.
Decise una meta lontana, oltreoceano.
“La cosa più giusta è mettere almeno un continente tra me e quello stronzo” si disse, chiudendo l’ultimo bottone della camicia in alto, mentre si guardava allo specchio.
Prese la sua valigia turchese e iniziò a buttarci cose alla rinfusa: un vestito nero, un paio di tacchi, le sue all stars bianche, quintalate di mutande, calzini colorati, un maglione blu di pile per il freddo, un costume, un ombrello, e… mentre continuava a riempire la valigia suonò Chiara, e una volta vista la valigia e il contenuto le disse:
“parti per la Giordania? Il giubbotto anti-proiettili l’hai messo in valigia?”
Stefania era così presa dal pensiero di dimenticare qualcosa che le rispose “Oddio, non so nemmeno dove si compra!”
E Chiara scoppiò a ridere, le strofinò una mano in faccia e le disse: “ma scherzo scema!” e di nuovo la fece ridere.
“Mi mancherai” disse Chiara a Stefania, stringendola in un abbraccio.
“Anche tu, ma ci sentiremo ogni giorno” disse Stefania mentre si asciugava una lacrima che rapida le scorreva sul volto. Si conoscevano da poco eppure tra loro il legame era molto forte. Erano anime simili, affini che camminavano con lo stesso passo.
Così Stefania oltrepassò il gate a Malpensa. Nessuno la guardava andare via mentre si portava dietro il suo valigione turchese. Eppure lei aveva salutato lo stesso le persone che guardavano i propri cari partire per chissà dove. Sentiva che un addio così, anche finto all’aeroporto, avrebbe reso la partenza un po’ più poetica e si sa, nella vita la poesia non è mai troppa.
Così in dodici ore si ritrovò a Buenos Aires, meta che aveva scelto un po’ per il significato del posto (aria buona) un po’ per come se l’era immaginata: un luogo dove la gente ballava tanto tutto il giorno, beveva vino ed era sempre allegra. E poi gli argentini avevano un fascino!!
Scese dall’aereo e come accadeva tutte le volte che faceva un viaggio, le sembrò molto curioso potersi trovare dall’altro capo del mondo lo stesso giorno in cui al mattino era a chilometri e chilometri di distanza.
Aveva comprato solo il biglietto di andata perché voleva viversi il viaggio così come veniva, imparare andando - senza programmare nulla. Non aveva un posto dove dormire: insomma niente di niente. Un’avventura, sola con se stessa.
Quando però l’adrenalina del nuovo passò e lei iniziò a girare per le strade della città, col suo valigione, il peso di un viaggio lunghissimo addosso e l’odore di aeroporto nei capelli e nelle narici, l’ansia prese il sopravvento.
E se non trovo dove dormire? Oddio che ore sono? E che ore sono in Italia? Famee! Da quanto non mangio, un piatto di spaghetti con le cozze. Si lo mangerei eccome! Oddio mi gira la testa…
Cadde a terra svenuta, proprio di fronte ad un negozio di frutta e verdura che stava per chiudere. Quando si svegliò, di fronte a lei c’era un ragazzo coi capelli neri e ricci che le sorrideva.
“Mamasita mamasita que tal?”
Stefania vide quello sconosciuto starle a poco più di 5 cm dalla faccia e cacciò un urlo: “aaah!”
Il poverino balzò indietro e cadde a terra pure lui.
Poi si guardarono entrambi e scoppiarono a ridere!
Lui si chiamava Lorenzo, suo nonno era Italiano, di Trapani. Ma in Italia non c’era mai stato.  Conosceva abbastanza bene l’italiano però.
“Mio nonno siempre parlava italiano” disse lui. Aveva un sorriso che incantava e una cadenza cantilenante, tipica degli argentini.
“Ah, bene!” disse Stefania accarezzandosi la testa e notando che per la caduta le era spuntato un bel bernoccolo.
“Eh si!” disse Lorenzo. “Hai fatto un bel rumore cadendo!”
“Ma che ti ridi!” disse Stefania, guardandolo di sottecchi.
Lui si sentì trafitto dallo sguardo di lei, una cosa che non gli era mai successa. Come se il suo sguardo lo penetrasse e riuscisse a toccarlo dentro, nelle profondità del suo io, a stritolargli un po’ l’anima, strattonarla e lasciarlo senza fiato.
“Stai bene Lorenzo?” le chiese Stefania, vedendolo vago e distante
“Ma si claro che sto bene, guapita” e sorridendo a trentadue denti, al suo solito. “sei tu che sei caduta e dovresti mangiare un po’ e stanotte se vuoi puoi dormire da…me” lo disse esitando un po’, la voce per un nanosecondo gli era tremata, come se nascondesse qualcosa.
Ma Stefania era li, sola e non conosceva nessuno. E questo sconosciuto la aiutava per la seconda volta nel giro di pochi minuti. Lorenzo non era particolarmente bello e questo agli occhi di Stefania lo rendeva più affidabile, e poi aveva lo sguardo gentile e tanto le bastò per fidarsi di lui. Così accettò di dormire a casa di Lorenzo. Era una casa piccolina e lui si era offerto di dormire sul divano e le aveva lasciato il letto matrimoniale, insomma era stato un vero gentleman.
Stefania sentiva che l’Argentina era il suo posto, che se ne stava innamorando e che sarebbe stato un amore ricambiato.
Il giorno dopo Lorenzo si offrì di accompagnarla a cercare un hotel dove poter rimanere per un po’.
“No te preocupes guapita! Conosco il proprietario dell’hotel vedrai non spenderai molto” disse Lorenzo, allisciandosi i capelli.
Stefania lo seguiva incuriosita dal suo atteggiamento così premuroso e gentile, tra il grato e lo stupito. Non riusciva a capire bene perché Lorenzo fosse così gentile con lei. Di sicuro dovrò fargli un gran regalo pensava! Mi sta aiutando tantissimo!
Lorenzo guardava le ciglia nere di Stefania, iniziava a conoscere tutti i suoi sorrisi. Si perdeva nel colore scuro della sua pelle, nel nero dei suoi capelli, nel suo profumo agrumato. Starle accanto era come essere sempre in vacanza, spensieratezza e risate. Era bello.
Stefania trascorreva le sue giornate fotografando l’incanto di Buenos Aires: l’oceano che lambiva la spiaggia, i bambini che ti sorridevano per strada, la milonga ballata in ogni dove, i colori: il rosso del vino, l’azzurro del cielo. Un posto che era come una magia.


Sentiva che lì la sua vita ricominciava davvero. Lei cresceva, cambiava, andava avanti passo dopo passo. Si allontanava dal suo passato, forse era davvero riuscita ad infilarlo tutto in un cassetto e ad aprirne uno nuovo. Un cassetto nuovo che parlava delle cose che le piacevano: parlava di lei, della fotografia, che aveva i colori di Buenos Aires, il profumo del mare, i sorrisi di cui ogni sua giornata era piena, le storie delle persone che aveva incontrato, la consistenza granulosa dello zucchero di canna, il gusto spesso del vino rosso.
E una sera Lorenzo decise di portarla a cena a mangiare aragoste.
Lei indossava una gonna color rubino e un top nero.
“que guapa eres” disse Lorenzo, sguardo fisso su di lei
“grazie Lorenzo” disse Stefania, stampandogli un bacio sulla guancia. Era la prima volta che lei si avvicinava a Lorenzo così tanto. Lei sentì il profumo della sua pelle: sapeva di pane, di cose familiari e vicine.
Lui avvertì il calore della sua pelle e il desiderio di stringerla forte a se.
Mangiarono aragoste sulla riva del mare.  Bevvero. Stefania iniziò a ridere, come le succedeva sempre quando beveva e Lorenzo a tenere lo sguardo sempre più fisso su di lei. Tornarono al negozio di Lorenzo senza parlare, semplicemente sfiorandosi le braccia di tanto in tanto e lanciandosi delle occhiate come fuochi d’artificio tutto il tempo. Ogni volta che le loro vesti si toccavano sentivano scintille correre lungo la spina dorsale e infiammare le carni.
Arrivarono alla serranda del negozio. Si guardarono. Fissi, muti. Che a volte le parole non servono a nulla. Lui le fissava le labbra rosse e carnose. Non poteva distogliere lo sguardo dalla riga verticale che solcava simmetrica il labbro inferiore. Lei lo fissava negli occhi, di sottecchi.
Fu un attimo. Lorenzo la spinse contro la serranda del negozio. La strada era deserta. La prese lì. Sentì il calore del suo corpo, lei il suo profumo, le sue mani delicate.
Passarono i giorni, giorni pieni di momenti come questi, giorni passati a ridere, a guardarsi, a confidarsi cose sulla vita e a non dirsi cose sull’amore.
Stefania sentiva di essere finalmente lontana da Marco. Lorenzo sentiva che qualcosa spingeva forte nei suoi pantaloni. Era affascinato da Stefania. La sua luce, la sua energia vibrante, le risate fragorose. Ma tra di loro qualcosa di non detto effettivamente c’era.
Quel qualcosa si materializzò un giorno al negozio di ortofrutta. Si chiamava Anita. Un donnone che a dispetto di un nome tanto delicato aveva la stessa grazia di un elefante.  Arrivò al negozio, prese Lorenzo per il bavero della giacca e stampandogli un bacio in bocca disse: “amore mio quanto mi sei mancato”.
“E lui?” le chiese Chiara dall’altro capo del telefono.
“E lui niente, ha fatto finta che io non ci fossi, che non sapesse chi ero” disse Stefania in lacrime.
“Che pirla! Il classico tipo che prima scopa in giro e poi quando torna la fidanzata diventa un agnellino, uno yes man” disse Chiara, con la sua solita vena sarcastica.
“Sì il problema è che ha scopato me e ora sto di merda” e la sua voce si ruppe in quell’esatto momento.
“Tesoro, torna a casa. Torna da me”
“Non lo so Chiara. Io sento che lui mi ama” disse Stefania sospirando.
“facciamo così, tu torna a casa. Se davvero ti ama sarà lui a venirti a cercare”
Lorenzo era una povera anima, che non sapeva nemmeno lui cosa voleva. Il negozio di ortofrutta era di Anita e lui si era messo con lei per convenienza. Anita gli aveva dato un lavoro e lui le aveva dato un pezzo di se.
E ancora una volta in tutto questo Stefania non sapeva che significato dare a tutta quella storia. Chi era Lorenzo? Cosa era stata lei per lui?
Esisteva davvero quel ragazzo gentile che aveva conosciuto al suo arrivo a Buenos Aires? Oppure lui era la persona che aveva visto con Anita?
Stefania capì che quell’esperienza le insegnava che ancora una volta doveva pensare a se stessa. . Aveva tanta vita davanti e tante avventure. Lorenzo era semplicemente un’altra persona da mettere in un cassetto. Solo un cassetto non sarebbe mai stato chiuso nella vita di Stefania: quello delle amiche.  



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